Benedetta Cassio ci racconta Scala reale

Violenza, perversione, malvagità, Scala reale ci porta a conoscere l’oscurità che tutti abbiamo

Al Teatro Trastevere di Roma, dal 30 marzo al 3 aprile 2022 andrà in scena Scala Reale, scritto e diretto da Paolo Maria Congi, con Paolo Maria Congi, Benedetta Cassio, Paolo Cutroni. Il testo parla della difficile convivenza di oggi, per la maggior parte fatta di relazioni violente, intrise di perversione e malvagità dove nessuno è buono e nessuno è cattivo.

Da questa descrizione nasce l’intervista alla protagonista femminile dello spettacolo, Benedetta Cassio per comprendere meglio la storia e il nostro animo, perché, come dice il testo, nessuno è “scagionato o esente”.

Benvenuta a Benedetta Cassio. Lei sarà in scena con lo spettacolo Scala Reale: da dove scaturisce il nome dello spettacolo?

Il nome dello spettacolo ha una doppia valenza. Da una parte prende spunto da un fattore meramente scenografico: al centro della scena, quasi a “troneggiare”, c’è una scala; dall’altra parte c’è un parallelismo con le carte francesi, precisamente con le figure delle carte francesi, due uomini ed una donna, come i protagonisti di questo testo.

Lo spettacolo scava all’interno dell’animo umano, ma ciò che ne esce non è una situazione positiva. Cosa caratterizza il rapporto dei tre protagonisti?

Selene è il punto di congiunzione tra questi due uomini completamente diversi, Matteo, un attore fallito ed Elio, un procuratore affermato. Lei è la psicoterapeuta di Matteo e la moglie di Elio. Il matrimonio tra i due è in crisi, anzi, praticamente agli sgoccioli, mentre con Matteo il rapporto di terapia dovrebbe concludersi per il sopraggiungere di alcune ambiguità… nel momento in cui Elio e Matteo si incontrano la situazione è già fuori controllo.

Selene è il personaggio che lei interpreta. Chi è e come vive il suo personaggio?

Selene è una psicoterapeuta che, in questo momento della vita, sta cercando di riprendere le redini della sua esistenza. Vive quel periodo di transizione tra la crisi e la catarsi ed il suo sforzo personale è incentrato nel tentativo di emanciparsi da un matrimonio insoddisfacente e dare una svolta alla sua carriera. Maschera le sue debolezze e le sue frustrazioni affogandole in qualche bicchiere di troppo ed assumendo farmaci, per cui la stabilità che cerca di ostentare è una semplice chimera. Credo che la solitudine che la pervade sia una caratteristica tipica di un ceto sociale medio borghese che annaspa, continuamente alla ricerca di una pienezza, di una soddisfazione e di un appagamento reale, che non arriva mai.

Come si è preparata ad interpretare un personaggio al centro di un triangolo nero?

Prima di tutto ho cercato i suoi punti in comune con me. Siamo tutti umani, con luci ed ombre, e l’unica materia a cui ho potuto attingere era il mio bagaglio di vissuti ed esperienze. Ho ritrovato in lei la stessa ironia che dissimula il pozzo nero dei pensieri reali. Dopodiché ho cercato di chiarire quali sono i suoi obiettivi, sia quelli esplicitati, che quelli più reconditi, senza inibizione né giudizio. Per il resto, è stato fondamentale il rapporto con i miei compagni di scena, Paolo Maria Congi e Paolo Cutroni, due bravissimi attori con cui c’è un bellissimo rapporto, sia in scena, che nella vita. L’ascolto, la confidenza e la voglia di mettersi in gioco sono stati fondamentali per scoprire e costruire, insieme, la dinamica del testo che alza continuamente l’asticella dei livelli di tensione. Molto spesso, ho scoperto proprio in prova, insieme a loro, cosa davvero accade nella testa di Selene.

Tutto accade nel periodo della quarantena, dove ciò che ne esce è qualcosa di perverso, Selene cosa ha o meno in comune con Benedetta?

Probabilmente lo stesso sano cinismo di chi, nella vita, ne ha viste parecchie e che, per quanto possa restare colpita dalle situazioni, cerca di mantenere il controllo. Ma non ce la fa.

Il desiderio di essere pronti al cambiamento, che ha animato tanto i mesi di lockdown, si scontra con la realtà dell’animo umano, ben lontano dal cambiamento. Secondo lei cosa ha acceso particolarmente la parte negativa di ognuno di noi?

L’immobilismo credo abbia avuto una parte fondamentale. Non intendo semplicemente lo stare fermi in casa, ma lo stare ed il sentirsi profondamente impantanati in una realtà che non ci soddisfa più. Probabilmente una realtà che non ci soddisfa da molto più tempo di quanto crediamo e che, per questo, una volta venuta allo scoperto, è come una valanga: inarrestabile, incontenibile, distruttiva e feroce.

Nel testo si parla di violenza e di gioco perverso, cosa attrae i protagonisti in questa giravolta di sentimenti negativi?

Il vortice che si crea in scena è come il vaso di Pandora. Una volta aperto è impossibile tornare indietro, ogni azione crea conseguenze irreversibili, con l’amara consapevolezza di poter andare solo avanti, fino alle estreme conseguenze.

Perché continuiamo a negare la realtà e a immaginare un mondo del tutto diverso?

Perché è più facile. So che è banale, ma a volte la risposta più istintiva è anche quella giusta. Ognuno di noi, a suo modo, si coltiva le sue piccole grandi fughe dalla realtà. Restare lucidi di fronte alla vita è doloroso e inappagante, nessuno lo sceglierebbe senza sforzo.

Cosa pensa lei di tutta questa vicenda e in particolare degli uomini che abusano della giovane?

Non appena ho letto il testo nella sua forma definitiva sono rimasta colpita. Quello che mi piace della scrittura dell’autore, Paolo Maria Congi, è la crudezza con cui le vicende accadono, più che essere raccontate. È diretto, è forte, è uno schiaffo. E quando vado a teatro mi piace restare ammutolita sulla poltrona che, piano piano, comincia a diventare una sedia elettrica. Quindi sono rimasta entusiasta ed affascinata dalla storia, onorata di poter essere il corpo e la voce di Selene. Le violenze sono da ripudiare, entrambe. Anche se sono completamente diverse. Selene non ne esce vittima, perché sa di essere molto di più.

Quanta violenza, con un po’ di attenzione e tanta cultura, si potrebbe evitare nella realtà?

Volendo, tutta. Se prendiamo il concetto di violenza in modo astratto, potremmo considerarla una forza, un’energia, un motore. E la cultura da sempre vuole rappresentare lo strumento per dominare e convogliare in altre direzioni quest’energia. Ma come per la fuga dalla realtà, quest’impegno richiede uno sforzo e non tutti vogliono farlo. Da che mondo è mondo, purtroppo, conviviamo con questa faccia della medaglia, la violenza è insita anche nei piccoli gesti quotidiani di chi si professa altamente acculturato ed attento.

Cosa vorrebbe arrivasse al pubblico che sarà in scena al Trastevere?

“Che facciamo tutti schifo” come dice una battuta di Selene. Scherzo… ma non troppo. Vorrei che nessuno si sentisse scagionato o esente. Siamo tutti piccoli.

Grazie per essere stata con noi!

Grazie a voi!

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Sissi Corrado

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