Marcello Sindici racconta 13 Thirteen
Un cast artistico di tutto rispetto per 13 Thirteen Il Musical
Al Teatro Sala Raffaello di Roma, dal 18 al 22 marzo, sarà in scena 13 Thirteen Il Musical, versione italiana, proposto da Il Piccolo Teatro del Musical, interpretato da giovani protagonisti dai 13 ai 18 anni. Il musical americano ha musica e testi di Jason Robert Brown, libretto di Dan Elish e Robert Horn ed è stato portato in Italia per gentile concessione di Music Theatre International.
Il lavoro di questo spettacolo in versione italiana, si è avvalso della regia e coreografia di Marcello Sindici, direzione musicale e adattamento testo in italiano di Ilenia De Cristofaro, liriche di Paolo Mannozzi che è anche acting coach insieme a Brunella Platania. Insomma un team creativo che ha messo a disposizione di questo spettacolo musicale la propria esperienza e il proprio lavoro, per raccontare la generazione dei giovani e dei giovanissimi, alle prese con i piccoli grandi problemi della vita, per parlare di bullismo, ma anche di amicizia, di condivisione, di aiuto reciproco, di crescita.
Un periodo, quello tra l’infanzia e l’adolescenza che segna la vita di ogni essere umano e che lo proietta verso il futuro. Come lo farà, sarà solo grazie alle scelte fatte e alla consapevolezza che ognuno di noi, deve provare ad essere sincero con se stesso e di conseguenza, con gli altri. A parlare del lavoro svolto è Marcello Sindici, insieme al cast creativo che lo ha affiancato.
Ciao Marcello. È sempre interessante vedere l’attenzione che hai nel raccontare le storie dei giovani. Come sei venuto a conoscenza del testo teatrale 13 Thirteen? Cosa ti ha colpito del testo?
Marcello Sindici: Questo spettacolo bellissimo me lo hanno fatto scoprire i miei collaboratori Paolo Mannozzi e Ilenia De Cristofaro quando a giugno del 2025 me lo proposero come saggio di un nostro corso di musical. Del testo di questo spettacolo mi ha colpito il fatto che fosse incentrato sul racconto di storie di vita di ragazzi tredicenni.
Cosa ha colpito il tuo interesse per ciò che riguarda, invece, la parte musicale dello spettacolo?
M.S.: Mi ha colpito l’immediatezza dei brani, canzoni di pronta presa, molto orecchiabili e in uno stile musicale pop tendente al rock.
L’adattamento del testo in italiano è di Ilenia De Cristofaro, a lei chiedo com’è stato trasferire in italiano una storia, in questo caso, prettamente americana?
Ilenia De Cristofaro: Trasferire in italiano una storia come 13, è stato un lavoro delicato e stimolante allo stesso tempo. Non si è trattato semplicemente di tradurre le parole, ma di tradurre un contesto. Il mondo scolastico americano, le dinamiche sociali, il linguaggio adolescenziale, persino il modo di vivere eventi come il Bar Mitzvah, appartengono a una realtà molto specifica.
Il mio obiettivo è stato mantenere intatta l’anima del testo originale, ma renderlo emotivamente comprensibile e autentico per un pubblico italiano. Ho lavorato molto sul linguaggio: doveva essere credibile, contemporaneo, ma non forzato. I ragazzi in scena dovevano sentirlo come “loro”, non come qualcosa di artificiale. Allo stesso tempo, ho cercato di rispettare il ritmo drammaturgico e l’equilibrio tra ironia e profondità che caratterizza l’opera. In fondo, le dinamiche di 13 sono universali: al di là delle differenze culturali, il bisogno di appartenenza e di accettazione parla la stessa lingua, in America come in Italia.

È stato facile o impegnativo il lavoro di traduzione? Lei come si pone davanti a queste “imprese”?
I.D.C.: È stato decisamente impegnativo, ma nel senso più creativo e stimolante del termine. Quando mi trovo davanti a un testo come 13, il mio primo passo è l’ascolto. Ascolto della voce originale degli autori, delle intenzioni nascoste tra le righe, dei sottotesti. Solo dopo, inizio a lavorare sulla parola italiana. Non affronto mai una traduzione come una semplice operazione tecnica. La considero una responsabilità artistica. Ogni battuta deve funzionare drammaturgicamente, deve mantenere il ritmo, l’ironia, la tensione emotiva.
A volte è necessario trovare soluzioni nuove, riformulare, ricostruire intere frasi per non perdere l’efficacia scenica. Mi pongo sempre con grande rispetto verso l’opera originale, ma anche con il coraggio di adattarla quando serve, affinché possa vivere davvero nella nostra lingua. Ogni “impresa” di questo tipo richiede studio, sensibilità e ascolto, ma quando vedi il testo prendere vita sul palco nella voce dei ragazzi, capisci che ne è valsa la pena.
A lei è stata affidata anche la direzione musicale dello spettacolo. Com’è stato interagire con tutte le sezioni musicali, con tutti i protagonisti, di quello che poi è, per natura, uno spettacolo prettamente musicale?
I.D.C.: Parliamo di uno spettacolo in cui la musica non è un elemento accessorio, ma il motore narrativo dell’intera struttura: ogni brano porta avanti la storia, definisce i personaggi e ne rivela le fragilità. Il lavoro è stato innanzitutto di coordinamento tra voci soliste e numeri corali, con un’attenzione particolare alle armonizzazioni vocali e all’equilibrio delle dinamiche, in dialogo costante con regia, acting e coreografie. Con un cast giovane è stato fondamentale costruire un linguaggio comune, lavorando su ascolto reciproco e consapevolezza tecnica.
Ho cercato di guidarli non solo verso un’esecuzione corretta, ma verso un’interpretazione autentica. In un musical come questo, la coesione tra musica, parola e intenzione scenica è essenziale: ogni intervento deve essere credibile, vivo, necessario. È stato un lavoro di squadra continuo, trasformando l’energia spontanea dei ragazzi in un suono compatto e teatralmente efficace, senza perdere la freschezza che rende questa storia così vera.
I rapporti sociali all’interno delle “democrazie occidentali”, si somigliano molto, perché i valori e le strategie per portare le giovani menti verso un’apertura all’accoglienza, all’aiuto reciproco, alla condivisione, si somigliano, poiché dovrebbero riguardare tutti, e, in questo caso, i giovani che sono il futuro delle comunità. Tu che rappresenti il mentore, il maestro, l’adulto di riferimento, come vivi il rapporto con i giovani artisti che si esibiscono sul palco?
M.S.: Sono come tutti figli miei, soprattutto in questo progetto 13 Thirteen dove il cast è formato da giovanissimi dai 13 ai 18 anni. Cerco di essere per i ragazzi un faro, un punto di riferimento. Vanno presi per mano e guidati, vanno capite le loro fragilità e le loro insicurezze che sono legate a questa fase della vita, una fase di cambiamento, di crescita e di passaggio dall’infanzia alla adolescenza
Abbiamo parlato di giovani artisti. Il cast è composto da giovani talenti che vanno dai 13 ai 18 anni. Quali sono stati i criteri per la loro scelta e cosa avete cercato in ognuno di loro?
M.S.: In fase di audizioni abbiamo ricevuto circa 100 candidature via mail, su questo blocco è stata fatta una prima selezione legata soprattutto alle caratteristiche vocali e attoriali, tenendo molto conto anche del loro istinto. Ne abbiamo scelti circa una cinquantina che sono stati poi convocati a Roma ad ottobre scorso. In due giorni di audizioni abbiamo selezionato, dopo attente valutazioni, i 28 ragazzi che formano il cast dello spettacolo.
Per mettere su uno spettacolo del genere bisogna avere e lavorare con un team preparato a tanti imprevisti, credo maggiormente psicologici. Correggimi se sbaglio. Come vi siete strutturati, organizzati per venire incontro alle esigenze sceniche e alle richieste dei singoli protagonisti?
M.S.: Strutturarsi è stato abbastanza semplice e conseguenziale. Io e il mio staff (composto da Ilenia De Cristofaro, Paolo Mannozzi e Brunella Platania) siamo abituati a lavorare con i giovani: Siamo tutti e quattro principalmente dei docenti formatori di corsi presso Accademie di formazione, per cui è stato abbastanza facile trovare una sintonia e una unità di intenti tra noi per raggiungere gli obiettivi prefissati.

A tal proposito Brunella Platania già compagna di tante avventure artistiche di Marcello Sindici, ha dato il suo contributo come acting coach. Brunella, oramai sei considerata un’esperta attenta nel mondo dei musical, non lo dico io, ma lo dimostra la tua carriera, la tua bravura. Come hai affrontato questo lavoro con questa nuova generazione di giovani artisti?
Brunella Platania: Questa nuova generazione mi colpisce molto: sono veloci, intuitivi, ma anche fragili. Vivono in un mondo che li espone continuamente al giudizio. Allineandomi al bellissimo lavoro di Paolo Mannozzi, ho cercato di creare uno spazio protetto, dove potessero sbagliare senza paura. Perché è nello sbaglio che nasce l’attore. Io vengo da tanti anni di palcoscenico, di prosa e di musical, ma anche di formazione quotidiana. Nei workshop insisto sempre su una cosa: la tecnica è uno strumento, non è il fine. Con loro ho lavorato molto sull’ascolto, sulla presenza, sulla gestione del silenzio, sull’importanza delle intenzioni prima ancora delle battute.
La mia esperienza nel musical – penso anche al lavoro fatto su Heathers – The Musical, mi ha insegnato che i ragazzi non hanno bisogno di qualcuno che li sovrastrutturi, ma di qualcuno che li guidi a riconoscere le proprie emozioni. In Heathers c’era un’energia più feroce, più tagliente; in 13 c’è una delicatezza diversa, ma la profondità è la stessa. E in entrambi i casi il lavoro è stato costruire consapevolezza. Il teatro, per me, resta questo: un luogo in cui si cresce insieme. E lavorare con loro su 13 è stato un atto di fiducia reciproca. Io ho dato esperienza, loro mi hanno restituito energia e sincerità. Ed è uno scambio che mi emoziona ancora.
Lo stesso si può dire per Paolo Mannozzi, anche lei acting coach insieme alla Platania. Come ha lavorato, interagito con i giovani attori e cosa ha chiesto loro in particolare?
Paolo Mannozzi: Con Brunella Platania abbiamo fatto un ottimo lavoro di squadra, collaborando e condividendo idee sul percorso formativo dei nostri ragazzi. Io mi sono approcciato a loro come si fa di solito nello studio dei personaggi studiando un copione. I nostri attori sono, nonostante la loro età, quasi tutti avvezzi all’arte recitativa. Alcuni sono doppiatori, altri hanno calcato palcoscenici importanti ,insomma sono , ripeto, quasi tutti preparati per gestire un personaggio, ovviamente seguiti nel giusto modo.
Il mio compito è stato inserirli nel contesto del racconto e, uno per uno, dargli un colore ben preciso. Un colore, sì… perché io vedo il cast come una tavolozza di un pittore: ogni colore ha la sua presenza, intensità, motivazione, nulla è lasciato al caso. Ad ogni attore a cui è stato assegnato un personaggio ho fatto elaborare un quadro ben definito, una scheda che li potesse aiutare a delineare i caratteri del ruolo che andava a interpretare.
Inoltre, come ogni coach, ho cercato di motivarli, di entusiasmarli e gratificarli per i risultati ottenuti. Devo dire che sono contento del loro lavoro ed anche del mio.
Lei non è solo uno degli acting coach, ma si è occupato anche delle liriche in italiano. Le chiedo, come ha lavorato nella stesura dei testi, cosa ha rimodellato e cosa adattato?
P.M.: Le liriche del musical “Thirteen” sono state scritte dagli autori seguendo lo slang del mondo dei teenager americani in base al carattere dei personaggi. Essendo un attore, ho scritto i testi entrando nella psicologia di ogni singolo personaggio.
Una traduzione letterale non è chiaramente possibile e ritengo sia anche tecnicamente impensabile. Innanzitutto, va fatto un riadattamento in base alla metrica che, nei due idiomi, è molto differente, specialmente nei brani cantati velocemente. In secondo luogo ci sono frasi idiomatiche, modi di dire, strettamente legati alla cultura americana che in Italia non hanno senso e quindi vanno modificati adattandoli al contesto italiano. Per ultimo, non per importanza, le figure retoriche: rime, assonanze, etc… per dare musicalità al brano, da ricercare mantenendo sempre il significato.
Il pubblico ha bisogno di entrare immediatamente in simbiosi con il racconto e non puoi obbligarlo a decodificare un linguaggio che non fa parte della nostra cultura e rischiare che non comprenda o che sfugga una sola informazione utile alla trama dello spettacolo. In ultimo c’è da dire che nel linguaggio giovanile italiano sono entrati a far parte anche alcuni anglicismi che ho mantenuto perché ormai noti a tutto il pubblico e oltretutto contestualizzati in una collocazione geografica attinente.
Il titolo, invece, è stato conservato in inglese per motivi musicali e metrici. Quindi sono orgoglioso del mio lavoro che, obiettivamente, non è stato facile.
Marcello, da regista cosa hai cercato di far emergere da questo spettacolo e in che modo hai cercato di sottolineare tutto ciò?
M.S.: Ho cercato di far emergere la freschezza e la spontaneità dei ragazzi facendo leva sul loro talento. Le nuove generazioni sono schiave dei social, ossessionate dalle visualizzazioni, per una manciata di like in più si è disposti a qualsiasi cosa ed esempi come 13 Thirteen dimostrano invece che si può essere felici e realizzati anche con altro. Il nostro progetto è un grande esempio di condivisione ed inclusione.
Da coreografo invece?
M.S.: Essendo il cast eterogeneo e composto da elementi che hanno studiato danza ma anche elementi completamente all’asciutto in tal senso, da coreografo ho pensato ad un lavoro di forte impatto visivo mantenendo una facilità di esecuzione e dando quindi a tutti la possibilità di partecipare a momenti coreografici molto energici e coinvolgenti
Da anni sei sia coreografo che regista di musical. Quale fra i due ruoli ti riesce con più facilità e quale, invece richiede per te, maggior impegno e studio?
M.S.: Sicuramente il più impegnativo è il ruolo da regista, sopraggiunto comunque nella seconda fase della mia carriera. Non va dimenticato che io nasco ballerino, per poi diventare maestro di danza, coreografo e poi regista.
Perché un giovane, un tredicenne, dovrebbe staccarsi dal cellulare, dalle console, uscire di casa ed entrare in teatro per vedere 13 Thirteen?
M.S.: Semplice, perché 13 Thirteen è… crescita, gioia, passione, amicizia, unione, condivisione, inclusione, spensieratezza e molto altro ancora!
Grazie e in bocca al lupo!
M.S.: Crepi il lupo!






