Alessia Giovanna Matrisciano racconta La spedizione perduta – Lettere dal Polo

Un viaggio senza ritorno, un mistero svelato dopo decenni

Dal 16 al 17 gennaio, in scena al Teatro Trastevere di Roma, l’evento speciale La spedizione perduta – Lettere dal Polo, con Lahire Tortora, su poesie di Alessia Giovanna Matrisciano, musiche di Marco Olivieri, videointerventi a cura di Luca Travaglini.

La storia narrata è quella della tragica spedizione di due navi inglesi, la Erebus e la Terror, con a bordo 129 persone, partite per andare alla ricerca del mitico Passaggio a Nord Ovest e che ha visto perire tutti i componenti della missione. Delle due navi, partite nel 1845, non si seppe nulla fino a quando i relitti furono scoperti in fondo al mare tra il 2014 e il 2016. Grazie a questo, si è fatta luce sulla scomparsa dei coraggiosi uomini che provarono ad attraversare il Polo e incontrarono la morte.

Ne ho parlato con i protagonisti dello spettacolo, Alessia Giovanna Matrisciano e Lahire Tortora, che ringrazio di essere qui.

Poesia e teatro, cosa lega in particolare le due cose?

Matrisciano: La poesia, fin dai tempi antichi, è sempre stata parte del teatro. Io non faccio altro che portare avanti questa tradizione in una modalità contemporanea. Le poesie che ho scritto in questo caso sono a metà tra composizioni libresche e veri e propri spunti drammaturgici – non riesco a non pensare alla poesia quando scrivo per il teatro, e viceversa non riesco a non pensare al teatro quando scrivo poesie.

La spedizione perduta – Lettera dal Polo, è lo spettacolo che parla del mitico passaggio a Nord Ovest, in particolare di una spedizione finita in tragedia. Come sei venuta a conoscenza della storia?

Matrisciano: Mi ero appena trasferita nella mia nuova casa e dormivo ancora sul pavimento perché non mi era arrivato il letto. Vivevo in una condizione un po’ precaria, ma anche piena di spunti creativi. A un certo punto, scorrendo le pagine di un magazine, mi sono imbattuta nella fotografia di una mummia congelata nel permafrost. La mia anima ha sussultato nel vedere quel viso di duecento anni fa ancora intatto, seppure con gli occhi spenti. Ho voluto assolutamente studiare per sapere di più sull’identità e sulla storia di questa persona. Si trattava di una delle mummie della spedizione Franklin. Da lì non ho fatto altro che scrivere e indagare, febbrilmente, per circa un anno e mezzo.

Cosa ti ha colpita della storia e quali emozioni hai inserito nelle tue poesie?

Matrisciano: Mi ha colpita la tragedia di 129 persone che si trovano, completamente sole e in un ambiente inospitale, a lottare strenuamente contro la morte. I marinai di Franklin sapevano che nessuno sarebbe venuto a salvarli nel mezzo del circolo polare artico eppure hanno tentato, fino all’ultimo, un vero e proprio braccio di ferro contro l’ineluttabilità della loro sorte. Trovo questa lotta infinitamente commovente perché, in fondo, è l’estremizzazione di una battaglia che tutti noi siamo chiamati a ingaggiare contro il nostro destino mortale.

Nelle poesie ho inserito le emozioni più disparate, grazie al fatto che ho descritto diversi personaggi: ci sono la speranza e la disperazione, l’incanto e l’orrore. Queste emozioni contrastanti non si negano a vicenda ma, anzi, si completano.

Sul palco Lahire Tortora. Perché lui e cosa incarna nella tua visione della storia?

Matrisciano: Ho scelto Lahire perché è un attore eccezionale ed estremamente sensibile nei confronti della parola scritta. Sapevo di essere in una botte di ferro contattandolo. Nella mia visione la sua figura può calarsi a rappresentare, uno per uno, tutti i personaggi di questa vicenda che è totalmente al maschile, anche se scritta da una donna.

Lahire, come ti sei preparato per questo spettacolo?

Tortora: Mi lega ad Alessia un profondo affetto e una grande ammirazione e stima per la sua scrittura e i contenuti che sceglie di trattare. Sono dunque onorato che abbia proposto a me questo lavoro, e ho cercato di prepararmi come sempre, al massimo delle mie possibilità, scandagliando tutte e sedici le liriche presenti nel testo, cercando di rendere il più nitide possibile le immagini di cui ciascuna poesia si fa portatrice.

Alcune poesie rappresentano dei possibili sguardi estremamente personali di singoli componenti della spedizione, altre hanno uno sguardo più generale, altre ancora scelgono un interlocutore, in un grande caleidoscopio di piccole storie nella grande Storia. Ho provato a cercare di far emergere a livello interpretativo tutto questo.

Cosa ti colpisce di più della storia?

Tortora: Mi colpisce soprattutto il velo di mistero di cui è ammantata. Ricordo di averne letto un resoconto per la prima volta nelle vecchie enciclopedie a casa di mio zio, quando ero ancora bambino: erano enciclopedie molto antiche, in cui Franklin veniva ancora chiamato Giovanni e non John, in ossequio alla ridicola abitudine del Ventennio di tradurre in italiano tutti i nomi “stranieri”.

All’epoca si sapeva veramente poco o nulla di quello che era successo a Franklin e ai suoi uomini. La cosa affascinante di questo testo è che ha potuto prendere spunto dalle recenti scoperte che si sono potute fare sulla Spedizione perduta, e al tempo stesso, privilegio dell’arte, ha potuto ricreare vita, pensieri ed emozioni dei suoi componenti, inserendosi nelle pieghe del mistero che ancora li avvolge, così come i ghiacci ancora li intrappolano.

Ti sei immaginato nei panni di uno dei marinai? Cosa avresti fatto o non fatto?

Tortora: Certamente ho provato a immaginarmi nei panni di quegli uomini, anche perché, come dicevamo, gran parte delle poesie di questa raccolta sono scritte assumendo degli immaginari punti di vista personali. A livello esperienziale, cercare di scavare il più possibile il singolo sguardo di ciascun componente è sicuramente un lavoro prezioso per cercare di renderne poi una buona restituzione scenica. Ma chi può veramente essere sicuro di cosa avrebbe o non avrebbe fatto in una situazione estrema come quella raccontata in queste pagine?

Qual è la poesia che secondo te incarna l’intera storia?

Tortora: Questa è una domanda difficilissima, perché queste poesie sono un vero crogiolo di emozioni e sguardi individuali, e ciascuna di loro è fondamentale per comporre il quadro della Spedizione. Se dovessi per forza indicarne una, probabilmente sceglierei La nota di Victory Point, che guarda caso si trova esattamente al centro della raccolta.

Una poesia che racconta, attraverso scritture e riscritture di un semplice messaggio informativo che poi si trasforma in disperata richiesta di un aiuto impossibile da ottenere, il senso stesso di una spedizione iniziata con sicurezza, quasi con baldanza mantenuta fin troppo a lungo, e finita poi in tragedia, con la tracotanza dell’uomo sconfitta dalle inesorabili e a volte crudeli leggi della natura.

I temi trattati dai tuoi scritti parlano di natura, di coraggio, di vita, di morte. Quale ode, tra quelle che hai scritto, racchiude, secondo te, il senso dell’intera vicenda?

Matrisciano: La poesia che secondo me racchiude il senso ultimo di tutta la vicenda è quella che si trova a conclusione del libro che ho pubblicato con La Cervona Editoria e Spettacolo, ma che non sarà recitata sul palco. La poesia si chiama Ultimo canto e inizia così: “un giorno ci incontreremo ancora…”.

Immagino che le anime di tutti i marinai morti sorgano a ritrovarsi insieme una volta l’anno, ogni anno, e che si siedano sulla scogliera del mare a guardare il passaggio delle grandi navi che oggi, tempo permettendo, possono percorrere il Passaggio a Nord Ovest. “I marinai che vanno avanti e indietro/ per questo lembo di mare scongelato/ trasportando pacchi e pacchettini/ di merce cinese via Canada/ non sono nostri fratelli, non sanno/ l’andata e il ritorno oltre l’umano/ per tutti i gradi della dannazione e fino al cielo./ A nessuno, fuorché a noi, possiamo raccontarlo/ perché è il nostro segreto”.

La poesia si conclude con il finire della breve estate artica e il ritorno del mare silenzioso e deserto. Un marinaio invita il capitano ad aspettare “che il buio finisca/ come finisce sempre” e in questo buio possiamo immaginare tutte le grandi vicende della storia individuale e collettiva che vanno a spegnersi, segno che il destino dei marinai somiglia a quello di tutti noi.

Sul palco non manca l’accompagnamento delle musiche di Marco Olivieri, come si amalgama il tutto?

Matrisciano: Le musiche di Marco sono una vera e propria integrazione alla parola poetica e non un semplice accompagnamento. Trasformano ogni poesia in una “canzone”, ridefinendo tutta la performance.

Quali sono i messaggi che vorresti arrivassero agli spettatori? Cosa ti aspetti dallo spettacolo?

Matrisciano: Innanzitutto vorrei che gli spettatori scoprissero la grande storia sconosciuta della Spedizione Perduta. Vorrei che provassero lo stesso fascino che ho provato io per questa meravigliosa e macabra vicenda vera.

In secondo luogo vorrei sensibilizzare chi guarda su ciò che sta accadendo alla natura polare, sempre più minacciata. Il Passaggio a Nord Ovest, la tomba dei marinai di cui racconto, oggi è profondamente cambiato a causa del riscaldamento globale. Mi aspetto poi che ogni spettatore, delle tante storie individuali che raccontiamo, ne prenda almeno una e la faccia sua, si affezioni a un personaggio e lo porti con sé nella sua vita futura.

Grazie e in bocca al lupo!

Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

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