Intervista all’artista Giovanni Trimani

In mostra le opere giovanili di Trimani alla Galleria Pavart
Si è aperta il 24 gennaio la mostra d’arte contemporanea “Trimani o tenevai” dell’artista Giovanni Trimani a cura di Velia Littera e saggio critico di Emanuela Di Vivona, che andrà avanti fino al 24 febbraio. La curatrice della mostra, nonché direttrice di Pavart Roma, presenta per la prima volta le opere di Giovanni Trimani in una prima tappa attraverso l’evoluzione dell’artista, alla scoperta delle sue mille sfaccettature. Ne abbiamo parlato insieme all’artista che si racconta attraverso le sue opere.
Benvenuto sulle pagine di CulturSocialArt. La mostra “Trimani o tenevai” che potremmo visionare fino al 24 febbraio 2023 è composta anche da alcune sue opere giovanili. Com’era Trimani da giovane?
Innanzitutto grazie per questa intervista. Da giovane ero timidissimo e lo sono anche oggi, ho imparato solamente a mascherare meglio. Questa mostra è stata un’occasione per rivedere alcune opere del 1999 con occhi diversi.
La curatrice Velia Littera le ha scelte immediatamente lasciandomi piacevolmente sorpreso. Non mi aspettavo che la colpissero così tanto. Il testo critico, scritto da Emanuela Di Vivona, ne ha tracciato un profilo molto aderente al mio stato d’animo all’epoca della loro esecuzione. Le parole di Emanuela descrivono benissimo l’idea che avevo durante la lavorazione. In quel periodo ero sicuramente più impulsivo e vorace nel dipingere. Con gli anni ho imparato ad essere più metodico e riflessivo. Sicuramente, come diceva Guccini, ero più “stupido” ed avevo tante sciocchezze in testa a quella età. Oggi non sono cambiato molto, ho solo capito qual è il vero senso della libertà sia sociale che intellettuale. Ho smesso di avere delle false certezze basate su stereotipi e granitiche idee futili. Soprattutto ho capito che nel mio lavoro e nella mia vita non ci sono confini invalicabili, ci sono strade da prendere senza perdere il senso di sé stessi.
In Italia dove l’arte non è sostenuta come in altri paesi, quali sono state le motivazioni che l’hanno spinta a voler fare l’artista?
Quando ho “scelto” non ho pensato assolutamente alle prospettive economiche o al sostegno del sistema paese. Ho sentito solo una spinta irrefrenabile a dipingere, creare senza pormi troppe domande.

C’è stato, successivamente, in età più adulta, matura, un ripensamento? Perché?
L’impatto con la realtà è quasi sempre traumatico. Sicuramente l’idea che mi ero fatto del mondo dell’arte era diversa dalla realtà. Quando da bambino vedevo il circo che gira intorno alle opere d’arte lo percepivo come un giardino felice dove ognuno portava il meglio di sé stesso. Quando ci sono entrato lo scenario era leggermente diverso e non poteva essere diversamente. Ci sono i giorni bui nei quali vorrei buttare tutto all’aria e fare altro, poi rinsavisco. Non potrei e non saprei fare altro.
Parliamo del suo essere artista: cosa la fa sentire tale?
Il contatto con il pubblico è la vera cartina tornasole del mio essere qui ed ora. Quando una persona sente una mia opera vuol dire che io sono, io posso, io comunico. Le opere d’arte devono trasmettere emozioni, belle o brutte che siano. Possono attirare come respingere il gusto dell’osservatore, ma devono innescare una reazione. Quando una mia opera “si accende”, io sono artista.
Le persone, molto spesso, sognano di cambiare vita, di seguire i propri sogni, per lei cosa sono i sogni?
Il sogno, inteso come un possibile scenario futuro, è la proiezione delle mie aspirazioni. Spesso sono simulazioni di un “possibile” non ancora in atto. Cerco sempre di avere sogni ben organizzati e precisi, per essere pronto qualora si realizzassero.

E invece, cosa sono le sue opere?
Un meccanismo complesso della mia mente per rielaborare le esperienze vissute e ricombinandole tracciare nuove composizioni. Tra un mio quadro del 1987 ed uno del 2023 non ci sono interruzioni, ci sono evoluzioni, ma l’uno è figlio dell’altro e non ci sarebbe il successivo senza il precedente. Ogni opera per me è fondamentale, dalla più piccola alla più grande, è un continuum intimo e costante.
Le sue opere giovanili, in particolare, cosa raccontano della vita?
Le stesse cose delle più recenti, sicuramente sono molto più egocentriche e per alcuni aspetti urlano con voce più alta. Io cerco sempre di raccontare l’umanità di ognuno, parto dal mio vissuto per cercare un terreno comune con l’altro diverso da me. Nelle opere di qualche anno fa ero più acerbo.
L’arte come sostegno alla difficile opera della società, all’umanizzazione delle persone. In questo periodo quale valore possono avere ancora le sue prime opere?
Le opere non hanno una scadenza o un’emivita. Sono ancora molto vitali e dialogano con l’osservatore oggi come ieri. Il loro messaggio è atemporale perché descrivono l’angoscia e la paura di vivere, le stesse di oggi.
Il tempo cambia le persone, ha cambiato anche il suo modo di vedere l’arte?
Sicuramente sì, solo uno stolto non cambia mai idea. Non è pericoloso cambiare idee o l’approccio che si ha nei confronti di qualsiasi fenomeno. L’aspetto fondamentale è non mettere in discussione la propria etica ed i propri principi.
Quali sono stati i suoi sguardi sull’arte della quale era circondato? Sugli artisti che ha incrociato o che sono cresciuti con lei?
Ho avuto la fortuna fin da bambino di vivere in un ambiente immerso nell’arte, pieno di quadri e libri. Ho avuto la fortuna di conoscere alcuni artisti. È stato stimolante ed affascinante e mi ha fatto comprendere che prima di “fare” un quadro devi essere quel quadro. Se non senti l’opera a cui stai lavorando come intima e tua, verrà fuori un lavoro sterile.

Quali sono stati invece gli artisti che l’hanno ispirata e in che modo?
Ci sono i grandi maestri: Picasso, Van Gogh e tutta la corrente dell’Espressionismo tedesco ed europeo. Guardando e riguardando in modo quasi compulsivo le loro opere ho appreso gli schemi e la capacità di bilanciare le composizioni. Da bambino mi divertivo con i cataloghi d’arte a memorizzare tutte le immagini e legarle ai vari artisti, è un esercizio che ripetevo infinite volte, ciò mi ha permesso di sviluppare la capacità di riconoscere il segno distintivo dei vari artisti. Studiare la vasta e variegata carriera di un maestro come Picasso serve a capire che nell’evoluzione del suo lavoro c’è sempre il suo tratto. Pur passando dal cubismo al suo ultimo quadro, Picasso non tradisce mai il suo percorso.
Oggi è lei ad essere esempio per altri artisti, quando le si avvicina un giovane, giovanissimo artista, che cosa le consiglia?
Quando succede mi mette i brividi e mi emoziona. Essere trattato come un “maestro” mi fa sentire un po’ strano, dentro di me sono sempre quel tredicenne che nel 1987 iniziava a dipingere ad olio. Cerco sempre di dare i consigli migliori, di mettermi nei loro panni e ricordarmi alla loro età. Mi sforzo di dare la risposta più adatta rispetto sia al carattere dell’artista sia al tipo di lavoro che fa. Spero sempre di risparmiare al prossimo gli sbagli che ho fatto io.
L’arte è più innata o più un attento studio delle tecniche?
L’arte è una scelta, lo studio è conseguenza di questa scelta. Fare un quadro è un atto di volontà, la tecnica viene di conseguenza. Se voglio fare una circonferenza perfetta a mano libera e lo desidero fortemente, con l’applicazione costante della tecnica ci riuscirò. Nessuno nasce pittore, scultore, poeta, musicista o attore, si sceglie di diventarlo e si studia, ci si applica fino allo sfinimento.
Per lei, chi è il vero artista?
L’astista che vive nella sua arte, colui che trasmette sé stesso nelle sue opere. In arte come nella vita bisogna avere un’etica molto strutturata.
Grazie per essere stato con noi e in bocca al lupo!
La mostra è visitabile presso la Galleria Pavart in Via Giuseppe Dezza 6b – Roma, fino al 24 febbraio 2023





