Chiara Becchimanzi in Terapia di gruppo al Brancaccino

Terapia di gruppo è lo spettacolo che Chiara Becchimanzi porterà a Roma, per parlare di ansie, donne, stereotipi e per farci fare tante risate

Al Brancaccino OpenAir di Roma il 27 luglio 2021 arriva lo spettacolo di Chiara Becchimanzi, Terapia di gruppo. Attrice, regista, autrice teatrale, stand up comédienne, progettista culturale, co-fondatrice della Compagnia teatrale Valdrada, autrice di libri, Chiara non si fa mancare nulla e da donna multitasking porta con sé un bagaglio di esperienze che riversa negli spettacoli che si scrive e porta in scena, per ridere, sorride e riflettere sugli stereotipi e sulle paure che accompagnano il vivere quotidiano.

Benvenuta sulle pagine di CulturSocialArt. Ti ho definita all’inizio “una donna multitasking” per le tante attività che svolgi, sei anche vicepresidente del Teatro del Lido di Ostia. Come ti vedi in tutte queste vesti?

Grazie! Anche della super presentazione. C’è stato un tempo in cui ho creduto che il mio essere multitasking fosse una conseguenza della nostra epoca e di ciò che ci richiede in quanto persone; oggi non ne sono più tanto sicura – potrebbe essere anche una causa a monte. Intendo dire che potrei essere proprio così, io, nel profondo: affamata di vita, curiosa di tutto, desiderosa di esplorare più ambiti possibile…come dice una delle mie più care amiche, “una borsa piena di roba”! È ovvio che seguire tutte le diramazioni del fiume principale ti porta alla foce più lentamente – forse mai – ma se non le avessi percorse tutte mi sarei persa pezzi di vita fondamentali – come l’occupazione del Teatro del Lido di Ostia, e la lotta che ha portato alla sua riapertura – e in definitiva avrei molto meno da raccontare!

Cosa ti ha spinto verso la carriera artistica? Quali sono state le reazioni alla decisione di fare l’artista?

Io sono cresciuta a pane e Eduardo de Filippo. I miei genitori sono napoletani, appassionati di teatro e letteratura tanto da cambiare mestiere a un certo punto della vita, e ritrovarsi in scena prima e a gestire un teatro poi. La prima volta che sono andata in scena davanti a un pubblico vero (non un pubblico da saggio scolastico, intendo) avevo 16 anni, facevo “Viola” in “Uomo e Galantuomo” ed ero insieme a mio padre! A Latina, dove sono cresciuta, ho frequentato un Liceo classico il cui preside organizzava progetti teatrali e cinematografici a ogni piè sospinto: laboratori, relatori illustri (Popolizio, Bellocchio), gite tematiche (vidi Outis a La Scala di Milano, un’opera in greco antico con tanto di performer nudi: avevo 14 anni ed ero l’unica tra i miei compagni che non dormiva della grossa). Per di più, invento storie da quando ricordo – come mia madre, che inventava fiabe sin dalla nostra primissima infanzia. Insomma, quando ho manifestato le mie inclinazioni, nessuno si è stupito – anzi! Del resto, risale a quando avevo 7 anni lo storico filmino delle vacanze in cui io inseguo la telecamera mentre il mio papà tenta disperatamente di riprendere il paesaggio – invano, perché io gli sbuco da ogni dove blaterando epopee senza senso.  

Immaginiamo come gli artisti abbiano sofferto questo momento di chiusura e di impedimento a svolgere il proprio lavoro. Come lo hai vissuto tu? Cosa ti ha lasciato?

Sono stata molto fortunata. A parte i primi mesi di spaesamento, dovuti all’arresto forzato – ero in astinenza da stress, anzi per essere precisa da cortisolo, l’ormone dello stress; mi mancava talmente che gli ho dedicato un’ode, ovviamente inserita nello spettacolo – e di rabbia, dovuta all’ennesima presa di coscienza riguardo alla considerazione che questo paese riserva a chi fa il mio mestiere. A parte l’ansia per il futuro, compagna fedele che sempre mi affianca… sono stata fortunata: intanto perché il Covid non ha sfiorato me né la mia famiglia; perché non ero sola, e poi perché ho potuto lavorare in radio in un momento in cui tutti i teatri erano chiusi. Devo ringraziare Dimensione Suono Roma! Ho scritto tanto, ho letto altrettanto, ho cercato di imparare a gestire i miei social (senza molto successo, rimarrò analogica finché campo, sono un commodor 64 in un mondo di mac), mi sono presa cura dei miei affetti…e anche di me stessa, e di un aspetto in particolare – di cui però parlerò dal palco, sennò spoilero.

Il tuo spettacolo si chiama “Terapia di gruppo”, chi sono i personaggi che fanno parte del gruppo e a chi vuoi dedicarlo?

Oltre a tutte le mie personalità, direi che il pubblico fa senz’altro parte del gruppo! Sarà la platea a determinare la scaletta: io non decido niente prima! Lo dedicherei a chiunque voglia condividere nel senso vero del termine: non un post o una story, ma un momento, uno spettacolo, un flusso emotivo di risate catartiche. Credo molto nella terapia in generale: quella comica è ancora più potente!

A chi ti sei ispirata per scrivere e raccontare i personaggi di “Terapia di gruppo”?

“Terapia di Gruppo” è un catalizzatore di empatia comica: parto dal mio vissuto, dalle mie reazioni alla realtà contingente, dalle mie resistenze alle incongruenze di ciò che mi circonda e da ciò che di volta in volta mi indigna, mi diverte o mi lascia basita, per esplorare il mondo del pubblico, far emergere le sue idiosincrasie e poi mostrargliele riflesse in uno specchio, fedele o deformante che sia – proprio come accade in una terapia, in effetti! Ho un bacino di pezzi, personaggi e parodie molto vasto a cui attingere (rimpolpato vertiginosamente dal periodo della pandemia), nei quali rovino letteratura, arte, politica, religione, sesso, relazioni, attivismo e chi più ne ha più ne metta, ma non decido mai troppo rigidamente quale scaletta proporre: mi lascio trasportare dal flusso e dal sentire del pubblico, per creare insieme alla platea uno spettacolo che non è mai stato prima come in quel momento… e mai lo sarà più. Se poi il risultato mi piace, verso pure la SIAE al pubblico!   

Porti in scena tante situazioni, stereotipi, che coinvolgono le vite delle donne. Sarà possibile, un giorno, fare in modo che le donne abbattano almeno quelli più fastidiosi e offensivi? E in che modo?

Certo che sarà possibile: innanzitutto, smettendo di pensare di doverlo fare da sole! Gli stereotipi riguardano tutti e tutte noi, perché l’ansia della categorizzazione fa parte del nostro modo di dare un nome e un senso alle cose. Comprenderli, abbatterli e risolverli in considerazioni più eque è una responsabilità che non riguarda solo le donne, ma tutte le persone. Ridere dei nostri limiti è comunque un ottimo punto di partenza per superarli. 

Hai viaggiato tanto e sei salita su molti palchi non solo italiani, qual è quello che ti mette più ansia e quale quello su cui ti sei sentita più accolta?

L’ansia c’è sempre, e più o meno sempre a livelli interessanti, ma non me ne preoccupo: quando non ci sarà più, forse sarà il caso di cambiare mestiere. Però ho un paio di ansie notevoli: sul palco del Festival della Psicologia, quando ho dovuto proporre i miei pezzi non solo davanti all’Ordine degli Psicologi, ma soprattutto davanti a Piera degli Esposti, sul palco insieme a me – e la piazza del mercato di Cracovia (la piazza medievale più ampia d’Europa); ci saranno state 5000 persone, non lo so, c’erano persone a perdita d’occhio. È stato incredibile! Anche Città del Messico però; e anche San Pietroburgo, Gran Canaria, Madrid…il ricordo delle piazze del mondo mi ha scaldato l’anima spesso: soprattutto quando si poteva passeggiare solo a 200 metri da casa. Il palco in cui mi sono sentita più accolta…sinceramente, non lo so! Le platee sono state tutte accoglienti: e se non lo sono state all’inizio, ci ho pensato io poi!

C’è un palco su cui vorresti salire e perché?

Vorrei tanto fare la protagonista di una tragedia greca a Siracusa.

E poi salire sul palco degli Oscar. Anche a pulirlo, mi andrebbe bene!

Se ti fermassi un attimo a riflettere che cosa c’è di Chiara che vorresti cambiare e cosa, invece, che rifaresti continuamente?

Ecco, adesso somigli alla mia psicologa. Allora, ti rispondo con l’ultimo obiettivo che ho individuato insieme a lei: vorrei imparare a darmi la pacca sulla spalla, quella che vuol dire “Dài, hai fatto del tuo meglio, è andata bene”! Perché invece tendo soprattutto a rimproverarmi quello che ho sbagliato. Quello che rifarei continuamente: combattere. Dire la mia in faccia a chiunque, non importa quale ruolo ricopra, a costo di subirne le reazioni (ed è capitato, più di una volta!) Lo rifarei continuamente, perché grazie a questo dormo molto serena.

Ci lasci con un sogno nel cassetto che vorresti realizzare?

Il cinema! In definitiva ho studiato da attrice, e il cinema è sempre saldo nel cassetto, anche se il fiume del multitasking mi ha portato altrove. Quest’anno ho avuto l’occasione di partecipare a un film di prossima uscita…hai visto mai qualcuno ci caschi ancora, in futuro!

Grazie e in bocca al lupo!

Grazie a voi!

Print Friendly, PDF & Email

Se il nostro servizio ti piace sostienici con una donazione PAYPAL

Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

LEGGI ANCHE