Licia Amendola racconta Petricore

La pena di morte, il giustizialismo, sono gli ingredienti di Petricore
È andato in scena fino al 14 dicembre, al Teatro Cometa Off, lo spettacolo Petricore, scritto da Licia Amendola & Simone Guarany, regia Licia Amendola con Matteo Cirillo, Leonardo Bocci, Simone Guarany, Andrea Ottavi, e Cinzia De Carolis. Un lavoro che parla di pena di morte, di giustizialismo. In scena due carcerieri, un condannato a morte e un giudice, quest’ultima grazie alla voce fuori campo di Cinzia De Carolis. Un’attenta analisi della situazione, e un racconto su una ipotetica e fantasiosa situazione italiana, dove la pena di morte è stata abolita, mentre il tutto si concentra sul pensiero, l’analisi della gente, della democrazia, della politica.
Una lunga riflessione che non dà risposte, ma che fa scaturire domande, facendoci guardare dentro. Sono solo alcune delle cose che mi ha raccontato Licia Amendola, che ringrazio per aver risposto alle domande.
Ciao Licia, sei al Teatro Cometa Off con lo spettacolo Petricore, del quale sei autrice insieme a Simone Guarany e regista. Cosa rappresenta Petricore? Perché lo avete chiamato così?
Ciao Sissi! Bentrovata. Sì, Petricore è un testo scritto a quattro mani, ma l’idea iniziale è nata da Simone. Era l’estate del 2022, ci trovavamo a Potenza per lavoro e una sera iniziò a piovere. Dopo mesi di siccità, quell’odore della terra bagnata mi colpì profondamente: è un profumo che ho sempre amato, e quella sera lo dissi a Simone per la prima volta. Eravamo con un amico comune che, incuriosito, si chiese se esistesse un termine preciso per descriverlo. Cercammo su Google e scoprimmo la parola “petricore”. Un termine poetico, evocativo, che ci rimase impresso.
Solo tempo dopo, quando Simone mi parlò del progetto, scoprii che quell’episodio gli aveva acceso un’immagine potente: quella di una persona chiusa in carcere da anni, privata anche di un odore così semplice e vitale. Da lì è nato lo spunto per la storia che raccontiamo. Petricore è diventato il simbolo di tutto ciò che ci manca quando perdiamo la libertà: le piccole cose, i dettagli, i sensi, la vita che scorre fuori.
Tema principale della drammaturgia è la pena di morte che porta con sé anche il giustizialismo. Cosa di questo argomento vi ha colpiti particolarmente?
Ci ha colpito soprattutto la facilità con cui, nella società, si tende a giudicare. Spesso lo si fa in modo netto, impulsivo, senza conoscere davvero le storie, le fragilità, le circostanze. E ancora più spesso si confonde la giustizia con la vendetta, come se punire fosse l’unico modo per ristabilire un equilibrio.
Il perdono, in questo contesto, viene troppo spesso relegato a una dimensione religiosa, come se fosse una pratica esclusivamente cattolica. Ma non è così. Il perdono è un atto umano, profondo, che riguarda la possibilità di vedere l’altro nella sua complessità, anche quando ha sbagliato. È una scelta difficile, certo, ma potentissima. E non ha nulla a che vedere con l’assoluzione: ha a che fare con la possibilità di trasformare il dolore in consapevolezza.
Un altro aspetto che ci ha toccati è la funzione del carcere. In teoria dovrebbe essere un luogo di rieducazione, di recupero, di rinascita. Ma troppo spesso si riduce a una punizione fine a se stessa, che non lascia spazio alla possibilità di cambiare. E allora ci siamo chiesti: cosa succede se a un essere umano togliamo ogni possibilità di redenzione? Cosa dice questo di noi, come società?
Queste domande sono il cuore pulsante dello spettacolo. Non pretendiamo di dare risposte, ma vogliamo aprire uno spazio di riflessione, di dubbio, di empatia. Perché solo mettendoci nei panni dell’altro possiamo davvero capire cosa significa essere liberi. E cosa significa, davvero, essere umani.
Tu sei attrice, doppiatrice, autrice, regista. Com’è avvenuto il passaggio dalla scrittura alla regia? Cosa ha prevalso in te?
Il passaggio alla regia è avvenuto quasi per necessità, in occasione del primo spettacolo che abbiamo realizzato insieme: Caso, Mai – L’imprevedibile virtù della Dignità. Il testo lo aveva scritto Simone, io lo avevo rivisto e ritoccato, ma senza stravolgerlo. Era un progetto a cui lui lavorava da anni, lo conoscevamo a fondo e i protagonisti – e di conseguenza il mondo che gravitava loro intorno – erano nati dalle nostre visioni condivise. Affidarlo a qualcun altro sarebbe stato un rischio: temevamo che se ne perdesse il senso più profondo. Per questo decidemmo di firmare insieme la regia, anche perché eravamo entrambi in scena come attori.
Lo spettacolo ebbe un grande successo e da lì abbiamo capito che, per i testi scritti da noi, la regia doveva restare nelle nostre mani: è il modo più naturale per garantire continuità tra scrittura e messa in scena.
Nel caso di Petricore, invece, la regia è interamente mia. È un testo per tre uomini, Simone è uno dei tre attori, e io avevo una visione molto precisa di come lo spettacolo dovesse prendere forma. Qui devo ringraziare profondamente Giulia Bornacin – grande amica, superba attrice e, all’occorrenza, anche scenografa e tuttofare – che ho voluto come aiuto regia e direttore di scena in entrambi gli spettacoli. Con il suo ingegno e le sue stesse mani è riuscita a rendere reali le mie idee, e vi giuro che non era affatto semplice. Chi ha visto lo spettacolo lo sa bene.
Essendo un testo scritto a quattro mani, vi siete divisi i compiti, gli argomenti, oppure avete lavorato in simbiosi?
Io e Simone, prima ancora che una coppia nel lavoro, siamo una coppia nella vita. Abbiamo iniziato a scrivere insieme nel 2022, due anni dopo l’inizio della nostra relazione, e da subito abbiamo capito che funzioniamo sorprendentemente bene. Sarà che io credo molto nell’idea che, nella vita come nel lavoro, sia fondamentale che uno arrivi dove l’altro non arriva: ci si incastra, ci si completa a vicenda, senza pretese, in un clima di ascolto reciproco.
Per questo non lavoriamo quasi mai sulla stessa cosa nello stesso momento. È vero, ci dividiamo i compiti, ma senza schemi rigidi. Simone è fortissimo nel generare idee e intuizioni, nel trovare gli spunti da cui far nascere ogni storia. Io invece ho un occhio più ampio: mi viene naturale capire cosa va approfondito, cosa va limato, dove serve scavare di più. Quando scrivo, vedo già il film completo della storia che stiamo costruendo.
Non siamo presenti quando l’altro scrive: ci passiamo il testo come fosse una palla, più e più volte, in un continuo scambio. E poi, nelle battute finali, torniamo entrambi sulla storia per darle la forma definitiva. Devo dire che è davvero un bellissimo lavoro di squadra!
Tornando all’argomento principale, la pena di morte, appunto, presente in molti paesi, ancora troppi, quali sono state le cose, notizie che vi hanno sorpresi?
Senza dubbio, una delle cose che ci ha colpito di più durante la nostra ricerca è la situazione in Giappone. È sorprendente scoprire che la legge sulla pena di morte lì non viene aggiornata dal 1873: un dato che, di per sé, racconta molto. Lì, la pena di morte è prevista in caso di omicidio plurimo o di omicidio particolarmente efferato e viene eseguita tramite impiccagione. Ma ciò che ci ha davvero sconvolti è la pratica secondo cui i condannati a morte non vengono informati in anticipo del giorno della loro esecuzione. Lo scoprono solo poche ore prima, spesso la mattina stessa.
Questo significa che ogni giorno, per anni, un detenuto può svegliarsi senza sapere se sarà l’ultimo. È una forma di tortura psicologica silenziosa, legalizzata, che si consuma nell’attesa. E non riguarda solo il condannato: anche le famiglie vengono avvisate solo a esecuzione avvenuta. È un sistema che, pur essendo perfettamente regolamentato, ci ha fatto riflettere su quanto la pena capitale non sia solo una questione di giustizia, ma anche di umanità, di dignità, di tempo sospeso.
E più approfondivamo la ricerca, più ci rendevamo conto della brutalità intrinseca della pena di morte, in qualsiasi forma venga applicata. Al di là dei metodi, ciò che colpisce è l’idea stessa di togliere la vita come risposta a un crimine. Per quanto terribile possa essere l’atto commesso, crediamo che nessun essere umano meriti di essere sottoposto a un trattamento che annulla completamente la sua dignità. La pena capitale non punisce solo: priva, cancella, definisce una persona esclusivamente attraverso il suo errore più grande, senza lasciare spazio a nient’altro.
È questo che ci ha fatto riflettere profondamente: la giustizia non dovrebbe mai trasformarsi in vendetta, né replicare la violenza che condanna. E più studiavamo questi sistemi, più ci rendevamo conto che la pena di morte non è solo una questione legale o politica, ma un nodo profondamente umano, che riguarda il valore della vita, la possibilità di cambiamento, e il modo in cui una società decide di guardare ai suoi errori e a quelli dei suoi cittadini.
La storia racconta di un condannato a morte in Italia, condanna ritornata, per finzione, dopo 70 anni. Alla luce del clima politico odierno, potrebbe essere un passo realmente possibile in Italia? E come la prenderebbero gli italiani?
C’è tanto malcontento in Italia per svariate situazioni. Per gioco, per pubblicizzare lo spettacolo, siamo stati in giro per Roma e abbiamo intervistato le persone chiedendo cosa ne pensassero di un’eventuale reintroduzione della pena di morte.
In pochi ci hanno detto che secondo loro sarebbe cosa giusta. Per fortuna, almeno nel quadro costituzionale e culturale attuale, oggi è impensabile un suo ritorno. La nostra Costituzione, all’articolo 27, sancisce il principio della rieducazione della pena e vieta esplicitamente la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari in tempo di guerra – una clausola che, di fatto, è ormai superata. Inoltre, l’Italia è vincolata da trattati internazionali, come il Protocollo n. 13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che vieta la pena capitale in ogni circostanza.
Quanto agli italiani, è vero che il clima politico e sociale attuale è attraversato da tensioni, paure e richieste di maggiore sicurezza. In certi ambienti, si sente talvolta una retorica punitiva, che invoca pene più dure, anche simbolicamente estreme, ma credo che la reazione sarebbe fortemente divisiva. Una parte della popolazione, spinta dalla rabbia o dalla sfiducia nelle istituzioni, potrebbe anche accogliere con favore un ritorno simbolico della pena capitale. Ma un’altra parte – forse più silenziosa, ma non meno presente – difenderebbe con forza i valori fondanti della nostra democrazia. In fondo, è proprio questo il cuore del nostro spettacolo: non tanto la pena di morte in sé, ma il conflitto tra giustizia e vendetta, tra diritto e desiderio di punizione, tra memoria e paura del presente.

In scena un gruppo di attori giovani ma di grande talento, Matteo Cirillo, Leonardo Bocci, Simone Guarany, Andrea Ottavi, e Cinzia De Carolis, della quale si sente la voce. Com’è stato guidare il cast e cosa hai chiesto ai tuoi attori?
Il tipo di teatro che proponiamo è fatto di vita vissuta, di emozioni autentiche. Il pubblico deve potersi immedesimare in ciascun personaggio per far sì che vengano toccate quelle corde che possano farlo empatizzare ora con uno, ora con l’altro personaggio, in modo che, lasciandosi attraversare dalle loro storie, ciò che emerge possa poi andare a fondo nel proprio animo. Quello che amo nel teatro e che quindi chiedo agli attori è prima di tutto la verità. Nella recitazione, nei gesti, nei silenzi, nei sentimenti. Devo dire che non è stato difficile: fin da subito si è creato un clima di fiducia reciproca. Gli attori si sono affidati a me con generosità, e questo ha reso il lavoro di regia profondamente umano, oltre che artistico.
Alcuni ruoli sono nati già con un volto preciso in mente. Quando io e Simone abbiamo scritto il testo, ad esempio, il personaggio di Marco è stato pensato per Leonardo – che nasce come influencer prima che come attore, ma che ha una capacità innata di mettersi a completo servizio del personaggio che interpreta, dando prova di uno straordinario talento che quasi mi sorprende ad ogni replica.
Inizialmente, invece, Simone avrebbe dovuto interpretare l’altra guardia penitenziaria, mentre Matteo Cirillo era stato immaginato nel ruolo del condannato. Ma a pochi giorni dall’inizio delle prove, lo scorso anno, ho avuto un’intuizione: invertire i due ruoli. E ho fatto centro. L’accoppiata Leonardo/Matteo è risultata esplosiva, intensa, perfettamente bilanciata.
Matteo è un gran professionista, un attore che ho sempre ammirato tanto e che non si risparmia mai: dà tutto sé stesso, dentro e fuori la scena. Con lui non ho mai incontrato difficoltà. La sua capacità di ascolto, la profondità con cui accoglie le indicazioni e la sensibilità con cui costruisce il personaggio sono davvero rare.
Leonardo nasce come influencer prima che come attore. Quando con Simone abbiamo pensato a lui aveva poca esperienza di teatro, eppure la sua semplicità e la sua innata capacità di mettersi a completo servizio del ruolo che interpreta ci hanno ha dato prova di uno straordinario talento che quasi mi sorprende ad ogni replica e che dona al personaggio di Marco una profondità sconfinata.
Andrea Ottavi è entrato nel cast quest’anno, prendendo il posto di Matteo in alcune repliche: provenendo soprattutto dal cinema, ha portato con sé un approccio diverso, molto personale. Inserirsi in un gruppo già affiatato non è mai semplice, ma Andrea ha saputo farlo con intelligenza e sensibilità. Ha scelto di non imitare, ma di reinterpretare: ha costruito un Claudio tutto suo, toccante nella sua autenticità. E il pubblico lo percepisce, lo sente, lo premia.
Con Simone, invece, è sempre curioso lavorare. Essendo coppia nella vita, saper tenere distinti i ruoli sul lavoro non è sempre facile, soprattutto quando si affrontano tematiche così intense e delicate. Il personaggio di Valerio, poi, è tutt’altro che semplice: richiede una grande profondità emotiva e una capacità di ascolto costante, sia verso se stessi che verso gli altri in scena.
Eppure, nonostante le complessità, abbiamo fatto un ottimo lavoro. C’è stato un confronto continuo, a volte acceso, ma sempre costruttivo. La nostra intesa personale si è trasformata in un dialogo artistico autentico, che ha arricchito il processo creativo. Simone ha saputo mettersi in gioco con generosità, accogliendo le mie indicazioni con professionalità e contribuendo con idee preziose. Il risultato è un Valerio vivo, umano, contraddittorio, che lascia il segno.
Infine, per quanto riguarda Cinzia De Carolis, è stato un vero onore che abbia accettato di prestare la sua voce al nostro giudice fuori campo. Di solito è lei a dirigere me in sala doppiaggio, quindi questa inversione di ruoli mi ha inizialmente quasi messa in imbarazzo. Ma Cinzia è una professionista straordinaria, oltre che una persona di una gentilezza e umiltà rare. Le sono bastate pochissime indicazioni per cogliere l’essenza del personaggio e restituire un’interpretazione autorevole, ma al tempo stesso profondamente umana, di un giudice chiamato a pronunciare la sua prima sentenza di pena di morte dopo settant’anni in Italia. La sua sensibilità vocale ha dato al personaggio una complessità che arricchisce l’intero spettacolo.
Avete il patrocinio dell’Associazione “Nessuno Tocchi Caino”, di “Calabria Movie” e del Teatro Kopò: come vi fa sentire ciò? Quanta responsabilità da regista e autrice, senti sulle tue spalle?
Aver ricevuto il patrocinio dell’Associazione “Nessuno Tocchi Caino”, di “Calabria Movie” e del Teatro Kopò è stato per noi un onore e una grande fonte di motivazione. “Nessuno Tocchi Caino”, in particolare, è una realtà che da anni si batte per l’abolizione della pena di morte nel mondo e per una giustizia che non si trasformi mai in vendetta. È una voce che ricorda che la dignità umana non può essere cancellata da nessuna sentenza. Sapere che un’associazione così autorevole, impegnata nella difesa della dignità umana, abbia scelto di sostenere il nostro progetto è un segnale fortissimo: significa che il tema che affrontiamo è stato riconosciuto come necessario, urgente, e trattato con il rispetto che merita.
Come regista e co-autrice sento una responsabilità enorme. Non solo nei confronti del testo e del messaggio che vogliamo trasmettere, ma anche – e soprattutto – rispetto alla resa scenica e alla direzione attoriale. Dirigere un gruppo di lavoro non è mai semplice, tanto più quando non si tratta di una mera esecuzione tecnica, ma di un coinvolgimento emotivo profondo. In questo spettacolo le emozioni sono il cuore pulsante: è da lì che nasce la verità scenica, ed è da lì che dipende, in larga parte, la riuscita dell’intero progetto.
Lo spettacolo è già andato in scena l’anno scorso. Com’è stato accolto?
Lo spettacolo è stato accolto benissimo e non potremmo esserne più felici. Fin dalle prime repliche abbiamo percepito una partecipazione intensa da parte del pubblico: silenzi carichi di emozione, occhi lucidi, applausi sinceri. È stato chiaro che la storia arrivava dritta al cuore, che i personaggi parlavano a ciascuno in modo diverso, ma sempre profondo.
Molti spettatori ci hanno ringraziato per aver portato in scena un tema così delicato con rispetto, umanità e verità. Altri ci hanno raccontato di essersi riconosciuti in alcune dinamiche, o di aver cambiato prospettiva su certe tematiche. Questo per noi è il riconoscimento più grande: sapere che il teatro può ancora scuotere, far riflettere, creare connessioni autentiche.
Quando non si ha un vero ufficio stampa, poi, il passaparola è stato fondamentale. Abbiamo visto crescere l’interesse replica dopo replica, con un pubblico sempre più numeroso e coinvolto. Questo ci ha dato la spinta per continuare, per riportare in scena lo spettacolo con ancora più consapevolezza e desiderio di condivisione.
Il linguaggio è diretto e vicino ai giovani, come pensate di vincere la scommessa di riportare una buona fetta di giovani a teatro?
Crediamo che il Teatro possa ancora parlare ai giovani, purché lo si faccia con sincerità, senza filtri e senza paternalismi. Il nostro linguaggio è diretto, quotidiano, vicino al loro modo di comunicare, ma non per questo semplificato o svuotato di profondità. Anzi, proprio attraverso quella vicinanza cerchiamo di aprire varchi per affrontare temi complessi, che riguardano tutti molto da vicino.
La scommessa di riportare i giovani a teatro si vince offrendo loro storie che li rispecchino, che li mettano in discussione, che li facciano emozionare. E soprattutto, trattandoli come interlocutori maturi, capaci di cogliere sfumature, contraddizioni, domande aperte. Non cerchiamo di “educare” o “istruire”, ma di condividere un’esperienza viva, che parli anche il loro linguaggio emotivo.
Quando escono dalla sala e ci dicono “mi ha fatto pensare”, o “mi sono rivisto in quel personaggio”, sappiamo di aver fatto centro. È lì che il Teatro torna ad essere un luogo necessario, anche per loro.

Cos’è cambiato dalla prima messa in scena nello spettacolo? E in voi tutti?
Dalla prima messa in scena lo spettacolo è rimasto fedele alla sua struttura e al suo spirito, ma ci sono stati alcuni cambiamenti significativi. La voce fuori campo del giudice, ad esempio, che prima era del nostro caro amico e grande attore Giorgio Gobbi, è ora quella di Cinzia De Carolis, una delle voci più riconoscibili e apprezzate del panorama italiano, che ha saputo darle una nuova intensità e una presenza scenica ancora più incisiva.
Inoltre, come già detto, quest’anno si è aggiunto Andrea Ottavi che sostituisce Matteo Cirillo in alcune repliche: un ingresso importante, che ha portato nuove sfumature al personaggio di Claudio e un’energia diversa, ma perfettamente in linea con il progetto.
Quanto a noi, qualcosa è cambiato inevitabilmente. Ogni replica, ogni incontro con il pubblico, ogni confronto interno ci ha trasformati. Siamo cresciuti, come artisti e come persone. Abbiamo acquisito maggiore consapevolezza del valore e della delicatezza del messaggio che portiamo in scena. E forse anche più coraggio, perché ogni volta che si riapre il sipario, ci si espone di nuovo, con tutto ciò che si è.
Cosa ti aspetti ancora da Petricore e cosa speri per il futuro dello spettacolo?
Da Petricore mi aspetto che continui a crescere, a trasformarsi, a sorprendere. È uno spettacolo vivo, che cambia ogni volta che va in scena, perché si nutre delle emozioni di chi lo interpreta e di chi lo guarda. Mi auguro che continui a generare domande, riflessioni, dialoghi. Che non lasci mai indifferenti.
Per il futuro, spero che lo spettacolo possa raggiungere sempre più persone, in contesti diversi, anche fuori dai circuiti teatrali tradizionali. Sarebbe stupendo se qualcuno decidesse di produrlo. Vorrei portarlo nelle scuole, nelle carceri, nei festival, ovunque ci sia bisogno di ascolto e di confronto. Perché Petricore parla di umanità, di scelte, di responsabilità. E questi temi non hanno confini. Spero anche che continui a essere un’occasione di crescita per tutti noi che lo abitiamo, artisticamente e umanamente. Ogni replica è un viaggio, e finché ci sarà qualcuno disposto a farlo con noi, ne varrà la pena.
Grazie e in bocca al lupo!
Grazie a te, Sissi. E grazie a tutti voi che ci avete letto. Vi aspettiamo a Teatro!





