Train de Vi(T)e

InCorti da Artemia 2026: uno sguardo sulla routine frenetica

Train de Vi(T)e è un corto teatrale che della routine di una pendolare. Scritto, diretto e interpretato da Francesca Danese, sarà in scena venerdì 17 aprile al Centro Culturale Artemia.

InCorti da Artemia – Festival Nazionale di Corti Teatrali è giunto alla sua decima edizione. 10 anni di teatro, passione e talento. Saranno tre serate imperdibili dal 17 al 19 aprile, con 15 corti da tutta Italia, tra emozioni, sperimentazione e spettacolo dal vivo… tutto a vista!

Il corto Train de Vi(T)e è la riduzione e il riadattamento originale dello spettacolo VitVit! Storia di una pendolare e prende in esame la vita ormai diventata una corsa contro il tempo. La maggior parte delle persone si ritrova a dover fare i conti con la vita frenetica. Cosa perdiamo nel nostro essere e andare sempre di corsa?

Direi che anzitutto perdiamo delle possibilità: possibilità di respirare, di leggere le nostre emozioni, di gioire profondamente di qualcosa, di cercare delle alternative, di riflettere su dove siamo o su quale direzione prendere per la nostra vita. O magari perdiamo anche solo la possibilità di compiere con soddisfazione i gesti più semplici: dormire, mangiare, leggere un libro, passeggiare senza scopo.

A volte la giornata diventa una corsa a ostacoli nel tentativo di incastrare tutto ed essere efficienti e produttivi, e questo vale sia per chi ha famiglia che per chi è single. Il tempo, di per sé, è un “continuum”, ma in questa rincorsa è sottoposto a una costante frammentazione che riduce i nostri spazi vitali, fisici e mentali.

In questa quotidianità, quali diventano i punti di contatto e quelli fissi che poi andranno a caratterizzare la vita di pendolari, come la protagonista, o delle semplici persone che continuano a correre lasciando dietro di sé gran parte delle relazioni umane?

Nel panorama – certo pessimista – che ho descritto anche le relazioni vengono inevitabilmente macinate da questa ruota che gira di continuo. A volte anche, banalmente, per stanchezza. Può sembrare eccessivo, ma l’iperbole, a teatro, è proprio il modo per mettere a fuoco determinate dinamiche, come se usassimo una lente di ingrandimento. Dinamiche, va detto, peggiorate anche dall’ingerenza dei social e dei mezzi di comunicazione, che ci danno l’idea di essere sempre connessi gli uni agli altri, ma spesso senza qualità né profondità, contribuendo alla frammentazione di tempi e spazi di ascolto.

Il mio personaggio, con tutto il suo parlare e raccontare, comunica in realtà una grande solitudine: il suo spasmodico desiderio di contatto si esprime nel dialogo con l’immaginaria donna che le siede affianco, ma è un tentativo di accontentarsi, una ricerca che sfocia in una magra consolazione, come quando afferma che in fondo quello in treno è pur sempre un tempo in cui si può fare conoscenza con gli altri, lasciando presumere che non vi siano molte possibilità al di fuori del meccanismo rappresentato simbolicamente dal treno.

Scendendo – metaforicamente – dal palco, non dubito che spazi di incontro e relazione ci siano (lasciando volutamente da parte, “di default”, le relazioni con i familiari prossimi), ma a volte vanno reinventati, cercati. Mi viene in mente un fatto avvenuto poco dopo una delle repliche del mio spettacolo VìtVìt! (nel quale, annoto, la protagonista chiede al capotreno di fermarsi in mezzo alla campagna per fare due chiacchiere con calma): un giorno c’è stato un lungo blocco di un treno regionale e un gruppo di persone, sceso dal tremo, ha cominciato a suonare e ballare. L’ho trovato bellissimo!

Come ha preparato lo spettacolo e cosa ha osservato di più della nostra frenetica vita?

Lo spettacolo ha avuto una lunga gestazione (la prima cellula è nata diversi anni fa durante una residenza teatrale) e la riduzione/adattamento a corto teatrale – oltre che una stimolante sfida per chi scrive, e che fa parte integrante del percorso – viene in un momento maturo dello spettacolo (forse anche mio?), in cui, a seguito di un lungo stop durante e dopo il Covid, ho rimesso mano al lavoro e l’ho messo a punto.

La preparazione, nello specifico, ha avuto tanti momenti: dalla ricerca di materiali – immagini, fatti di cronaca, letteratura – alla scrittura vera e propria (con tutti i suoi andirivieni…), alla preparazione fisica, visto che il dispendio energetico per me in questo lavoro è notevole. L’osservazione del mio vissuto – i miei anni da pendolare, ma anche le mie personalissime lotte contro il tempo – e, come mi piace dire, l’“auscultazione” (sì, come fa un medico quando ascolta il battito cardiaco!) della realtà intorno a me è stata fondamentale: non solo per arricchire lo spettacolo di materiali, ma anche come verifica di quello che nello spettacolo dico e racconto. Non dimentico, poi, tutti gli sguardi preziosi dei colleghi che hanno nutrito il processo artistico e lo hanno arricchito.

Come affronterai il pubblico e la giuria del Premio InCorti da Artemia?

Bella domanda…Sicuramente con un bel po’ di ansia, ahahah. Ma anche col piacere di portare un lavoro a cui sono affezionata davanti a persone che non mi conoscono e in una realtà teatrale e urbana diversa dalla mia.

Cosa ti aspetti dal concorso e cosa darai ad esso?

Dalle comunicazioni che ci sono state finora, ho già avuto modo di sondare, con piacere, la grande cura e la grande attenzione che ci sono dietro la preparazione di questo concorso e sono certa che le ritroverò tutte anche dal vivo.

Trattandosi, appunto, di un concorso, la tensione sarà inevitabile per tutte/i le/i partecipanti, ma le premesse mi suggeriscono che l’atmosfera sarà positiva e collaborativa. E chissà che questi incontri non siano prolifici anche in futuro. Personalmente, al di là degli esiti finali, spero di regalare al pubblico e alla giuria un momento di teatro godibile e di valore.

Grazie e in bocca al lupo!

Grazie a te e viva il lupo! (amo gli animali)

Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

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