La goccia

InCorti da Artemia 2026: un corto sull’oggettificazione femminile
La goccia è un corto teatrale che parla di come gli uomini discutono di donne. Scritto e diretto da Matteo Tibiletti e interpretato da Luca Matalon, Simone Pacelli e Aurora Contini, sarà in scena sabato 18 aprile al Centro Culturale Artemia.
InCorti da Artemia – Festival Nazionale di Corti Teatrali è giunto alla sua decima edizione. 10 anni di teatro, passione e talento. Saranno tre serate imperdibili dal 17 al 19 aprile, con 15 corti da tutta Italia, tra emozioni, sperimentazione e spettacolo dal vivo… tutto a vista!
Intervista di Sissi Corrado
Il corto esplora l’oggettificazione della donna. Come avete costruito i personaggi e quindi lo stesso corto?
Il corto è nato, drammaturgicamente parlando, in un pomeriggio domenicale di circa un anno fa: avevo in mente solo questi due personaggi, davanti a un bicchiere di vino. Nella mia testa si è materializzata immediatamente l’idea che quei due bicchieri e quella bottiglia potessero rappresentare una semplice formalità attraverso la quale coltivare un sottotesto più ampio e angosciante.
Il testo inizialmente è stato concepito come corto cinematografico, perché volevo tornare alla regia video dopo tanto tempo. Poi, come accade spesso, mi sono reso conto di quanto avrebbe potuto funzionare anche sul palcoscenico. L’oggettificazione della donna è un tema fin troppo attuale, purtroppo. Nonostante i continui appelli, è un dramma che finisce sovente per trovare spazio nelle cronache quotidiane: un retaggio che noi uomini, evidentemente, fatichiamo a scrollarci di dosso.
Detto ciò, ho sempre trovato fin troppo semplice affrontare l’argomento tentando di essere accondiscendente con il pubblico, rassicurarlo e farlo sentire dalla parte “giusta”. Penso che l’arte debba mettere in discussione ogni cosa, anche il nostro modo di intenderla.
Far ridere il pubblico di una tragedia è una mossa azzardata, ovviamente. Ma se l’obiettivo è quello di porre l’attenzione su un determinato argomento, allora va bene. Il mio desiderio è che la gente provi simpatia per questi due, per poi fermarsi e dire: “Un momento… no, questo non va bene”. In questo modo lo spettatore è costretto a chiedersi: “Perché ho riso? ”. Già, perché?
Su questa idea abbiamo sviluppato, insieme a Simone Pacelli e Luca Matalon, i due protagonisti, dei personaggi profondamente stupidi e spietati: impegnati in una lotta di virilità e totalmente dimentichi del vero problema, noncuranti delle conseguenze della propria superficialità.
Nel finale, che non intendo svelare, ho voluto aggiungere una colonna sonora che offre una lettura molto diversa rispetto alla versione cinematografica: anche questa volta capace di far sorridere e riflettere.
Due uomini parlano di una donna, oggetto del loro “amore”. Il titolo è però “La goccia”. Cosa rappresenta e come diventa parte integrante dello stesso corto?
La goccia, per me, rappresenta quel limite — idealmente un semplice “no” — che viene fin troppo spesso ignorato e che rappresenta, nella stragrande maggioranza dei casi, una strada senza uscita.
Gli uomini che parlano di donne, spesso con battute discutibili e poca attenzione alle parole che diventano offese e attacchi, come possono essere considerati? Cosa devono fare per cambiare il loro atteggiamento?
A mio parere, a fare la differenza è sempre il contesto. Ci si dimentica che una cosa detta a porte chiuse, per scherzare, non ha lo stesso valore della stessa cosa detta pubblicamente o nelle vesti di un ruolo istituzionale. Questo limite genera caos: si intravede violenza laddove magari c’è solo goliardia e, al contrario, non si avverte il reale allarme in situazioni limite, in cui non si può più parlare di scherzo.
Purtroppo non sento di avere soluzioni. Potrei suggerire quelle che tutti noi conosciamo: educazione, famiglia, scuola. Ma fino ad oggi non mi pare abbiano funzionato, forse proprio perché si limitano ad essere parole e non azioni. Quello che manca credo che come sempre sia la volontà di cambiare. In questo ambito così come in qualsiasi altro la logica purtroppo è: “ha sempre funzionato così e così per sempre sarà”. Per molti aspetti siamo un paese vecchio… per vecchi.
Per quel che mi riguarda amo scherzare, anche essere talvolta politicamente scorretto, ma chi mi conosce sa che ciò che dico si ferma al contesto in cui lo dico. Quando si tratta di affrontare seriamente certi argomenti, il tono cambia. Non penso sia un passaggio così impossibile.
Come affronterete il pubblico e la giuria del Premio InCorti da Artemia?
È sempre un piacere e un onore prendere parte a questo concorso: per noi è la terza partecipazione. La prima volta è stata nel 2019 con “Chiudi la bocca” (anche in quel caso il tema era la violenza contro le donne), poi nel 2024 con “Binari” (sulla degenerazione cognitiva). Affronteremo questa opportunità come sempre: come un’occasione di confronto con realtà diverse dalla nostra.
“La goccia” ha già vinto il premio come miglior corto al concorso “Corteggiando” di Piacenza, ma ogni giuria è a sé, così come il pubblico. Siamo — parlo ovviamente a nome di tutto il gruppo — curiosi di conoscere l’accoglienza riservata al nostro lavoro.
Cosa vi aspettate dal concorso e cosa darete voi ad esso?
Come detto: confronto. Un confronto reciproco e, perché no, la possibilità di creare rete con altri gruppi. Nel nostro Centro Studi Arti Sceniche — nato nel 2024 e dedicato a teatro, danza, wellness e creatività — stiamo promuovendo proprio quest’anno un concorso di corti teatrali che si terrà a giugno a Ispra (VA).
Ci farebbe piacere se alcune delle realtà che si metteranno in gioco ad Artemia avessero voglia, come stiamo facendo noi, di attraversare l’Italia per tentare un’altra sfida.
Grazie e in bocca al lupo!





