Gli Arrovesciati al Teatro Stanze Segrete

La narrazione di uno sciopero “a rovescio

Al Teatro Stanze Segrete è stato rappresentato Gli Arrovesciati, uno spettacolo di e con Giorgio Cardinali per la regia di Caterina Mannella. Giorgio Cardinali, unico attore sul palcoscenico, racconta la storia vera (“drammaticamente vera” come recita il sottotitolo dello spettacolo) della costruzione di una strada in un paese dell’entroterra calabrese dove i contadini morivano di fame a causa dello strapotere dei padroni.

Il titolo allude al fatto che i contadini di questo paese, anziché scioperare non facendo nulla, decidono di rimboccarsi le mani e diventare operai costruendo appunto una strada al posto dell’antica mulattiera; oltre agli uomini, partecipano i bambini raccogliendo fagioli e le donne che fronteggiano le forze dell’ordine.

Il titolo allude anche ad un rovesciamento dello stereotipo dell’uomo del sud, inetto e che scansa il lavoro, laddove proprio quel lavoro viene posto al centro dell’umanità, come motore della sua dignità. Ci sono anche le pitture di Roberto Giglio che aggiungono una nota di poeticità allo spettacolo che – immagino – vuole appunto creare una sorta di poesia per quei posti rurali. E tuttavia, i momenti poetici sono veramente difficili da intuire o “immaginare” (verbo più volte utilizzato dall’attore), perché le immagini presentate non lasciano allo spettatore emozioni troppo coerenti e, anzi, a volte si arriva alla bizzarria per alcune frasi che risultano essere quasi fuori contesto come “il lavoro fa bene all’amore”, senza che si capisca bene se la frase abbia un senso politico, artistico o poetico, e se non ne ha nessuno (di certo non bisogna sempre che tutto abbia un senso) non si capisce bene perché essa venga ripetuta con tanta insistenza.

Il merito innegabile dello spettacolo è quello di fare presente al pubblico una storia vera, la sofferenza concreta di contadini che patirono la fame e si “rovesciarono” contro i padroni. Ma le continue allusioni al comunismo non possono fare sistema in uno spettacolo di respiro non troppo ampio, a meno di una impresa ciclopica in cui un attore riesca a caricarsi sulle proprie spalle il compito di mettere insieme arte e politica. La virtù dello spettacolo è documentaria, le cose devono essere raccontate e, perché no, raccontate a teatro. Però l’ambizione di lanciare una ideologia politica deve essere portata sino in fondo con una forza estremamente coerente e convincente. Se vedere una proposta politico-ideologica condita da poeticità è troppo, non si capirebbe l’insistenza anche lessicale su termini della rivoluzione e del comunismo. Non è un male parlare di tutto ciò, ma bisogna averne la forza e la coerenza artistiche. Se si vede solo il documentarismo, che non è nemmeno un male, allora le molte allusioni appesantiscono lo spettacolo.

Antonio Sanges

http://antoniosanges.com

Antonio Sanges (Tricarico, 1991) è poeta, saggista e studioso di letteratura e filosofia contemporanea. Ha studiato a La Sapienza, Paris 8 e University College London. Ha pubblicato libri di poesia, tra cui Distensione del destino (Ensemble, 2025), e il saggio Les jeux sont faits (Carla Rossi Academy Press, 2023), dedicato a Beckett e alla “cultura della superficie”. Collabora con diverse riviste e blog, tra cui CulturSocialArt. Vive a Roma.

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