Come un cane ballerino: gli universi femminili rappresentati da Natacha Lesueur

Photo di @ Carolina Taverna

Come un cane ballerino ha l’intento di rappresentare tutti i prototipi femminili

Ha inaugurato il 13 ottobre e sarà visitabile sino al 9 Gennaio presso l’accademia di Francia a Roma – Villa Medici, la mostra dedicata a Natacha Lesueur e curata da Christian Bernard. Il lavoro dell’artista francese, già borsista negli anni 2000, sorprende già dal titolo: Come un cane ballerino deriva da un passo del libro Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf. La famosa autrice inglese con queste parole descrive esaustivamente la situazione dell’artista donna, vista come un animale in grado di compiere gesti umani: sostanzialmente un’aberrazione. Virginia Woolf rende conto della misoginia che ha affetto la storia delle donne e in particolare delle donne artiste sino alla presa di coscienza con i movimenti femministi anni 60, che di fatto hanno segnato il nuovo corso di una storia che aveva dato poca credibilità all’arte prodotta da donne, categorizzata come liminare, al pari di quanto avvenuto per tanta altra arte prodotta da soggetti “altri” diversi dal maschio bianco occidentale. Come un cane ballerino ha l’intento di rappresentare tutti i prototipi femminili, raccogliendo più di 30 anni di lavoro dell’artista in un percorso non cronologico, dove si mescolano arte passata e opere realizzate ad hoc. Idealmente riassuntive di tutto il percorso, le opere presenti nella prima sala rappresentano l’idea della maternità, maggiormente e storicamente legata al racconto cristiano: questo filo conduttore si materializza attraverso i medium più vari, disegni, film, ceramiche, carte da parati e fotografia su vari supporti.

La dimensione rappresentata è quella della genealogia femminile, madre-sposa-moglie, una riflessione che porta l’artista a fronteggiare i ritratti fotografici della madre adottiva con un autoritratto iperrealista, un disegno che vuole mettere in discussione la presunta esattezza fotografica rispetto al fatto a mano. Così ad accogliere lo spettatore è una risata disordinata che non permette di controllare la propria immagine, come i denti tinti di rossetto in un’esplosione perturbante e a tratti vampiresca. Nella sala adiacente trova posto una delle due fontane realizzate dall’artista per l’occasione: ceramica lucida ed elementi organici come i capelli creano un’opera all’apparenza antropomorfa.

Photo di @ Carolina Taverna

I film visibili proseguendo la mostra si riferiscono sempre a stereotipi femminili: nel primo una giovane ballerina polinesiana mette in scena lo stereotipo coloniale, nell’altro si parla invece di Carmen Miranda, famosa attrice brasiliana anni ’50 di origine portoghese, stereotipo delle donne di Bahia. Scoperta da un produttore di Hollywood, la breve fama dell’attrice si ridurrà allo sfruttamento della sua immagine da parte del mercato che creerà partendo da un calco del su volto, una bambola, come una sorta di Barbie etnica.

Continuano nell’esposizione le serie fotografiche realizzate da Lesueur dove il corpo della donna mostrato nudo é mitigato da una sorta di schermo invisibile che si frappone fra lo spettatore e la rappresentazione: fatto di elementi che segnano direttamente il corpo con motivi ripetitivi, come circatrici o marchiature, questi schermi invisibili lasciano lo spettatore interrogarsi sullo spazio di distanza e filtro tra lui e i soggetti rappresentati.

Arrivando di fronte allo scalone centrale, trova posto il recente lavoro fotografico delle fate-spose: Les humeurs des féees, sono immagini costruite dove spose di varie età si mostrano all’obbiettivo apparentemente non consce del pericolo che le riguarda, come il fuoco che si insinua tra i loro capelli o il fumo che le circonda. La riflessione artistica si focalizza sulla necessità comune anche alle giovani donne di confrontarsi con l’idea del matrimonio, una consuetudine ancora viva nella cultura odierna, insuperata visione di un traguardo.  La scalinata presente lungo l’ambiente espositivo di Villa Medici, fortemente caratterizzato e lontano dal white cube contemporaneo, offre una lunga e ampia prospettiva, che Natacha Lesueur affrontata intelligentemente come una lunga quadreria dove vengono posti grandi ritratti fotografici che si susseguono sino alla Maria Antonietta, opera che dalla parete frontale a fine scalinata sembra osservare lo spettatore: la principessa porta in testa tutto il suo peso sociale e politico, in un’acconciatura che sembra fare il verso a quelle d’epoca chiamate pouf au sentiment, realizzate in accordo con la disposizione di spirito del parrucchiere.

Photo di @ Carolina Taverna

L’ultima sala della mostra è legata all’immagine di Carmen Miranda. Tutti gli elementi degli scatti realizzati sono in divenire e rappresentano una trasformazione a tratti entropica: si modificano nel tempo così come il corpo della stessa modella in stato di gravidanza. Il lavoro qui esposto non è solo documentaristico ma punta a costruire e decostruire un mito creato da Hollywood per far emergere la verità del sistema mediatico statunitense nella sua crudele distruttività, un rovescio della medaglia ben esplicato nell’ultimo breve film che chiude la mostra.

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Carolina Taverna

Diplomata al liceo artistico e laureata in studi storico artistici con tesi in arte contemporanea.

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