Le opere di Nedjar: le bambole che salvano dal dolore

foto di Carolina Taverna

Nedjar, artista ancora vivente vicino ai circoli de l’art brut

I crimini contro l’umanità commessi dal nazismo non possono non segnare gli animi di chi li visse, tanto quanto di chi porta con sé questa memoria familiare che, seppure non vissuta, resta non risolta, un titano sulla vita di chi non ha una colpa attuale se non quella di trovarsi in linea diretta discendente dal lato della vittima o dal lato del carnefice.

Il trauma della scoperta delle proprie origini segna l’opera di molti artisti che si sono dedicata alla riscoperta di archivi, lavorando su memorie coloniali, libri all’indice, rivitalizzando pezzi di storia. Altri hanno sentito di potersi alleggerire dal fardello gravoso, del dolore provato, proprio attraverso una pratica artistica personale, creazione non studiata e spesso ripetuta di elementi sentiti come terapeutici. Esempio di ciò è l’opera dell’artista di origine francese Nedjar, nato nel 1947 da padre algerino e madre polacca di famiglia ebrea, che si rifugiarono in Francia per evitare i pogrom nazisti.

foto di Carolina Taverna

Privo di formazione artistica, Nedjar inizia a creare ispirato dai materiali legati alla sua infanzia: la stoffa è uno di questi, legato all’universo familiare in cui la nonna vendeva panni vecchi, mentre il padre faceva il sarto, attività alla quale rimandano anche le cuciture spesso presenti nelle sue opere. L’altro oggetto importante sono le bambole: ricorda nell’infanzia il desiderio di possederne una come le sorelle, mentre in famiglia velatamente gli si faceva intendere che non fossero cose da uomo, ed infine oggetto legato all’universo del padre.

L’espressione artistica è per lui più facile sin da bambino, una propensione messa in risalto dalle carenze nelle altre materie affrontate con difficoltà a causa della dislessia. Opere cardine del suo lavoro sono le poupées, appunto bambole, da viaggio, le bambole ricomposte e le Chairdame: queste ultime rappresentano l’espressione viva della memoria familiare dell’olocausto, tragedia umana e scoperta personale che per l’artista avviene tramite la pellicola di Alain Resnais “Nuit et Brouillard”. La visione dei corpi nelle fosse lo atterrisce, una consapevolezza improvvisa e dura, al punto di farlo sentire per anni uno di quei corpi. La scoperta della Shoah segna per lui un momento cruciale, lo porterà a produrre oggetti legati alla rottura e alla ricomposizione. Il filo, il cucito, tornano continuamente nelle sue creazioni, tanto negli stracci annodati per le sue poupee, che nelle immagini bidimensionali, tagliate e ricucite con grandi punti di sutura in filo rosso.

Foto di Carolina Taverna

Le Chairdame, poupées dall’aspetto ripugnante, sono creazioni che rimandano ad un corpo sofferente: vengono sotterrate e riportate alla luce secondo un meccanismo di rinascita e di purificazione legato ad una ritualità personale, dove putredine e metamorfosi si legano nell’ illusione di un processo purificatorio. Il materiale di cui sono fatte sono scarti di stoffa, pezzi già usati, legati e imbevuti per essere sporcati. Le Chairdame sono un simbolo di sofferenza e si legano all’espiazione del dolore, redenta attraverso un processo che ha del religioso: come una morte e una resurrezione, queste bambole funebri si legano in modo inscindibile all’interiorità dell’artista. Il nome stesso Chair Dame, carne di anima, ha una forte valenza ultraterrena, e Nedjar se ne prende cura istintivamente, è il gesto di ricucire, di annodare che ricrea, una cura contro le perdite vissute. La stoffa immersa in acqua, terra e altri materiali che ricordano il primordiale, viene poi appesa e messa a sgocciolare, come sanguinante di questo elemento originario. L’interramento e il dissotterramento, ne cambio lo status e anche la materia. Riattivate, dissotterrate, le poupee continuano il loro processo di putrefazione, sono maleodoranti, fatte e riempite con materiali trovati, sporchi, sono attaccate dai tarli, per liberarsi dei quali viene proposto a Nedjar un trattamento con gas, ironica sorte che sembra legarle ancora una volta irrimediabilmente all’olocausto.

La risoluzione di un passato doloroso, la giustificazione della propria sofferenza, passa per questa creazione in Nedjar, artista ancora vivente vicino ai circoli de l’art brut, ed esempio di creazione artistica liberatoria e pulsionale.

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Carolina Taverna

Diplomata al liceo artistico e laureata in studi storico artistici con tesi in arte contemporanea.

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