Andrea Zanacchi al Teatro Trastevere “Con il naso in su”

La vita spesso ci porta ad osservare il mondo con il naso in su

Torna al Teatro Trastevere di Roma dal 17 al 20 febbraio, lo spettacolo “Con il naso in su” di e con Andrea Zanacchi, al violoncello Laura Benvenga, regia di Antonio Grosso.

È la narrazione di un barbone che si racconta ad un giovane, un incontro che lo porterà ad affermare “a me la storia mi ha attraversato”, in una confessione dove la storia italiana ne diviene parte integrante: ognuno di noi, nel suo essere persona, nel vivere la propria storia, è parte integrante della storia del proprio paese.

Con il naso in su è uno sguardo verso i barboni che per un motivo o per un altro, vivono per strada, senza nulla, travolti dalle proprie vicende e dalla storia. È la volontà di osservare con occhi attenti persone che sono state “sfortunate”, facendosi travolgere dai loro sentimenti, i quali, senza nulla togliere a nessuno, continuano ad essere inequivocabilmente simili per tutti gli esseri viventi. Andra Zanacchi ci guida nella lettura della nostra società, offendo al pubblico una storia che tocca tanti temi cari a ognuno di noi.

Parliamo di questo insieme ad Andrea Zanacchi, autore e interprete della pièce.

Bentornato Andrea, come stai? Come ti senti in questo inizio del 2022?

Beh, non c’è male. Per ora tutto abbastanza bene. Mi voglio lasciar sorprendere da questo nuovo anno.

Parliamo del tuo lavoro. “Con il naso in su” è lo spettacolo teatrale che hai scritto qualche tempo fa e che ritorna a teatro in questo periodo post-pandemia. Il tema è quello dei senzatetto in questo periodo molto attuale. Come lo vivi sul palco, pensando che la pandemia e la crisi derivata da essa, ha aumentato la povertà non solo in Italia, ma in tutto il mondo?

Ogni volta che salgo sul palco con i miei lavori, cerco di piantare i piedi sulle tavole cercando di dar voce a chi non ne ha. La Pandemia non ha fatto altro che scoprire dei nervi già doloranti. CI ha messo davanti una situazione socio economica disastrosa. E per questo credo fermamente nell’importanza del teatro come voce di denuncia e speranza di cambiamento.

Ci sono analogie tra la storia che porti in scena e molte delle storie che vengono raccontate oggi?

Sicuramente. Quando l’ho scritto non immaginavo un evento così importante. Però c’è da dire che ne racconto altri che hanno segnato un cambiamento nella storia della nostra società. Sicuramente l’analogia sta nell’impegno dell’uomo a non imparare nulla dal passato ma soprattutto a non aprirsi e non impegnarsi per salvare i propri simili.

Quali sono le caratteristiche di Nino e quelle di Marco, i due protagonisti?

Nino è un barbone che ha una storia già compiuta. Mentre Marco è un ragazzino con storia ancora da scrivere. Però credo che ci sia un punto di contatto. Li vede entrambi bambini. Capaci di sognare e di sperare.

Ci vuole tanto coraggio per avvicinarsi a chi sta in difficoltà oppure spesso siamo frenati dalla paura di guardare negli occhi ciò che potrebbe capitare a noi?

Il tema del “diverso” è molto controverso. Noi accusiamo e lottiamo contro quelli che fanno dell’impegno civile la propria causa. Guarda le lotte di qualche tempo fa contro i migranti. Anche davanti la sofferenza molto spesso riusciamo a puntare i piedi. Basti pensare alla propaganda salviniana di qualche tempo fa. Il problema è che tutto ciò che non comprendiamo, ci spaventa. E questa paura ci frena a qualsiasi possibilità di incontro.

Tu sei l’autore e l’interprete dello spettacolo, la regia è affidata ad Antonio Grosso, quali sono stati i suoi suggerimenti registici?

Beh, direi tanti. A partire dalla presenza del violoncello di Laura Benvenga. La direzione dell’attore. L’atmosfera.

In scena con te anche un violoncello suonato da Laura Benvenga. Come interagisce la musica con lo spettacolo?

La musica lì in scena è una colonna sonora. Io la vedo come una radio da accendere con il desiderio di un ricordo. È lo stato emotivo di Nino. Sono le nuvole nel cielo. Sono la poesia.

Qual è la scena che ha richiesto maggior impegno da parte dell’autore e quella dell’attore?

Ma, credo che tutto lo spettacolo richieda un impegno da entrambe le parti. Posso dire che in alcuni momenti non ho un attimo per riprender fiato. Ma sia nella scrittura che nell’esecuzione cerco di starci dentro al 100%

Lo spettacolo è stato proposto in vari teatri italiani. Com’e cresciuto negli anni?

In realtà la pandemia ha bloccato tutto. Poi, non voglio essere critico ma purtroppo c’è poca apertura da parte dei direttori dei teatri nei confronti di un attore sconosciuto. C’è sempre poco interesse all’investimento e al rischio.

Com’è stato accolto dal pubblico? Quali sono stati i commenti che hai ricevuto?

L’ultima recita è stata fatta ad Arenzano. Ed il pubblico lo ha accolto con amore. La cosa bella, è stato l’incontro dopo lo spettacolo. Le loro domande. Le parole che stentavano ad uscire perché ancora erano emozionati. E quello che mi ha fatto piacere è che si sono ritrovati nella storia e hanno iniziato a raccontarmi la loro.

Cosa porti dentro di te di questo spettacolo?

Porto me. Alcune cose sono nate dalla creazione drammaturgica, da storie di cronaca. Ma altre vengono da un pezzo di me.

Grazie per essere stato con noi!

Grazie a te Sissi. È sempre un piacere.

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Sissi Corrado

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