Chiara Casarico racconta Il NaufragarMèDolce

Il NaufragarMèDolce Associazione Culturale e Compagnia Teatrale compie 30 anni
La data è di quelle importanti perché rappresenta un traguardo, ma al tempo stesso è anche la certezza di proseguire il lavoro fatto fin qui. Il 2026 segna i 30 anni de Il NaufragarMèDolce Associazione Culturale e Compagnia Teatrale, una realtà presente a Roma e non solo, che coniuga cultura con impegno sociale, che sa di amore per le arti, per gli spettatori, ma anche di rispetto per la cultura, per le persone e per chi si dedica con passione all’intero genere umano.
Basterebbe solo questo per invitare sabato 26 settembre tutti alla Casa Internazionale delle Donne (ebbene sì, con la D maiuscola, perché è importante!), in via San Francesco di Sales, al centro di Roma, per passare una lunga e piacevole serata tra arte e cultura, festeggiando chi, con impegno e passione, ha deciso che, dopo 30 anni, si è “ancora in viaggio” con “stessa rotta, nuovi orizzonti”, da condividere tutti insieme in una maratona che inizierà alle 18.00 per concludersi alle 24.00, tra teatro e musica.
A parlare a nome de Il NaufragarMèDolce di questa serata che si prospetta memorabile e ricca di ricordi, momenti condivisi e incontri, è Chiara Casarico, che ringrazio per avermi dedicato del tempo tra i preparativi della stessa e la mole di lavoro che c’è prima di una ricorrenza così importante.
Il NaufragarMèDolce Associazione Culturale e Compagnia Teatrale compie trent’anni. Come ci si sente oggi, ad aver raggiunto un traguardo così importante e longevo? Con quale animo state affrontando questo traguardo?
Fa un certo effetto dire trent’anni. Perché quando sei dentro una storia non la percepisci mai davvero nella sua durata: vai avanti per spettacoli, incontri, progetti, difficoltà da superare, persone che arrivano, persone che restano e altre che prendono strade diverse. Poi a un certo punto ti volti e ti accorgi che sono passati trent’anni.
Io sento soprattutto gratitudine e anche un po’ di stupore. Siamo nati perché avevamo urgenza di fare teatro, di inventarci uno spazio nostro, di incontrare le persone attraverso il teatro e la musica. E forse proprio questa urgenza ci ha tenuti vivi. Non è stato un percorso lineare e non sempre facile, anzi. Però siamo ancora qui, con la stessa curiosità di allora e con molte più storie sulle spalle. Per questo viviamo questo anniversario non tanto come un punto d’arrivo, quanto come una specie di grande fotografia di famiglia prima di rimetterci in viaggio.
Cosa rappresenta per te Il NaufragarMèDolce?
Per me è difficile separare Il NaufragarMèDolce dalla mia vita. È una compagnia teatrale, un’associazione culturale, un luogo di lavoro, ma è anche molto di più: è un modo di guardare il mondo. In questi trent’anni abbiamo sempre cercato un teatro che non fosse chiuso dentro il teatro. Siamo stati nelle sale, naturalmente, ma anche nelle piazze, nei cortili, nelle scuole, nei musei, nei piccoli comuni, nelle periferie, negli ospedali, nei luoghi dove magari il teatro arriva più raramente.
Il NaufragarMèDolce è soprattutto una comunità mobile. Una casa che cambia continuamente forma e che negli anni ha accolto artisti, musicisti, tecnici, organizzatori, allievi, spettatori, amici. E poi per me c’è una parola fondamentale: relazione. Credo che quasi tutto quello che abbiamo fatto sia nato dal desiderio di creare relazione attraverso l’arte.
Festeggerete anche in una location che rappresenta per Roma e non solo, un importante centro culturale e sociale, la Casa Internazionale delle Donne, con una maratona di teatro e musica. Perché avete scelto proprio questo luogo?
La Casa Internazionale delle Donne ci è sembrata immediatamente il luogo giusto perché non volevamo una festa semplicemente celebrativa. Volevamo un luogo vivo, attraversato dalle persone, dalla cultura, dall’impegno, dalle storie. Un luogo che rappresentasse anche una certa idea di città e di comunità.
E poi c’è una forte consonanza con il nostro percorso teatrale. Molto del nostro lavoro ha attraversato temi come l’empowerment femminile, la violenza di genere, l’identità, la libertà, i diritti, la storia delle donne. Non a caso uno dei nostri spettacoli di punta parlano di donne e alcuni, come Figlie di Sherazade e Rosadilicata li abbiamo rappresentati anche qui. Per noi, quindi, stare alla Casa Internazionale delle Donne significa ritrovare un luogo profondamente vicino alla nostra storia e al nostro modo di intendere la cultura. È un po’ come tornare a casa.

Cosa si dovranno aspettare spettatrici e spettatori che verranno a festeggiare con voi?
Un po’ di tutto! E probabilmente anche un po’ di sana confusione.
Abbiamo immaginato una vera maratona di teatro e musica, dalle sei del pomeriggio a mezzanotte. Ci saranno moltissimi artisti che in momenti diversi hanno incrociato la nostra storia: alcuni hanno lavorato con noi per anni, altri hanno condiviso un progetto, uno spettacolo, un pezzo di strada.
Non volevamo costruire una serata di gala, con una celebrazione formale dei trent’anni. Volevamo una festa vera. Quindi ci saranno teatro, musica, racconti, video, ricordi, incontri, un brindisi e alla fine anche la possibilità di ballare. La cosa che mi interessa di più è che chi verrà possa avere la sensazione di entrare per qualche ora dentro la storia del NaufragarMèDolce, ma senza nostalgia: con molta allegria e con lo sguardo rivolto in avanti.
Quando siete partiti, cosa vi aspettavate? Avete raggiunto o superato i vostri obiettivi?
Quando siamo partiti non credo avessimo un piano trentennale! Avevamo soprattutto una grande voglia di fare. Negli anni Novanta c’era anche una certa incoscienza, che forse è necessaria quando si comincia. Volevamo costruire spettacoli, inventare progetti, viaggiare, incontrare altri artisti.
Molte cose che sono accadute non avremmo saputo immaginarle allora. Abbiamo lavorato in tantissimi luoghi diversi, costruito festival e rassegne, collaborato con artisti straordinari, lavorato con scuole e territori, attraversato generazioni di spettatori e di allievi.
Abbiamo ottenuto anche riconoscimenti importanti, addirittura una lettera di Encomio dal Presidente della Repubblica, ma credo che il risultato più grande sia un altro: essere riusciti a continuare a fare questo mestiere senza perdere completamente il senso per cui avevamo cominciato.
Naturalmente ci sono ancora moltissime cose che vorremmo fare. E meno male. Se avessimo raggiunto tutti gli obiettivi sarebbe un problema.
Durante questi anni tante sono state le collaborazioni e i progetti che hanno affiancato sia l’associazione che il teatro. Quali hanno caratterizzato maggiormente la vostra visione di cultura e teatro?
È difficile scegliere, perché Il NaufragarMèDolce è cresciuto proprio attraverso gli incontri.
Ci sono state collaborazioni artistiche che hanno lasciato un segno profondo nel nostro modo di lavorare, ma anche progetti che ci hanno portato fuori dai luoghi teatrali tradizionali.
Penso al lavoro sul teatro urbano e sociale, alle esperienze di Agorà e di Prove Aperte di Civiltà, ai progetti nelle scuole, come ad esempio il Sillabario, e poi gli spettacoli nei cortili, nei quartieri, nei piccoli comuni del Lazio, penso agli incontri con il clown, la musica popolare, la drammaturgia contemporanea.
Negli anni abbiamo lavorato con artisti e realtà molto diverse tra loro: da Giovanna Mori ai fratelli Olshansky, da Lucilla Galeazzi a Gabriella Aiello a Raffaella Misiti, da Saverio La Ruina ad Abraxa Teatro, Materiaviva, Soccorso Clown, Radicanto, Suoni della Murgia e moltissimi altri. Ma più che fare un elenco, credo che il filo comune sia stato sempre lo stesso: cercare artisti e progetti capaci di mettere in discussione le nostre certezze. Non ci è mai interessato costruire un’identità artistica immobile. Preferiamo essere contaminati.
Trent’anni, una data di arrivo, ma anche una nuova ripartenza. Come sarà ripartire? Cosa dovremo aspettarci?
Spero che non ripartiremo affatto: spero semplicemente che continueremo. Abbiamo diversi nuovi lavori in costruzione, nuove produzioni, progetti che guardano alla memoria ma anche molto al presente. Continueremo con Agorà e Prove Aperte, con il teatro nei territori e con quella parte di ricerca e formazione che per noi è sempre stata fondamentale.
E naturalmente continueremo a fare spettacoli: per quest’anno abbiamo messo in programma quattro nuove produzioni. A trent’anni dalla nascita della compagnia mi interessa però soprattutto una cosa: conservare la capacità di sorprenderci.
Il rischio, dopo tanti anni, è pensare di sapere già come si fanno le cose. Io invece vorrei continuare ad avere dubbi, cambiare strada, incontrare persone nuove, sbagliare anche.
Se devo immaginare i prossimi anni del NaufragarMèDolce, vorrei che fossero così: ancora curiosi, ancora inquieti e possibilmente ancora un po’ incoscienti.
Ho anche un desiderio: cominciare ad accogliere giovani che abbiano voglia di raccogliere l’eredità del NaufragarMèDolce e di trasformarla secondo la propria sensibilità. In modo che, quando cominceremo a essere un po’ più stanchi, ci sia qualche altro cavaliere errante pronto a prendere in mano la nostra lancia e a orientarla verso nuovi ideali.





