Cloris Brosca protagonista di Hostages

Cloris Brosca racconta una donna ostaggio di dipendenze
Tra i tanti temi che spesso ritroviamo a teatro, quelli che parlano di morte, malattia, in particolare quelle mentali, di sofferenza, lasciano nello spettatore emozioni particolari. Antonio Prisco, scrittore, drammaturgo, ma anche regista, ha voluto portare in scena Hostages il racconto di una donna ostaggio di droghe, disagi mentali e sociali. Una scrittura che ha colpito l’attrice Cloris Brosca, tanto da diventarne la protagonista, in questo monologo ricco di emozioni.
Lo spettacolo che ha al suo attivo già alcune repliche, è stato accolto con favore dal pubblico, colpendo non solo per le tematiche, ma anche per la scrittura e la forte interpretazione che ne dà la stessa Brosca, facendo arrivare al pubblico un personaggio che per le sue dure vicende, coinvolge il pubblico fino a regalare riflessioni intime che lasciano un segno indelebile nell’animo. Così come dovrebbe fare un testo, un libro, uno spettacolo, un film, un attore o un’attrice. Ed è con queste emozioni che ho chiesto alla protagonista Cloris Brosca, di raccontarci questo spettacolo, questa immersione in un mondo sociale che spesso preferiamo non vedere, timorosi o troppo presi da altri aspetti della vita.
Salve Cloris, lei è protagonista dello spettacolo Hostages, un monologo che vuole evidenziare le vicissitudini di quelle persone che hanno rischiato e perso tutto, ma che non si sono arrese. Come ha scoperto il testo?
Conoscevo l’autore, Antonio Prisco, da decenni, ma ci eravamo persi di vista. Ci siamo rincontrati nuovamente per caso a casa di amici comuni. Considero quell’incontro casuale, uno degli avvenimenti più fortunati che mi sia capitato negli ultimi anni. Qualche giorno dopo Antonio è venuto a casa mia e mi ha letto Hostages: sono rimasta folgorata dalla forza e dall’autenticità di quello che aveva scritto e mi è subito venuta voglia di mettere in scena quel testo. Per fortuna ho un amico, Franco La Sacra, direttore artistico del Teatro dell’Albero in Liguria, che mi conosce e mi stima e, quando gli ho proposto lo spettacolo, volentieri ha inserito Hostages nella rassegna teatrale che ogni anno fa nella sala Becket di San Lorenzo al Mare. E così il 24 maggio 2025 abbiamo, con grande successo, debuttato davanti a un pubblico di veri conoscitori e appassionati di teatro
Chi è realmente la protagonista dello spettacolo?
È una ragazza senza tempo, una donna che nella sua vita è stata ostaggio di droghe, disagi mentali e sociali, ma che pure nella sua confusione di valori, tra comportamenti opportunistici e infantili, proteste e rivendicazioni reclama sostanzialmente la possibilità di essere presa in considerazione semplicemente come essere umano.
Si racconta di una ragazza schizofrenica, che cerca una via d’uscita dal dolore. Capita spesso di non riuscire a comprendere quanto dolore ci portiamo dentro o si porta dentro la persona con cui interagiamo. Lei si è trovata in una di queste situazioni?
Ho vissuto naturalmente anch’io situazioni di dolore e penso che quelle più difficili siano quelle che nascondiamo a noi stessi: ciò che non conosciamo, non vogliamo riconoscere, non solo non scompare, ma diventa un nemico molto pericoloso nelle nostre vite. I crucci, i tormenti che non riescono a venire allo scoperto ci corrodono dal di dentro.
Il suo è un personaggio complesso, come lo è, d’altronde, la malattia che viene raccontata. Come ha preparato il personaggio? A quali esperienze, persone, situazioni, si è ispirata?
Ho cercato prima di tutto di ascoltare il personaggio: le cose che dice, le parole che usa, quello che racconta, per risalire la corrente, il flusso delle sue emozioni e dei suoi pensieri e arrivare al punto da cui i suoi racconti, i suoi dolori, i momenti cardine della sua vita, hanno avuto inizio.
Qui uno dei momenti più significativi dello spettacolo ma anche della descrizione del decadimento della protagonista, è la morte della nonna, la persona che era tutto per lei. Cosa ha appreso, imparato, e cosa può restituire al pubblico, sull’argomento dolore e in particolare, su quello che arriva quando perdiamo una persona amata?
Penso che spesso per un attore non si tratti tanto di riproporre situazioni della propria vita simili a quelle del personaggio che interpreta, ma piuttosto offrire ciò che quelle situazioni gli hanno fatto scoprire. Quando ho perso mio padre, il primo grande lutto della mia vita, la sensazione che ebbi fu come di un sipario che veniva strappato. Per me fino a quel momento – avevo 32 anni – la morte, me ne resi conto allora, era un avvenimento teorico, fu lì che mi resi conto per la prima volta, in maniera reale, che le nostre vite, la mia vita, le vite di tutti, sono realmente a termine. Quando parlo di sipario strappato parlo proprio di qualche cosa che viene svelato all’improvviso: dietro quel sipario mi si mostrava la realtà con una profondità che per me fino a quel momento era inconcepibile.
La protagonista dello spettacolo quando si rende conto che la nonna sta morendo, dice “cominciai a tremare… di paura”. Fino a quel momento aveva litigato con la nonna, l’aveva trattata male, come in un gioco delle parti che può andare avanti all’infinito, invece in quel preciso momento, quando si rende conto che la nonna morirà, le manca il terreno sotto i piedi, viene raggiunta improvvisamente dalla realtà sorprendente e dolorosa della vita, che evoca in lei probabilmente anche mancanze e dolori precedenti e comincia a “tremare… di paura”.
A dirigerla c’è Antonio Prisco. Quali sono state le direttive registiche sulle quali avete lavorato?
Con Antonio abbiamo lavorato soprattutto sulla verità del personaggio, sulla sua autenticità a volte spiazzante.
Quali invece, gli aspetti del personaggio che avete evidenziato e in che modo lo avete fatto? Com’è lavorare con Prisco, cosa gli consiglierebbe da attrice e da donna?
La protagonista ha modi quasi da bambina che fanno a cazzotti con altri momenti di grande durezza. Ha slittamenti e cambiamenti di umore repentini, continui, improvvisi, proprio come quelli che può avere una persona senza freni inibitori.
Abbiamo lavorato su questo e anche sulle conseguenze di abuso da sostanze, sull’interazione e la relazione con le altre persone di cui la protagonista racconta. In alcuni momenti ho voluto riproporre la sensazione claustrofobica di quelle situazioni disastrose da cui ti sembra non avere via d’uscita. Un altro aspetto riguarda il rapporto di entusiasmo sincero e ingenuo che la protagonista ha con l’autorità che ammira, subisce, ma alla quale anche si ribella.
Antonio è molto accurato nel suo lavoro, non si stanca di riproporre il mondo emotivo che ha dato luogo ad ogni parola, ogni gesto, ogni azione del personaggio che ha scritto. Non mi vengono in mente consigli da dargli anche perché lavorando insieme il nostro modo di comunicare è cambiato nel tempo dando via via spazio a una maggiore sintonia.
Lo spettacolo Hostages ha già debuttato. Come è stato accolto dal pubblico in sala? Quali sono state le sensazioni, emozioni espresse?
C’è stata molta partecipazione da parte degli spettatori. L’adesione emotiva ci ha veramente sorpreso: c’è stata una grande commozione.
È difficile raccontare situazioni di dolore, di malattia, di sconfitta. Che cosa le stanno lasciando lo spettacolo e il personaggio?
Penso che la verità del testo svolga una funzione catartica e anche se il personaggio, e noi con lei, attraversiamo dolore, malattia, sconfitta, lo spettacolo lascia una sensazione forte di vitalità, una sensazione bella di stupore rispetto all’ampiezza che possiamo vedere in questo essere umano che apre il suo cuore agli spettatori, l’ampiezza che ogni essere umano porta dentro.





