In scena all’Aventino, Aspettando Godot

Foto di Luana Belli

di Sara Colangeli

Un conto è vedere lo stesso attore recitare in teatro. Un vero privilegio è vedere quello stesso attore recitare un’opera complessa e tanto famosa come “Aspettando Godot“.

In questo caso gli attori sono Giorgio Colangeli e Paolo Briguglia, che raccoglie il testimone di Montanari, rispettivamente nei panni di Vladimiro (Didi) ed Estragone (Gogo). Avevamo già avuto un assaggio della messa in scena dello spettacolo nella passata stagione, all’anteprima con Francesco Montanari allo Spazio Diamante, che ha riscosso un grande successo e che sicuramente vedremo a teatro anche nella prossima stagione.

Siamo nella stupenda cornice dell’Accademia Nazionale di Danza, a pochi metri dal giardino degli aranci, sull’Aventino. Come da tradizione per Aspettando Godot, il palco è spoglio, l’allestimento è minimal, con due tavolini molto semplici e nulla più. Poi c’è lui, l’albero, che non è specificato che tipo di albero sia nel testo di Beckett, ma deve avere le foglie ovvero il simbolo del tempo che passa. Il tempo, uno degli spunti di riflessione più importanti dell’opera. Sul palco, la cosa bella e curiosa è proprio questa, c’è un pino secolare, intorno al quale è stata montata la pedana del palcoscenico. È proprio su questo albero che i due protagonisti riflettono sull’estremizzazione della follia dell’uomo: il suicidio. Ma poi ci ripensano, mi viene da aggiungere per fortuna, tornando ad attendere un certo Godot che non conoscono e non hanno mai visto.

Attraverso la figura dei due vagabondi, Giorgio Colangeli e Paolo Briguglia mettono in atto con grande esperienza e professionalità grandi sfaccettature e diversità di tecniche sceniche. Attraverso i due attori, lo spettatore ride, si diverte, si interroga, rimane nella costante attesa di questo Godot che deve arrivare ma che non arriverà mai. Al termine della pièce si resta con lo stesso interrogativo dei protagonisti: ma Godot arriverà mai? Chi è Godot?

In scena ci sono anche Riccardo De Filippis e Giancarlo Nicoletti, ovvero Pozzo e Lucky, un proprietario terriero e il suo servo. Degno di nota è l’intervento di Giancarlo Nicoletti che, dalla sua posizione di schiavo ignorante, sfodera un delirante monologo molto sapiente che poi termina in una scazzottata tra personaggi. Il momento di Nicoletti è stato personalmente uno dei più significativi ed esilaranti, un sfoggio di doti tecniche e carismatiche, una dimostrazione che essere un attore non è uno scherzo.

È interessante come a distanza di tempo, il testo di Beckett sia ancora attualissimo. In una società sfiancata dalla corsa contro il tempo, dove tutto è un rincorrere continuo, dove non c’è il tempo di fermarsi alla riflessione, dove nessuno ha la possibilità di aspettare, è davvero un modo curioso di interrogarsi su cosa davvero sia importante per l’uomo, su Dio e su quali siano i reali valori della società: l’attesa e la vita dell’uomo verso la morte.

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