Francesca Bruni racconta Sembri tua madre

In scena la famiglia con vite e gesti che si ripetono
Sembri tua madre è lo spettacolo in scena dal 3 al 7 dicembre al Teatro Trastevere di Roma. Scritto e diretto da Francesca Bruni, con in scena Roberto Pesaresi, Daniela Bianchi, Francesco Della Torre, Giulia Mataloni, Michel Berinucci. È un racconto sulla famiglia, sulle vite che si succedono e su quei gesti che si ripetono e che legano le persone a coloro che le hanno precedute. È un guardarsi dentro e attorno, uno scoprirsi o riscoprirsi parte di una famiglia, legati indissolubilmente ai vari componenti presenti o passati.
Ne ho parlato insieme a Francesca Bruni che ha scritto il testo e lo dirige.
Sembri tua madre è il titolo del suo spettacolo in scena al Teatro Trastevere. Questa è una delle frasi che si dicono spesso in famiglia e che a volte fanno piacere, altre no. Come la vivono gli attori in scena? E lei come l’ha vissuta, se gliel’hanno detta?
“Sembri tua madre” è una frase che raramente viene detta come un complimento. Ha sempre un doppio taglio: può far sorridere, ma può anche pizzicare nel profondo. Gli attori, Roberto Pesaresi, Daniela Bianchi, Francesco Della Torre, Giulia Mataloni e Michel Berinucci, l’hanno affrontata ognuno con la propria storia alle spalle: c’è chi l’ha sentita come un riconoscimento, chi come una ferita, chi come una verità inevitabile. E tutto questo in scena si vede, si sente.
A me l’hanno detta molte volte. A volte l’ho presa bene, altre volte mi ha fatto arrabbiare. Ma è una frase che obbliga a guardarsi dentro, a chiedersi cosa di noi appartenga davvero a noi stessi e cosa arriva da chi ci ha cresciuti.
È anche per questo che ho chiesto agli attori, durante il lavoro sul personaggio, di raccontarmi un gesto, un’abitudine, una cosa precisa che ricordavano della propria madre o del proprio padre, qualcosa che si sono portati dentro senza quasi accorgersene. Sono stati racconti preziosi: hanno aperto una porta intima che ha reso i personaggi più autentici.
Al centro dello spettacolo la famiglia con le sue mille sfaccettature. Quali sono le caratteristiche di questa famiglia?
Non è una famiglia perfetta, né particolarmente straordinaria. Ed è proprio questo il punto: nelle loro imperfezioni riconosciamo qualcosa di nostro. È una famiglia che vive tra ironia, affetto e silenzi e che continua ad andare avanti anche quando le crepe diventano difficili da ignorare. Non sono personaggi straordinari: sono persone normali. Ma, proprio per questo, hanno una profondità che non ha bisogno di essere spiegata. È la loro quotidianità a raccontarli: un caffè, un disco che gira, una barzelletta ripetuta da anni. E in questa ripetizione c’è tutta la bellezza di ciò che non riescono a dire.
Come vivranno gli spettatori questo racconto? Cosa resterà in loro?
Credo che gli spettatori entreranno pensando di assistere a una storia semplice, quasi domestica. E in parte è così: l’inizio ti fa sentire a casa, come se stessi osservando una famiglia dall’altra parte di una porta socchiusa. Poi, poco alla volta, qualcosa cambia. Non in modo evidente, ma con quelle piccole vibrazioni che nella vita capiamo solo dopo. Lo spettatore inizia a guardare con più attenzione.
Ognuno porterà via qualcosa che gli assomiglia: un ricordo, una frase, una somiglianza che pensava di aver dimenticato. E forse la curiosità di tornare a vedere cosa gli era sfuggito la prima volta. O magari la voglia di tornare a casa e fare pace con qualche ricordo.
Cosa ha chiesto ai suoi attori?
Ho chiesto prima di tutto autenticità. Non volevo interpretazioni “pulite”, volevo le esitazioni, le imperfezioni, i piccoli inciampi che rendono veri i rapporti umani. Ho chiesto che usassero gli occhi almeno quanto la voce, perché negli sguardi vive sempre una parte della storia che le parole non raccontano. E poi ho chiesto di fidarsi: del testo, del gruppo, del tempo della scena. È così che si costruisce una famiglia teatrale che respira come una famiglia reale.
Lei ne è regista oltre che autrice: quanto ha messo del suo vissuto personale?
C’è molto della mia memoria emotiva, ma non della mia biografia.
Non racconto la mia storia, racconto sensazioni che conosco: le cucine che non cambiavano mai, le frasi che passavano da una generazione all’altra, i legami che resistono anche quando la vita ti scompone. Ho messo dentro lo sguardo con cui osservavo gli adulti da bambina, quella sensazione di cercare di capire cosa succedesse tra le loro parole e i loro silenzi.
Credo che il teatro nasca da lì: da un’emozione che non sai definire e che provi a trasformare in scena. E in tutto questo c’è una cosa che non nascondo: sono un’inguaribile romantica. Combatto il cinismo ogni giorno, perché credo che il teatro serva anche a ricordarci che i sentimenti non sono una debolezza, ma un linguaggio. I miei testi cambiano tono, temi, epoche… ma al centro c’è sempre la stessa bussola: l’amore come forza che salva.
Riflettendo, noi figli, alla fine, siamo lo specchio dei nostri genitori, o di chi ci ha cresciuti. Fino a quando ciò può essere un bene e fin quanto un male?
Siamo uno specchio, sì, ma uno specchio che cambia angolazione ogni anno che passa. Prendiamo qualcosa, lo conserviamo, lo rifiutiamo, lo trasformiamo. È un bene finché ci dà radici e memoria, finché ci ricorda da dove veniamo. Diventa un limite quando smettiamo di chiederci chi vogliamo essere davvero. Credo che il segreto stia nel trovare una misura: riconoscere ciò che ci abita, senza farci definire interamente.
Diventare adulti è proprio questo: imparare a somigliare a chi ci ha cresciuti, ma solo nella parte migliore. Non perché dobbiamo essere perfetti, ma perché credo che, nonostante le imperfezioni, tutti meritiamo la possibilità di resistere, di farcela, di scrivere la nostra parte. Abbiamo bisogno di scrivere la nostra favola, quella che ci ricorda che l’amore è ancora possibile. E fa bene al cuore.
Grazie e in bocca al lupo per lo spettacolo!
Grazie a voi. Evviva il lupo! Ogni debutto è un salto nel vuoto, ma è anche la parte più bella del nostro mestiere.





