Mercoledì delle ceneri: dobbiamo dimenticare e ricordarci di dimenticare?

ph Ilaria Giorgi

Intervista alla regista e ideatrice Valentina Esposito

In scena al Teatro Vascello dal 31 marzo al 4 aprile, sono andata ad assistere allo spettacolo Mercoledì delle Ceneri di Valentina Esposito che ne è anche la regista: andare a teatro nel periodo quaresimale fra i più bui del tempo contemporaneo, con uno spettacolo che si incastona perfettamente nel qui ed ora sociale e culturale, è stata un’esperienza profonda e toccante. Merito indubbiamente di un lavoro drammaturgico davvero importante e bello.

Uno spettacolo corale che sfiora la perfezione che io non ho la pretesa di dichiarare ma alla quale credo di aver assistito, incantata. Un’ora e trenta di ritmo incalzante in un flusso poetico fra monologhi, dialoghi e scene di insieme. Un cast eccellente, le musiche, i movimenti scenici: tutto studiato e presentato con una precisione complessa che appare agli occhi del pubblico incredibilmente chiara e leggibile. Una metafora amara e drammatica per descrivere le ipocrisie del tempo ma, soprattutto, la violenza sulle donne e gli stereotipi di genere e sociali.

La storia: Nei giorni di martedì grasso e mercoledì delle ceneri un paese di provincia festeggia il Carnevale, tra sfilate di carri allegorici, balli e rituali goderecci. Nel divertimento generale, la parata grottesca di fantocci amatoriali e pupazze date alle fiamme disvela una feroce comunità “in maschera” e il fattaccio che tempo prima ha macchiato il paese, nella consuetudine di violenze familiari e sociali, abusi e falsi pentimenti che si ripetono ciclicamente come la festa. Il fattaccio è l’uccisione non dichiarata o mai confessata di Rosa, una giovane donna costretta a matrimonio con un ricco signore del paese ma innamorata di un giovane sognatore come lei. Rosa dai capelli rossi, quindi ribelle già per definizione. Rosa che parla nel corpo delle prostitute della fiera, che si rivolge ai bambini e alle bambine che è nel dolore del giovane ragazzo omosessuale deriso e umiliato da tutti.

Lo spettacolo è un multiverso che contiene storie parallele, lingue diverse, epoche distanti ma che denuncia in maniera inequivocabile il tema della violenza di genere e della cultura patriarcale e omertosa che la legittima. E lo fa utilizzando i due estremi del mondo: il divertimento sfrenato e la morale sterile e bigotta. Ne sono rimasta così fortemente coinvolta da chiedere alla regista, Valentina Esposito, di parlarne con noi. E lei, in maniera estremante generosa, ci immerge con le sue parole nel senso e nel cuore di Mercoledì delle Ceneri.

Quanto tempo è servito per definire il progetto drammaturgico di Mercoledì delle ceneri?

È stato necessario un percorso lungo di lavoro sia perché il tema era ed è complesso e le cose da dire moltissime, sia perché sono argomenti in qualche modo “pericolosi”. Avevo la percezione della difficoltà nell’affrontare il tema degli stereotipi e della violenza di genere ma sentivo anche l’urgenza di farlo perché sono argomenti dei quale si parla anche troppo ma senza risultato, senza efficacia.

Allo stesso tempo avevo la consapevolezza che potesse essere divisivo rispetto allo spettatore che può provare turbamenti in platea e che può essere comunque “preso” da accusa (che in parte è quello che esattamente noi facciamo: cioè far sentire alla società la propria responsabilità e questo è un aspetto fondamentale).

Avvertivo che alcune parole erano un po’ troppo retoriche in alcuni casi mentre in altri, mi sembrava che non ci fosse abbastanza violenza sul palcoscenico per raccontare la violenza che c’è nella realtà. Senza contare la fluidità della mia compagnia che è sempre piena di sorprese fra chi va, chi arriva, cambi di cast. In sintesi quindi un percorso spazio temporale piuttosto articolato.

A quando risale il progetto e come nasce?

Il lavoro è nato all’interno di un laboratorio che ho svolto alla Sapienza. Si trattava di un laboratorio di formazione nell’ambito delle attività di Terza Missione che sono proprio quelle rivolte alla cittadinanza esterna e, in quella occasione, avevo sessanta persone fra attori della compagnia, attori professionisti e studenti chiaramente del dipartimento di discipline dello spettacolo. Quando inizio un laboratorio non so mai esattamente cosa farò: inizio a conoscere le persone, a capire quale possa essere una esigenza comune del gruppo. Si tratta di un teatro di comunità, quindi inizio con la formazione, con le improvvisazioni, a conoscere le persone. Lavorando siamo arrivati a un punto in cui alcune donne hanno tirato fuori questo tema avendo avuto delle esperienze personali complesse.

Dunque seguendo quella che è la tradizione del nostro lavoro, il metodo che ho messo a terra da quando lavoro dentro alle carceri, una volta che si definisce una necessità è necessario partire da quella necessità, esplorare i contributi personali, scoprire quali sono i nodi irrisolti e poi costruire una storia nella quale queste esperienze restino ma vengano superate in drammaturgia, così che lo spettatore non senta fino in fondo dove l’attore si collochi all’interno della narrazione, per proteggere quanto le persone mi hanno consegnato in un clima di fiducia.

Siamo nel 2024: il primo studio è uscito a ottobre nel 2024 al Teatro Ateneo e c’erano sul palcoscenico 34 persone. E le altre erano chi dietro le quinte, chi faceva scenografia, chi comunicazione: per me era fondamentale costruire nell’ambito del laboratorio qualcosa che potesse diventare uno spettacolo. Io cerco sempre di capire come legare la formazione alla produzione e da questo primo studio, attraverso un lavoro di “asciugatura”, è andata in scena un mese dopo la versione produttiva, nella settimana importante del novembre 2024 nella quale si celebra la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Il Vascello nella settimana dal 31 marzo al 4 aprile era il nostro debutto a Roma. Avevamo già fatto delle repliche a Milano, in Toscana, a Viterbo, due repliche al Teatro Tor Bella Monaca nell’ambito di un progetto legato alla battaglia contro la violenza di genere.

Sono rimasta affascinata dalla forza del dialetto romano in scena. Lo spettacolo è sempre in questo dialetto anche altrove?

Il romano è il linguaggio di provenienza degli attori ex detenuti che ho conosciuto a Rebibbia, nelle carceri laziali, ed è un linguaggio, un dialetto con il quale mi sono dovuta confrontare fin dall’inizio. A me è sempre piaciuto il dialetto sulla scena, tanto che non troviamo in questo spettacolo solo il romano ma anche il pugliese, il siciliano, il napoletano.

In questo caso mi piaceva raccontare allo spettatore che la violenza di genere è un fenomeno diffuso da nord a sud nel nostro paese al di là degli stereotipi legati a determinate regioni così, quando entrano, “i mostri” dichiarano: “Signori e signori questa è una bellissima storiella che si poteva raccontare al sud ma che si poteva raccontare anche al nord, che si poteva raccontare a tutti quanti”. Il plurilinguismo, nel senso del dialetto ovviamente, era funzionale anche drammaturgicamente.

In generale, in tanti anni di lavoro, ho riscoperto la forza del dialetto romano sulla scena proprio attraverso i miei attori, un dialetto che è sempre stato utilizzato a teatro principalmente per la commedia e invece io penso che abbia la sua forza nella tragedia, che sia capace di veicolare sintesi pazzesche con immediatezza incredibile, e quindi cerco di scrivere assecondandolo. Quando scrivo non scrivo in italiano per poi lasciare gli attori la traduzione. Io scrivo direttamente nei vari dialetti perché voglio potenziarlo il dialetto, dare il ritmo alla scena.

Anche la trasversalità del fantoccio “pupazza” indica che tutto accade e può accadere in tutta Italia?

Si abbiamo fatto una ricerca antropologica in questo senso e ci siamo resi conto che questo rituale è extraterritoriale. Anche se con delle piccole differenze si ripete uguale a se stesso: sono quasi tutti riti legati alla fertilità e a una cultura contadina, ma oltre questo c’è anche un reiterare sia nelle feste profane che nelle sacre ritualità, un certo tipo di idea della donna e del corpo della donna che viene esposta e “venduta”. Chiaro che si tratta di ritualità festose ma ho pensato che potessero essere visivamente sintetiche per raccontare molto iconograficamente il destino della donna e la cultura intorno alla donna.

ph Ilaria Giorgi

La parte conclusiva dello spettacolo è di una potenza emotiva incredibile: si narra il dolore trasmesso ai bambini a carico dell’irresponsabilità sociale.

L’idea di mettere in scena l’educazione alla violenza e non l’educazione all’affettività che portiamo avanti con le nuove generazioni, era una parte alla quale non ho mai voluto rinunciare. Questo spettacolo parte dal presente, poi affonda nel passato per raccontare la storia di Rosa e poi torna a parlare del futuro. Ed è così che per me il finale doveva passare attraverso questo, compreso il violento pestaggio al personaggio omosessuale che inizia come fosse un gioco di tiro al bersaglio al pagliaccio Ciuccio proposto ai bambini.

Non ci meravigliamo dell’atto finale, c’è tutta una cultura che in qualche modo ci spinge avanti verso un reato definitivo. L’atto violento è il risultato di un modo di vedere le cose e di sentire le cose. Diventa quasi normalizzato perché dietro c’è un tipo di idea di violenza sostenuta persino nei gesti che prendiamo con banale superficialità, come alcuni balli di gruppo.

Ho trovato lo spettacolo anche come un interessante affondo verso coloro che professano senza praticare: la scena strepitosa con le teste in lattice delle donne che sgranano il rosario è scenograficamente perfetta. La testa in lattice: perché e come l’avete inserita nello spettacolo?

La mia idea era quella di raccontare la mostruosità. Da una parte mettere in visione come il silenzio e l’omertà fossero una parte nera dentro di noi, una parte mostruosa, quell’ombra che ci rende conniventi rispetto all’atto violento e questo mostro è dentro di noi ogni volta che ci giriamo dall’altra parte, ogni volta che facciamo finta di non vedere, ogni volta che non ci assumiamo la responsabilità collettiva della nostra cultura e della cultura della nostra società. Avevo bisogno di un mostro che uscisse dal ventre degli attori, come fosse un feto morto, qualcosa di terribile che è dentro di noi, che possiamo nascondere e ricacciare dentro con ipocrisia il mercoledì delle ceneri ma che esce fuori il martedì grasso. Noi possiamo anche fare finta che non ci sia, lo possiamo occultare però lui è li, dentro di noi.

Perciò la mia idea era che non dovesse avere un corpo ma che dovesse essere ancorato ai costumi degli attori come un unico corpo. Quel gruppo di attori in scena sono un unico essere, una “bestia carnivora” che mangia Rosa, come la società mangia queste ragazze sacrificandole, portandole sull’orlo del fiume (perché è la società che le porta sull’orlo del fiume). Se le ragazze avessero un appiglio probabilmente riuscirebbero a staccarsi da questi uomini violenti prima di arrivare alla morte. Le portiamo ad essere mangiate e poi a restare invisibili: il codice imposto sembra essere quello del “dobbiamo dimenticare e ricordarci di dimenticare”.

Il modello del “mostro feto” doveva lavorare sui vuoti, avere occhi vuoti che prendessero la luce e con il movimento cambiare volto ed espressione. Insieme a Mari Caselli, che è la nostra costumista, abbiamo cominciato a fare dei tentativi in polistirolo e quando siamo arrivati a quello più giusto lo abbiamo mandato ai Gemelli Magrì, maestri degli effetti speciali del cinema salentini che hanno realizzato le teste in lattice tutte uguali. Successivamente Mari Caselli e Costanza Solaro Del Borgo hanno realizzato i corpi e quindi il braccio: gli attori con un braccio tengono il cranio e con l’altro si muovono. Sono molto felice del risultato perché anche tutti i miei attori ex detenuti che non avevano una formazione in teatro di figura sono stati bravissimi a imparare come muoverli, non è una cosa semplice.

Sarete dove prossimamente?

Il 12 e il 13 Aprile siamo in Molise, al Teatro del Loto di Ferrazzano, poi siamo a Livorno dove farò un corso di formazione di tre giorni che si chiude con la replica il 19 aprile al Nuovo Teatro delle Commedie. Poi per questa stagione ci fermiamo.

Ricominciamo il prossimo anno e saremo al Teatro del Grillo di Soverato, in Calabria, al Teatro Artemisio di Velletri, al Teatro Manini di Narni e al teatro dell’Arca di Genova che è una delle esperienze più belle, secondo me, dell’anno prossimo perché è un teatro che è stato costruito sul muro del carcere di Genova Marassi e ha l’ingresso per i detenuti da una parte e l’ingresso per il pubblico esterno dall’altra e faremo una pomeridiana per il pubblico recluso e  poi la sera una per il pubblico esterno e simbolicamente, per me questa cosa sarà bellissima. E chissà poi magari nuovamente a Roma al Teatro Vascello che ci produce dal 2026 e per il quale sto scrivendo L’Ostaggio sempre con Giancarlo Porcacchia e Edoardo Pesce.

Note importanti: FORT APACHE CINEMA TEATRO è l’unica Compagnia teatrale stabile in Italia ed Europa costituita da attori ex detenuti oggi professionisti di cinema e palcoscenico. È diretta da Valentina Esposito, autrice e regista impegnata da quasi vent’anni nella conduzione di attività teatrali dentro e fuori le carceri italiane. Realizza produzioni cinematografiche e collabora con Sapienza Università di Roma in Progetti di Ricerca e Formazione.

Cast: Alessandro Bernardini, Fabio Camassa, Matteo Cateni, Chiara Cavalieri, Christian Cavorso, Viola Centi, Massimiliano De Rossi, Roberto Fiorentino, Sofia Iacuitto, Gabriella Indolfi, Giulio Maroncelli, Claudia Marsicano, Giancarlo Porcacchia, Cristina Vagnoli, Camila Urbano.

Aiuto regia Bruno Mello Castanho, costumi Mari Caselli, assistente costumista Costanza Solaro Del Borgo, fantocci Mari Caselli e Costanza Solaro Del Borgo, sarta Iris Ros, teste in lattice Gemelli Magrì, ideazione scenografica Valentina Esposito, pupazza Edoardo Timmi. Musiche Luca Novelli, luci Alessio Pascale, fonico Simone Colaiacomo, foto di scena Ilaria Giorgi.

Una produzione Fort Apache Cinema Teatro in coproduzione con La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello e con il Patrocinio della Fondazione Una Nessuna Centomila, con il sostegno di Ministero della cultura, Regione Lazio, Fondi OPM della Chiesa Valdese in collaborazione con Artisti 7607, CAE – Città dell’Altra Economia di Roma.

Raffaella Ceres

Pedagogista, Dottore in Scienze dell’Educazione con Perfezionamento in Pedagogia Interculturale presso L’Università degli Studi Roma Tre. Socia del Coordinamento Nazionale Pedagogisti e Educatori (Co.N.P.Ed) è anche formatrice per i docenti presso il Centro Phronesis, ente accreditato al MIUR. Redattrice e collaboratrice in diverse webzine nazionali e ragionali, unisce la sua formazione umanistica ad un costante lavoro di ricerca e di approfondimento attraverso le forme d’arte teatrale, musicale e museale di matrice sperimentale. Ha conseguito nel 2019 il certificato 101 Analisi Transazionale. Nel 2020 ha terminato il percorso di formazione come Mentore presso IKairos e ha conseguito il Master in Didattiche e Strumenti innovativi – Dinamiche relazionali e Gestione del Burnout, presso Università degli Studi Niccolò Cusano. Ha seguito i laboratori e i percorsi di studio ufficiali sul Metodo Bruno Munari presso ABM (Associazione Bruno Munari). È socia del Circolo Legambiente e ha svolto attività in outdoor con lo stesso come supervisore e formatore. Pedagogista per il Sistema Giocalcio ideato e registrato da Gianluca Ripani. Supervisore familiare e tutor dell’apprendimento è ideatrice di un progetto laboratoriale e creativo originale: IL LABORATORiO DELLE iPOTESi ®.

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