Esce a ottobre l’album deLorenzo

le canzoni raccontano il mio microcosmo

L’album deLorenzo è il nuovo lavoro del cantautore della Brianza. I brani sono stati prodotti e arrangiati da chi ha suonato: Daniele Molteni (chitarre), Simone Casale (basso), Ivano Flospergher (batteria) e Maurizio Boris Maiorano (sequenze, programmazioni e percussioni). Il disco uscirà il 18 ottobre e sarà disponibile su tutte le piattaforme online. Abbiamo rivolto alcune domande al cantante lombardo.

È un album dove la chitarra è lo strumento predominante, come la melodia, quanto vero c’è di te e quanto hai dovuto bloccare per esigenze di tempo, spazio, mercato?

Senza voler sembrare presuntuoso, è un disco senza compromessi. Mi sono imposto 4/5 anni fa di provare a dire solo la verità. Nei testi ho raccontato senza filtri il mio percorso umano ondivago. Non perché fosse particolarmente interessante, ma proprio per dire solo la verità. Nel contempo, per la musica, ho scelto arrangiamenti minimali, per lo più acustici. L’80% dei recording è in presa diretta con poche sovraincisioni. Per soli due pezzi (L’amante e La logica del fare) ho utilizzato un quartetto d’archi, registrato separatamente. Il suono delle riprese è stato studiato con cura. Non mi piace il low-fi di alcune registrazioni indie. I recording sono curati, così come il mix (il fonico è Riccardo Parravicini che ha lavorato con Fabi, Gazzè, Venuti, Marlene Kunts) ed il mastering. Insomma pochi strumenti, ma recording e mix al massimo delle mie possibilità. Estrema cura nel suono e nel mix, evitando però smarmellamenti e patinature (mi piace la sintesi; non mi piace il barocco). 

I brani raccontano storie. Hanno un filo conduttore o sono solamente l’insieme di canzoni che avevi nella tua testa e che finalmente sei riuscito a inserire in un album? 

A parte Pippi, dove ho cantato, romanzandola – ma di poco – la storia vera di un salto nel vuoto di una bambina coi capelli rossi (raccontatami da un’amica), quasi tutte le canzoni raccontano il mio microcosmo di uomo altalenante: le mie paure, le mie passioni, le mie ossessioni. E canto anche del mio amore malato (hai presente dove massacri e sei massacrato? Quello). Spero emerga però anche il mio sguardo ironico ed autoironico sulla vita. Non riesco a prendermi sul serio. Non ce la faccio. Le canzoni sono nate in pochi mesi nel corso del 2017 ma la pianificazione del lavoro, le prove, il recording e la finalizzazione dell’album hanno richiesto quasi due anni. 

L’amante è il tuo rapporto con la musica, che tu dici fatto di amore e odio… chi prevale tra questi due sentimenti? 

L’amore. A volte ossessivo. Mi capita proprio di cadere innamorato di alcuni brani e coltivo un amore ossessivo per David Sylvian e Battisti. Ma succede anche che per mesi guardo la chitarra da lontano, senza toccarla. 

Cosa saresti diventato se non fossi riuscito a fare il cantante? 

Un “imprenditur lumbard”. Che è quello che sono. Porto avanti un’azienda metalmeccanica. Ho – ahimè – una laurea in economia. Errori di gioventù.

Come scrivi le tue canzoni? O meglio, dove trovi l’ispirazione che ti guida nella composizione dei brani? 

Scrivo per lo più di mattina. Appena alzato. Le canzoni vengono per caso, strimpellando la chitarra. Di solito mi esce un’idea melodica. Se sono fortunato scrivo il testo di getto. Se no, la parte testuale, può richiedere settimane o mesi. Non riesco a scrivere a comando. Non sono fra quelli che hanno la dote di sedersi e scrivere una canzone, perché devo. In effetti le idee melodiche escono sempre per caso.  

Se dovessi scegliere la canzone, nell’album deLorenzo, che esprime il tuo essere, quale sarebbe? 

Credo “Nono giorno delle ferie d’estate”. Racconto il mio tipico blocco estivo. Arrivano le vacanze, hai tempo libero (troppo) e cominci a pensare alle cose che non vanno, fai bilanci. I latini lo chiamavamo “horror vacui”: la paura del vuoto. Parto o non parto? Ci fu in effetti una falsa partenza, ma poi a Parma sono uscito e sono tornato indietro. Alla fine sono partito davvero per la Turchia (bellissimo viaggio).

La canzone che nell’esecuzione ha bisogno di più impegno? E quella che, invece, ha richiesto più tempo per essere scritta? 

La più difficile da eseguire live è “Come gregor samsa”. Ha un ritmo serrato, con un pizzicato veloce ed insidioso nelle strofe ed un ritornello impegnativo a livello vocale. “L’amante” è quella che ha richiesto una scrittura più lunga. Anche il suo recording è stato complesso. C’è un quartetto d’archi che esegue una coda lunghissima (nella mia testa ossessiva, non avrebbe dovuto concludersi mai). Ci ho lavorato tanto. La cosa più difficile è stato tenersi lontano da un effetto “patinato” che cerco di evitare come la peste. Era facile caderci con gli archi e con la complessità dell’arrangiamento. Spero di essere riuscito a preservare un po’ di crudezza, sporcizia e piglio “live”.

Grazie!

Print Friendly, PDF & Email

Se il nostro servizio ti piace sostienici con una donazione PAYPAL

Sissi Corrado

Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

LEGGI ANCHE