Don Giovanni, l’incubo elegante di Michela Murgia

Conoscete davvero l’opera del Don Giovanni?
Credevo di conoscere bene il Don Giovanni, opera che ho visto anche dal vivo un paio di volte, ma dopo aver ascoltato l’analisi di Michela Murgia nel suo spettacolo mi devo ricredere.
Un’opera che ha avuto un grande successo, quella del Don Giovanni, molto amata dal pubblico. Forse per questo che negli anni è stata riletta, analizzata, rivisitata, interpretata in modi diversi. Ma alla fine cosa ne è rimasto della vera natura dell’opera? La scrittrice sarda, con la passione e la dialettica che la contraddistinguono, riporta il pubblico alle origini dell’opera come pensata inizialmente da Mozart e Da Ponte, “il Battisti e il Mogol dell’opera settecentesca” come li definisce la Murgia.
“Don Giovanni, l’incubo elegante” è andato in scena al Teatro Carcano dal 2 al 5 dicembre. Accanto alla Murgia, Giancarlo Palena che ha suonato con la sua fisarmonica le musiche di Mozart e un cantante lirico che ha interpretato Leporello e Don Giovanni – davvero molto belli e ben orchestrati i duetti cantati e parlati.
Nell’immaginario comune, dice la scrittrice, siamo portati un po’ tutti a pensare al “Don Giovanni” come lo stereotipo di uomo che ha un gran successo con le donne, un “Casanova”. Ma in realtà era un delinquente, un assassino, uno stupratore, un uomo che desiderava ingannare donne, ma anche uomini. Infatti il titolo originale dell’opera sarebbe “Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni”. Un uomo falso, dalle mille maschere, che cerca di sedurre tutte le donne senza grandi distinzioni – “purché porti la gonnella voi sapete cosa fa”.
Accanto a lui c’è il servo Leporello, stereotipo dell’uomo che invidia l’audacia altrui, rimanendo sempre un po’ in disparte, “un guardone” insomma. Non certo una personalità positiva, perché nel suo intimo vorrebbe essere anche lui un delinquente.

Figura invece maschile positiva è quella di Don Ottavio, che chissà perché nelle varie interpretazioni negli anni è finito ad essere relegato a personaggio minore. Fidanzato di Donna Anna, vittima della violenza di Don Giovanni che si tormenta e cerca riscatto e vendetta, Don Ottavio sostiene l’amata. Ama Anna, rispetta il suo dolore, l’accompagna e l’assiste nell’angoscia.
Donna Anna è una sopravvissuta che cerca di rimettere insieme i pezzi della sua vita. Altra figura tormentata femminile è quella di Elvira, che invece innamorata di Don Giovanni si sente tradita e a lui non vuole rinunciare.
Personaggio positivo femminile è invece quella della giovane contadina Zerlina, che alle lusinghe ingannatrici di Don Giovanni riesce a resistere. Armata di malizia e piena consapevolezza del suo corpo e della sua femminilità, Zerlina affronta la vita con leggerezza e spensieratezza.
La Murgia utilizza l’analisi del Don Giovanni è in realtà come pretesto per indagare la psicologia umana, ma soprattutto come una cultura “maschilista” riesca a stravolgere il senso degli eventi, offrire prospettive alterate della realtà e radicare valori sbagliati. Conducendo il pubblico in un dedalo di associazioni, citazioni letterarie e filosofiche, rimandi alla contemporaneità, la scrittrice offre uno spazio di riflessione tanto sociale quanto interiore e personale.
Lo spettacolo si conclude così sulla scia del pensiero dello psicologo Fabio Galimberti (nel suo libro “Il principe nero. Don Giovanni: un sogno femminile”) e della scrittrice Atwood (nei suoi racconti “Fantasie di stupro”). Entrambi arrivano alla conclusione che quest’uomo senza volto che è il don Giovanni continua anche oggi ad avere successo con le donne, e a perpetrare i suoi inganni anche nella vita reale, in quanto le donne continuano a proiettare in lui desideri intimi mai espressi.
Don Giovanni, uomo che nella vita di tutte prima o poi è passato, chiude la Murgia, smetterà di esistere come archetipo, non quando gli uomini non proveranno più ad imitarlo, ma soltanto quando le donne smetteranno di credergli.





