Pubblicato il: 20 Gennaio 2020

Incontro con Marco Pizzi autore e regista di “Maternità inattesa”

In Teatrando con

figlio sì, figlio no, un dilemma della coppia

Sarà in scena dal 22 al 26 gennaio al Teatro Due di Roma, “Maternità inattesa” una commedia drammatica in tre atti, scritta e diretta da Marco Pizzi, con Massimiliano Calabrese, Francesca Bertocchini, Federica Preite, Camilla Carnevali, Jacopo Cucurnia e un cammeo di Giuseppe Pendenza. Abbiamo rivolto alcune domande a Marco Pizzi con il quale abbiamo parlato di giovani e della commedia.

La commedia parla di giovani che si ritrovano a doversi confrontare con l’impegno di un figlio. Ma sono solo i giovani d’oggi a non sentirsi pronti per un impegno simile oppure è solo una fase “giovanile”?

È sempre difficile parlare in generale. L’impressione, che poi è quello che si vede anche dalle statistiche, è che l’età in cui si fa il primo figlio o in cui ci si sposa stia sensibilmente aumentando. Quindi è come se la fase giovanile si sia dilatata di parecchi anni. Questo è dovuto a vari fattori. Uno è che l’aspettativa di vita media è aumentata, per cui c’è meno fretta. Un altro è che trovare un posto stabile è più difficile oggi rispetto agli anni sessanta, perché non siamo più in crescita economica, ma anche perché tutto cambia molto rapidamente, e basta un niente che una professione diventi improvvisamente sorpassata. Un altro fattore ancora, per niente trascurabile e che tratto anche nella commedia, è che abbiamo tante opportunità, almeno virtualmente, e risulta più difficile fare una scelta definitiva.

Cosa differenzia i giovani di trent’anni fa da quelli di oggi?

Secondo me può essere utile andare più indietro nel passato. Pensiamo a cento anni fa, una ragazza non molto ricca quanti uomini poteva conoscere? Molti meno di adesso, perciò finiva che trovava uno che più o meno le piaceva, si sposava a vent’anni, faceva dei figli e dopo altri vent’anni era nonna. Tutto in maniera abbastanza prevedibile. Ma già dagli anni sessanta, con l’aumentare della ricchezza si è sentita la necessità di introdurre il divorzio. Da allora il trend è rimasto costante verso una sempre maggiore volatilità della coppia, e oggi le statistiche dicono che c’è una separazione ogni due matrimoni. Poi naturalmente si potrebbero scrivere vari libri sulle differenze fra il 1990 e oggi. Internet e gli smartphone hanno cambiato tutto, anche la nostra capacità di attenzione.

La generazione moderna perché teme tanto l’impegno in ogni campo?

Non vorrei generalizzare troppo, perché ci sono ancora e ci saranno sempre giovani che si impegnano a fondo nel proprio campo. Però torno a ripetere, l’avere tante opzioni spesso può disorientare. Di recente su Mind field ho visto un esperimento psicologico molto semplice e illuminante. Hanno preso due gruppi di persone. A ciascuno del primo gruppo hanno fatto scegliere una caramella fra tre gusti diversi: nessuno si è pentito della scelta. Al secondo gruppo hanno fatto scegliere una caramella fra trenta gusti diversi: i partecipanti ci hanno messo molto più tempo per scegliere e più della metà si sono pentiti! Ed era solo una caramella!

Anche la figura della donna, in questi anni, è tanto cambiata, cosa si aspettava da loro e cosa è accaduto invece?

Di nuovo, mi piace guardare più indietro nel passato. Forse è un retaggio del mio background di fisico, ma penso che sia utile vedere il caso estremo per capire meglio anche le situazioni intermedie. La santa patrona d’Italia, Caterina da Siena, era la ventiquattresima di venticinque figli. Lei è vissuta nel Trecento, un’epoca in cui la donna, anche in una famiglia ricca, era in primo luogo considerata una macchina da figli. Da quel tempo a oggi molte cose sono cambiate in meglio, la donna si è affrancata sempre più dal suo ruolo biologico, e oggi per fortuna le donne che preferiscono la carriera ai figli sono abbastanza accettate. Dico “abbastanza” perché dipende ancora da quanto è tradizionalista il contesto familiare e sociale in cui vivono. E comunque la pressione per il nipotino c’è sempre, è un fatto darwiniano. Il punto, però, è che farsi una famiglia è diventata una scelta personale, e in quanto tale non è né scontata né semplice. Tanto più che bisogna condividerla con il compagno, cosa che la rende ancora più complessa perché ha delle conseguenze importanti per la vita di entrambi. Soprattutto se si hanno dei lavori precari, come è il caso di Anna e Luca, i protagonisti della mia commedia.

Autore e regista, cosa ha voluto evidenziare del testo all’interno dello spettacolo?

Avendo questo doppio ruolo, posso dire senza remore che il regista, almeno nel mio caso, è al completo servizio dell’autore. Perciò come regista ho cercato di non trascurare nessuna parte del testo, perché ognuna ha la sua funzione e il suo peso. Una cosa su cui ho lavorato in modo particolare con gli attori sono stati i cambi di ritmo, perché si passa da scene divertenti e frizzanti ad altre molto più drammatiche. Più in generale, come autore ho cercato di mettere in luce, attraverso i cinque personaggi della commedia, cinque diversi aspetti e approcci al matrimonio e ai figli. Luca, che vuole fare l’attore, vede un figlio come un peso e un intralcio alla sua carriera. Anna, sarebbe disponibile a sacrificare le sue ambizioni per avere una famiglia più tradizionale. Carlo, ha un buon lavoro e, fra tutti, è quello con le idee più salde: è innamorato di Valentina, vorrebbe sposarla e avere dei figli con lei, senza il minimo dubbio. Valentina d’altro canto è molto bella, sa di esserlo e si sente soffocare dalla prospettiva del matrimonio, tanto che cerca di “evaderne” in vari modi, coinvolgendo anche Luca. Infine Giorgia, il personaggio più solare della commedia, sogna l’uomo della sua vita, che forse ha da poco conosciuto, e intanto si trova nella scomoda posizione di fare la confidente sia di Anna che di Luca.

Ma ci possono essere vincitori e vinti in queste scelte?

Temo di sì, perché se la questione è di fare un figlio, o si fa o non si fa, non se ne può fare mezzo. C’è sempre il rischio che nella coppia si imponga un partner sull’altro. Anche per questo penso che sia fondamentale la mediazione, o in caso di divergenze troppo nette, capire se è il caso di lasciarsi, anche se può essere doloroso.

Si è mai chiesto “e se fosse capitato a me”?

Me lo sono chiesto continuamente: come autore prima ancora che regista sono obbligato a calarmi nei panni di ciascun personaggio affinché le loro azioni e reazioni siano credibili. Allo stesso modo se lo sono chiesti gli attori. Ma spero soprattutto che se lo chieda il pubblico e che la storia possa dare qualche spunto di riflessione nuovo aiutando a vedere la questione da diversi punti di vista. Alla messa in scena di tre anni fa ricevemmo reazioni molto positive, c’è chi ha detto “ho visto pezzi della mia vita”, oppure “anch’io ho pensato spesso a quella cosa che dice quel personaggio a un certo punto”. È stato molto bello vedere che lo spettacolo arrivava. In questa nuova produzione, con un cast nuovo e l’aggiunta dell’ultimo atto in cui si dà compimento alla storia (senza fare spoiler, diciamo che per entrambe le coppie si affronta il tema “lasciarsi o no”), spero di ricevere dal pubblico un feedback altrettanto intenso e magari ancora più diversificato.

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