A Mirror: storia di una storia in una storia

Alla Sala Umberto uno spettacolo falso e non autorizzato
Il Teatro Sala Umberto si è reso “complice”, grazie allo Spettacolo falso e non autorizzato (A Mirror) in scena dal 18 al 30 marzo scorso, di una chirurgica operazione di spionaggio e contro spionaggio a favore di prove inequivocabili circa l’oscuro potere della censura, delle conseguenze dell’utilizzo inappropriato delle parole e dell’incapacità trasversale (tipica di ogni epoca) del non saper comprendere quale sia il punto oltre il quale le cose si rompono: quel punto nevralgico in cui il qui ed ora si sciupa, corrompe e perde di energie.
Con un meccanismo geniale, esilarante e imprevedibile di teatro-nel-teatro-nel-teatro – a metà fra Pirandello e Rumori fuori scena – “Spettacolo falso e non autorizzato (A Mirror)” è arrivato in Italia, dopo l’enorme successo inglese, con un cast e un adattamento sorprendenti. Affrontando temi come la libertà di parola, l’autoritarismo e la censura, è un elettrizzante thriller dark ad alto tasso di ironia e adrenalina, in cui nulla è come sembra e che chiede al pubblico di essere continuamente parte attiva della messinscena.
Lo spettacolo inizia in sala, fra gli spettatori che diventano gli inconsapevoli invitati al matrimonio di Nina e Leo. Il teatro tutto è la signorile sala eventi di un Ministero sul quale incombe la presenza – assenza di uno stato totalitario in cui le opere teatrali e cinematografiche devono passare il vaglio della censura del Ministero stesso. La cerimonia in verità è una copertura per un gruppo di attori ribelli decisi a portare il proprio spettacolo fino alla fine.
La genialità del testo, scritto nella versione originale da Sam Holcroft, non è da cercare nel copione che la compagnia ribelle vuole portare a termine quanto nel processo che si attiva per arrivare al compimento del piano pensato. Un lavoro di meta-comunicazione eccezionale durante la quale emergono temi preziosi e interrogativi inquietanti: siamo ancora capaci di comprendere ciò che leggiamo? Oppure ancora, cosa significa assecondare un processo culturale che non permette la costruzione di un senso critico ed estetico per la lettura dell’arte stessa? Quanto siamo pronti a mettere in gioco di noi stessi per lasciare che il valore del “vero” sostenga la “memoria” come fondamenta della nostra civiltà?
Protagonisti del falso matrimonio una compagnia di amatissimi attori “ribelli”: Ninni Bruschetta, Claudio “Greg” Gregori, Fabrizio Colica, Paola Michelini e Gianluca Musiu. La regia e l’adattamento italiano sono di Giancarlo Nicoletti, le scene di Alessandro Chiti, le musiche originali di Mario Incudine, i costumi di Giulia Pagliarulo, il disegno luci di Sofia Xella e la produzione è firmata da Altra Scena e Viola Produzioni.
Ninni Bruschetta è semplicemente strepitoso nel tenere alto il senso ironico e al contempo drammatico della narrazione. Instancabile, preciso come un metronomo, ipnotico e geniale nella sua interpretazione.

Claudio “Greg” Gregori è Claudio “Greg” Gregori. La sua comparsa in scena iniziale, quasi in sottofondo, diventa un crescendo di partecipazione e comicità fino al culmine della rivelazione al pubblico del senso dell’arte nel suo aspetto più totalizzante. A lui il compito di lanciare la sfida, oggi ancor più tristemente attuale, del non piegare l’arte a nessuna ricetta politica.
Fabrizio Colica e Paola Michelini sono due rivelazioni sul palcoscenico: puntuali, disinvolti. Divertenti e intensi senza mai scadere in ammiccamenti o facili cliché. Bravi e belli. Da scoprire ancora e ancora.
A Gianluca Musiu la parte più difficile dello spettacolo: il finale che ricompone e scompone al tempo stesso tutta la drammaturgia fino all’ultimo portata in scena. Ruolo più che meritato.
Cosa poter dire della regia di Giancarlo Nicoletti? Che ancora una volta dimostra la sua geniale bravura nel cogliere l’essenza più intima di un testo teatrale che sceglie con arguzia e talento. Il suo istinto artistico si trasforma in performance che ne svelano la perspicacia e la capacità di far emergere la parte più intensa delle parole, delle immagini affidate alle parole stesse e della luce degli attori che ci presenta di volta in volta.
Nulla di più efficace per concludere questo breve report le sue note di regia: “un immaginario Stato, autoritario e sanguinolento, controlla tutte le opere d’arte – tanto che il Ministero della Cultura viene chiamato ‘ufficio censura’. Un giovane autore deve vedersela con un funzionario sui generis perché il suo copione sia approvato. Un finto matrimonio con la polizia in agguato. Questi sono gli ingredienti di un testo geniale, e lo spettacolo che ne è risultato è così originale e insolito che è difficile raccontarlo. Di certo è un lavoro molto attuale e che parla a tutti, affrontando temi sempre più all’ordine del giorno: la verità, la libertà d’espressione, gli stratagemmi – spesso subdoli – con cui i potenti piegano il mondo al proprio volere; un lavoro che parla anche dell’eterna dicotomia fra finzione scenica e verità della vita vissuta, di come il confine fra le due spesso sia labile e della condizione degli artisti (e di quanto non si possa farne a meno). Il meccanismo teatrale, perfetto nel suo alternare più livelli come un sistema di scatole cinesi e a cambiare continuamente il punto di vista, fino al sorprendente epilogo finale, è ciò che ha appassionato tutta la compagnia fin dall’inizio. E da quello ci siamo lasciati guidare, assecondando la comicità surreale e inaspettata che ne è derivata e il ritmo incalzante da thriller, e cogliendo l’occasione di riflettere sul potere delle storie (se ben raccontate) di cambiare le sorti del mondo. Il pubblico deve aspettarsi di tutto, anche di essere nostro complice e finire in galera: ma – con ogni probabilità – ne sarà valsa la pena.”
Signore e signori la verità è servita e, come in uno specchio, attende solamente che la guardiate dritta negli occhi.





