Dai miti antichi alle sperimentazioni teatrali

Carla e Anna Ceravolo raccontano la nuova stagione del Teatro di Documenti di Roma

Riparte la stagione teatrale anche per uno dei più caratteristici teatri romani, il Teatro di Documenti, con la sua suggestiva location, particolare invenzione dello scenografo Luciano Damiani e che viene portato avanti da Carla e Anna Ceravolo, le direttrici artistiche dello stesso.

In scena temi diversi, sperimentazioni, che prefigurano la scelta attenta delle direttrici per poter offrire spettacoli interessanti e coinvolgenti al pubblico che riempie le sale. Ne ho parlato insieme a Carla ed Anna Ceravolo, coraggiose dispensatrici di cultura.

Benvenute. La stagione 2024/2025 del Teatro di Documenti si chiama Speranza. Perché?

Lo scenario mondiale è in balia della malvagità umana – di cui le guerre sono l’espressione più orribile -, il pianeta si sta ribellando e sempre più spesso si vendica con eventi atmosferici che sembrano apocalittici. Di questi tempi alimentare la speranza significa non arrendersi.

Di quanta speranza siete invase voi per portare avanti il teatro? Da dove nasce e cresce?

Speranza, certo, e anche un po’ di incoscienza. Gestire un teatro richiede un ventaglio di competenze eterogenee e infinite, l’incertezza e il rischio sono ingredienti che non mancano mai, per non dire del lavoro, della fatica, del nostro tempo dedicato quasi totalmente al teatro… Eppure non possiamo non renderci conto che noi, come tutti coloro che svolgono un’attività che diffonde cultura, siamo dei privilegiati, maneggiamo ogni giorno bellezza e poesia.

La speranza è qualcosa proiettata al futuro, ma nella stagione del teatro, compaiono spesso miti greci, quali sono le connessioni?

I miti greci da millenni ci raccontano chi è l’uomo, da quali forze è dominato, quali sentimenti lo avvincono. Passano i secoli ma l’uomo non cambia nella sua natura profonda. La speranza è quella di trasmettere agli spettatori che le vicende in scena ci riguardano, ci restituiscono noi stessi.

I miti greci sembrano mostrare la realtà delle cose, l’impeto delle passioni, meno la speranza. Eppure sono sempre più attuali, ma insegnano poco. Perché?

Non siamo convinte che insegnino poco. Serve la capacità di ascoltare i personaggi, di specchiarsi in loro, e chi sceglie di andare a teatro spesso ha maturato questa sensibilità.

Il mio nome è nessuno con la regia Francesco Polizzi è il cuntu di una antica favola raccontata ad un bambino, che dispiega la vela al favoloso viaggio di Odisseo; Trachinie con la regia di Walter Pagliaro scava profondamente nell’animo umano cercando nelle pieghe più riposte il senso del rapporto d’amore fino alla sua distruzione; Malamadre di Elena Fanucci studia il rapporto tra madre e figlia, Clitennestra ed Elettra, entrato nell’enciclopedia psicanalitica.

E sulle note del mito, meglio della mitizzazione, non si può non citare anche Esclusi di Roberta Calandra che si sofferma ancora sui rapporti conflittuali genitori – figli di personaggi illustri. Calipso di Caterina Stillitano vuole rappresentare il dramma dell’amore respinto.

Quali sono le sperimentazioni, i nuovi testi che metterete in scena per questa stagione e perché li avete scelti?

Abbiamo sempre avuto una inclinazione particolare per la nuova drammaturgia, talvolta in simbiosi con altre arti. In questa stagione per esempio il teatro si contaminerà con il fumetto in due spettacoli: Il papà di Dio, dall’omonimo romanzo a fumetti di maicol&mirco e Frammenti di Odissea: le donne del ritorno, ispirata all’opera dell’illustratore Fabio Visintin Odissea narrata allo sguardo.

Il nostro impegno verso la sperimentazione si esprime anche dando spazio a due giovanissimi artisti che hanno scelto di ispirarsi allo stesso classico: il russo Fiodr Dostoievski, per cui vedremo in scena Il giocatore con Daniele Colaiore e Memorie da una casa di morti con Andrea Lami. Flowers di Susanna Gianandrea crea un rapporto intimo tra attori e pubblico suddiviso in piccoli gruppi. Immersivo e itinerante sarà Appelsinpiken di Alessia Cristofanilli che farà, del cellulare, un inedito strumento teatrale, e sempre di Alessia avremo Quelli che spingono al buffet.

Non mancherà la musica con un concerto itinerante, Paradossalismo di Leonardo Silia

Nella vostra stagione c’è sempre molta attenzione alla drammaturgia al femminile, che racconta la vita delle donne, non sempre facile. Voi siete due donne e artiste, come vi confrontate dinanzi a questi testi?

L’intelligenza e la forza delle donne è un tema che ci affascina e a cui ogni anno dedichiamo dei titoli. Siamo onoratissime che Dacia Maraini sarà in scena al Teatro di Documenti con due opere. Marina, durante la rassegna Amori rubati curata da Federica Di Martino, una serie di incontri nel periodo in cui si celebra la Giornata contro la violenza sulle donne, a cui interverrà anche Laura Boldrini. L’altro spettacolo di Maraini è Caro Pierpaolo dedicato a Pasolini.

Lo spettacolo targato Teatro di Documenti è invece Amelia e Sophie: le aviatrici, in cui portiamo in scena la storia di due pioniere dell’aviazione che un secolo fa, sfidarono le convenzioni sociali e si lanciarono in un campo rischioso, del tutto nuovo, e di esclusiva pertinenza maschile, ottenendo dei successi straordinari, contando sulla pura forza di volontà e sulla determinazione.

Forse la chicca della stagione è l’omaggio a Luciano Damiani colui che ha trasformato questo teatro e a Giorgio Strehler con Prima della Tempesta. Che cosa rappresenta questo testo per il teatro?

Non vogliamo mettere gli spettacoli in una graduatoria, sono stati tutti scelti con cura e sono portati in scena da bravissimi artisti. In Prima della Tempesta abbiamo Marco Carniti alla regia e Antonella Civale all’interpretazione, che ci porgono un’opera perfettamente diretta e recitata che descrive uno spaccato di autentica vita teatrale raccontata da Alighiero, il suggeritore di La Tempesta di Shakespeare, spettacolo cult con Strehler regista e Damiani scenografo e costumista.

È stato lo spettacolo che ha segnato la separazione del binomio artistico che ha inciso come nessuno nella storia del teatro italiano, separazione dovuta alla oramai insanabile insofferenza di Damiani nel vedersi fagocitare idee e proposte. La sua reazione è stata quella di costruirsi un teatro da solo, su cui far convergere la sua “filosofia teatrale”: il Teatro di Documenti, che ha forme e logiche spaziali uniche. Ci teniamo a precisare che il Teatro di Documenti non è stato trasformato, ma è stato ideato e costruito da Damiani investendo la sua forza mentale, fisica ed economica: davvero un’impresa monumentale compiuta in solitaria.

Grazie e in bocca al lupo!

Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

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