Intervista a Stella Novari e Alessandro Fea

La chiamavano Terra Santa è lo spettacolo scritto da Stella Novari e Alessandro Fea che racconta di Alda Merini
Stella Novari e Alessandro Fea saranno in scena al Teatro Porta Portese di Roma con La chiamavamo Terra Santa, in prima nazionale dal 6 all’8 dicembre. Il loro è un racconto che scava nei diari della poetessa Alda Merini, a lungo ricoverata in un manicomio di Milano.
Novari e Fea sono anche gli autori del testo che desidera parlare del coraggio e della forza della poetessa che, nonostante le sue vicissitudini, ha sempre avuto una grande considerazione per la vita. Il loro sarà un viaggio nella sofferenza, ma anche lil racconto intimo e profondo che la stessa Merini ha lasciato fra le pagine dei suoi diari, tra dolore, follia, ironia e speranza. Ringrazio entrambi per aver l’intervista e per essere qui, sulle pagine di CulturSocialArt.
Benvenuti. Sarete in scena a Roma per una prima nazionale con La chiamavamo Terra Santa, un’esperienza teatrale che intreccia parole e musica, come avete citato voi. Lo spettacolo parla di Alda Merini. Come avete conosciuto la poetessa e cosa vi ha attratti di lei?
Alessandro: Venni a contatto con Alda Merini in maniera approfondita circa nel 2008, quando ne feci uno studio per motivi artistici. Rimasi profondamente colpito dal suo rapporto con la vita. Quando venni a conoscenza di ciò che aveva vissuto, iniziai ad approfondire il suo rapporto con la follia, l’amore, etc. E fu soprattutto la sua enorme energia vitale a colpirmi. Un amore immenso per la vita, per l’amore, per il vivere, nonostante l’immane sofferenza vissuta in prima persona. E l’incontro con Stella mi ha permesso di approfondire ancora di più i suoi lati più intimi, profondi, umani. Un lavoro che mi ha fatto ulteriormente apprezzare e capire il suo rapporto con l’essere umano, con la follia, con le figlie, con il suo essere donna, oltre che artista.
Stella: Tanti anni fa ricevetti in regalo L’altra verità, diario di una diversa di Alda Merini, libro totalmente in prosa che narra la sua storia all’interno del Paolo Pini. Essendo un mio punto di focalizzazione da sempre lo studio degli artisti che sono stati internati in un manicomio loro malgrado, sono rimasta affascinata dal leggere qualcosa di completamente diverso dal solito.
Mi sono quindi accostata a lei prima con la prosa che con la poesia. E mi sono innamorata di lei da una sua frase che a mio avviso la racchiude benissimo: “le farfalle non vanno spolverate”.
Di Alda Merini si ricordano in particolare tanti versi, non a caso è considerata una delle più grandi poetesse del Novecento italiano, ma si ricorda anche la sua vita travagliata. Secondo voi c’è un rapporto tra l’animo sensibile della poetessa e quello tormentato della donna?
Alessandro: Certamente. Ed è anche il fulcro del nostro spettacolo. Il rapporto tra la sua artisticità, e l’essere donna, madre, moglie, figlia. Il suo vissuto terribile ne ha forse fatto elevare alcuni lati, ma la parte più pura dell’anima della Merini, è di una profondità inverosimile.
I suoi tormenti, la sua sofferenza, sono in continuo dialogo con la parte più positiva, più pulsionale verso la bellezza della vita. E forse, è stata quella la molla che le ha permesso di sopravvivere a quello che ha vissuto.
Stella: Certamente, uno è nutrimento dell’altro. La sensibilità è data da un livello di profondità di esperienza di vita raggiunto già da giovanissima, tramite gli orrori della guerra in primis e del manicomio poi.
Il vostro studio si basa in particolare sui diari della Merini. Cosa avete scoperto al loro interno?
Alessandro: I diari sono pieni di racconti, aneddoti, riflessioni, momenti di una umanità, crudità ma allo stesso tempo di una poesia così elevata, che sono un fiume di contrasti emozionali impressionanti.
I racconti di quello che aveva vissuto negli internamenti in manicomio, sono stati spunti di grande lavoro per noi nella preparazione allo spettacolo. Perché è qualcosa se vogliamo così lontano da una logica, da una realtà di vita che è stato ed è davvero difficile solo poterlo pensare o immaginare. Una cosa bellissima sono i racconti del suo rapporto con alcuni malati, medici. Quello che accadeva. I pensieri. Le emozioni. Del suo rapporto con le figlie. Le sue paure. Scritte in una maniera così potente da sembrare di poterle vivere con lei. C’è in quelle parole, la vita di una donna, che ha attraversato un vero e proprio inferno. E ne è uscita…
Stella: L’amara conferma di quanto l’essere umano possa diventare cattivo e spregevole quando ha un potere totale su un altro uomo viene addolcita dalla capacità della scrittrice di saper accettare il male e farne poesia. Questo emerge dai diari. Ed è stata una lezione di vita…

Cosa avete evidenziato nella messa in scena?
Alessandro: Abbiamo provato ad immaginare un viaggio, lavorando su 3 livelli scenici : una parte legata alla sua vita a casa, una al manicomio, ed una centrale come porta temporale tra il suo vissuto giovanile ed i passaggi tra un ricovero ed un altro. Lo spettatore sarà colpito nel vedere e vivere un continuo passaggio scenico ed emozionale, attraverso l’ottimo e difficile lavoro attoriale di Stella. Una ricerca sul personaggio complessa, profonda.
Nello spettacolo si va spesso agli opposti, buio-luce, crudezza-sacralità, abissi-vette. Eppure c’è nella Merini, in alcuni periodi, della lucidità eccelsa. I manicomi, utilizzati all’epoca non solo per le malattie psichiche, come hanno intaccato la sua vita?
Alessandro: Un’esperienza del genere credo distruggerebbe la vita di chiunque. Eppure lei, ha avuto una forza vitale sovrannaturale da poterlo sopportare, vivere, ed uscirne. Le sue riflessioni sull’essere umano sono di una lucidità, profondità di rara potenza. Lei è stata segnata da queste esperienze dentro al Manicomio, e lei stessa descriveva quella sofferenza come martirio, una parola che usa spessissimo.
Una sofferenza che a volte andava ben oltre l’umano. Eppure riusciva a rimanere in contatto con la sua mente, con le sue emozioni, con la sua parte migliore.
Stella: L’abisso del manicomio non l’ha risucchiata. O meglio, ha fatto sì che lei si attaccasse alla vita con la tenacia che l’ha sempre contraddistinta, uscendone con una conoscenza lucida dell’animo umano che le ha permesso di descriverlo nelle sue poesie e nei suoi diari come pochi altri hanno potuto.
Nello spettacolo c’è anche tanta musica, quali sono stati i criteri che avete usato per scegliere quella che avete creduto più adatta?
Alessandro: Più che tanta musica, ci sono anche tanti suoni. Sonorizzazioni a momenti scenici. Un appoggio spesso alla vocalità di Stella, alle parole, alle emozioni. Una sorta di sottotesto sonoro. In completa sintonia con la parola, il corpo, le emozioni.
Lei, Stella, come si è preparata per lo spettacolo?
Stella: La lettura dei suoi testi, dai diari alle primissime poesie, è stata accompagnata dalla visione di decine e decine di interviste fatte alla Merini dagli anni ’90 fino alla fine. La narrazione, sempre generosa, di se stessa è andata a sommarsi a quella che di lei hanno fatto le figlie, donandomi un quadro dai mille colori.
Con Alessandro siamo stati mesi a scrivere, a scegliere, a parlare di lei e di quello che volevamo approfondire. L’attenzione è andata a posarsi sulla donna, prima ancora che sull’artista, ed io essendo madre mi sono accostata in punta di piedi a quella che può essere stata la sua sofferenza.
La follia dell’attore sta nel capire quale parte di sé può accostarsi all’artista e risuonare con lui. Ecco, questo ho tentato di fare. Risuonare con lei. Con il suo amore per la vita e la sua positività nonostante tutto, con il suo rapporto con la grande Madama: la follia, con la scrittura, che l’ha salvata.
Cosa sperate arrivi al pubblico da questa visione di Alda Merini e dalla sua esperienza?
Alessandro: Speriamo che arrivi tanta emozione, tanta emotività. Che arrivi una Alda umana, donna, non solo artista. Una madre, in difficoltà con le sue figlie, con la vita, con il marito, con la società. Una Alda fragile, ma che allo stesso tempo possa dare al pubblico parte del suo impulso vitale, alla gioia e l’amore per la vita, per l’amore stesso. Una Alda che incita a cercare bellezza anche quando siamo nel baratro e non vediamo una luce. Ma una luce c’è sempre. Perché il mondo è bello, e pieno di cose belle. Basta volerle guardare.
Cosa vi aspettate dal pubblico?
Alessandro: Non lo sappiamo…e siamo noi i primi ad essere curiosi per questo debutto.
E da voi stessi?
Alessandro: È un lavoro a quattro mani che ci ha portato in un viaggio di studio, lettura, analisi, confronti, elaborazioni, tagli…Un’esperienza che comunque vada lo spettacolo, ci ha soddisfatto e fatto crescere come autori, attori, musicisti, ma soprattutto esseri umani. Perché affrontare argomenti del genere, ti obbliga ad un lavoro interiore volente o nolente. Ad un confronto personale con noi stessi. è un testo a cui siamo legati moltissimo, un lavoro che speriamo possa avere una sua vita importante.
Grazie per essere stati con noi!






