Le donne e la vita nello spettacolo di Caterina Venturini

Il viaggio di Teresa racconta di donne, di coraggio, di conflitti, di non detti: racconta di vita

In scena al Teatro Vascello di Roma “Il viaggio di Teresa” atto unico scritto da Caterina Venturini in scena insieme a Carla Cassola e Maurizia Grossi. Il testo, in scena dal 27 al 31 dicembre, racconta di eutanasia, di donne, di scelte di vita e di molto altro ancora. Ne abbiamo parlato insieme all’autrice Caterina Venturini, che ringraziamo per aver risposto alle nostre domande.

Lo spettacolo affronta uno dei tempi più discussi di questi anni: l’eutanasia. Scelta giusta o scelta sbagliata? Certo, ci si dovrebbe confrontare con tante situazioni, ognuna a sé stante. Lei perché ha scelto di parlarne?

Il tema dell’eutanasia è purtroppo più discusso, che risolto. Difficile comunque che ciò avvenga in un paese di forte tradizione cattolica come il nostro e progressista più a parole che a fatti. Lo spettacolo in verità attraversa soltanto, il tema dell’eutanasia. È uno dei temi e delle riflessioni in campo, ma non il solo. Si parla del diritto ad una morte dignitosa, sì, ma anche di quanto sia importante ‘alzarsi sazi dalla tavola’. Ovvero andarsene senza rimpianti, conflitti irrisolti, segreti e non-detti e che la maturità, può essere ancora un tempo importante da vivere: un albero maturo può anche dare i suoi frutti migliori. Una storia di perdono e di rinnovata alleanza femminile, che vede protagoniste una madre anziana e le sue due figlie. ‘Una morte dignitosa non vale meno di una vita dignitosa’.

Lo spunto sull’argomento eutanasia è anche il momento per parlare di donne, per parlare della loro vita, delle loro speranze, dei loro sogni spesso infranti: quest’ultima è una questione caratteristica più della sfera maschile o femminile?

Una frase del testo dice ‘le donne, con la maturità, tendono a dare fondo alla vita. Gli uomini a combattere la morte’. La società ancora oggi mortifica la donna, le chiede continue prove di capacità, la sottopone a giudizio continuo. Ma la donna ha qualcosa di indomito, dentro di sé. Qualcosa che la fa essere forte, responsabile e coraggiosa. Qualcosa che non le fa temere la vita. Forse perché ha la prerogativa di darla.

Quanto le donne, possono investire nel proprio futuro e sentirsi realizzate?

Le donne devono, investire nel proprio futuro e credere senza tema nelle proprie capacità e nella possibilità di essere indipendenti, senza mutuare cliché dal mondo maschile. La realizzazione poi, dipende da tanti fattori. Qualunque giovane che si appresta ad affrontare la vita, professionale, affettiva, sentimentale, incorrerà in difficoltà e ostacoli. È normale. Le donne di più. Ma credo anche che la cultura stia cambiando, che non può che cambiare. Per forza. Ci vorrà ancora un po’ di tempo. Ma credo nei nostri giovani, e confido in un’educazione che terrà sempre più conto del rispetto della persona, aldilà del genere.

Teresa, la protagonista, ha vissuto una vita normale, eppure si ritrova a non avere la forza di affrontare la malattia, il declino. Perché? Quanto la società di oggi incide su queste scelte?

Sicuramente la società di oggi ci chiede efficienza e prestanza ad libitum. La nostra è una società di vecchi, ma non una società per vecchi. Nel caso della nostra protagonista, c’è anche un personale senso di vitalità, curiosità, passione, indipendenza che la rendono poco incline ad accettare l’aiuto degli altri o a doverlo chiedere. Un po’ più di umiltà, aiuterebbe a saper chiedere chi non ama farlo, e a saper dare chi è chiamato all’aiuto e alla comprensione verso i più fragili: ciò che offriamo oggi, potrebbe essere ciò di cui, anche noi, potremmo avere bisogno domani. Una comunità umana più empatica, accogliente e solidale.

Cosa ammira e cosa invece non ama del personaggio di Teresa?

Di Teresa amo il coraggio che ha dimostrato in momenti importanti della vita. Di Teresa non amo l’eccessivo orgoglio, che l’ha resa miope in momenti importanti della vita.

Come sono le sue figlie? A chi o cosa si è ispirata per i due personaggi?

Le due figlie hanno entrambe dentro di sé un po’ di ‘Teresa’. Le tre donne sono espressione di modalità differenti di affrontare la vita e i sentimenti, ma in fondo, assai più vicine di quanto loro stesse immaginino. Credo che sia un testo che parla non poco di me, di come sento e ho sentito nella vita, la fatica e lo splendore di essere donna. E il grande senso di alleanza femminile.

Perché ci sentiamo più sconfitti, in generale, che vincitori della nostra esistenza?

Non credo che sia giusto sentirsi né sconfitti né vincitori. Credo che bisognerebbe solo pensarsi giocatori e non spettatori. Semplicemente. Giocatori che devono combattere, e non stare solo a guardare gli altri farlo. Ma combattere col resto della squadra e per il resto della squadra. Poi… si può vincere o perdere…

Qual è il messaggio che vuole inviare con questo testo?

Penso a raccontare storie, più che a inviare messaggi. E questa è una storia di segreti svelati, di non-detti, di conflitti, di errori, di sofferenza, ma anche di perdono e amore.

Prima di lasciarci, vorrei farle un’ultima domanda. Cosa si aspetta Caterina Venturini per il suo futuro?

Io penso sempre che la cosa più bella, devo ancora farla! E sfido a impedirmelo! J

Grazie per essere stata con noi!

Grazie a voi!

Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

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