Rita Pasqualoni racconta Hannah Arendt

In scena a Roma la prima nazionale dello spettacolo Becoming Hannah Arendt

Donne che pensano, donne indipendenti, donne di cultura, ma anche donne di fora, coraggio, idee, attente osservatrici e ottime narratrici. Hannah Arendt, filosofa, storica e molto altro, è una di queste grandi donne che ha attraversato il secolo scorso e che si è confrontata con la società del tempo. Lo spettacolo Becoming Hannah Arendt scritto e interpretato da Rita Pasqualoni, vuole ricordare le sue gesta. In questo monologo diretto da Rita Gianini, con la voce di Romano Talevi, che andrà in scena dal 28 al 30 novembre al Piccolo Teatro Carlo Goldoni di Roma, si vuole omaggiare la Arendt nell’anno in cui ricorrono i cinquant’anni dalla sua scomparsa. Ne ho parlato insieme all’autrice e interprete Rita Pasqualoni.

Salve Rita, sarai in scena con lo spettacolo Becoming Hannah Arendt, che narra di Hannah Arendt, storica, filosofa, ma anche molto altro. Come hai conosciuto la Arendt?

Bentrovata Sissi e grazie per l’interesse a questo mio nuovo spettacolo, regia di Rita Gianini. Come sai mi sono sempre occupata di portare in scena figure femminili capaci di parlare alla società attuale. Diversi anni fa mi fu proposto un monologo su Hannah Arendt, che all’epoca conoscevo principalmente per La banalità del male. Ma non andò in porto. Decisi, però, di approfondire il suo pensiero e la sua vita (perché da subito capii che la Arendt non era una donna qualsiasi) e cominciai a leggere alcuni libri che istintivamente mi incuriosivano. Vorrei ricordare che quest’anno ricorre il cinquantenario della sua morte avvenuta a New York il 4 dicembre 1975.

Cosa ti ha colpita in particolare della sua persona e della sua vita?

La Arendt è una donna straordinaria, a mio avviso. È stata capace di vivere pienamente la sua vita affrontando con onestà, passione, curiosità e spirito critico ogni cambiamento. Mi ha colpito la sua informalità, il coraggio, la coerenza delle sue scelte, mai banali e mai mirate a ottenere approvazione o meriti. La considero un’icona pop. Una donna estremamente libera in contesto estremamente opprimente e pericoloso.

Hannah Arendt, ebrea, studiosa, donna indipendente, ha attraversato la storia in uno dei periodi peggiori, essendo cresciuta in Germania durante il nazismo. Eppure, per quell’epoca, era una donna molto avanti con il pensiero, aveva una mente brillante che sfruttava. Come ha vissuto lei, le mille forme di discriminazione che ha subito?

Hannah Arendt è cresciuta in una famiglia dove la parola “ebreo” non era mai stata pronunciata quando era piccola e la questione dell’ebraismo era un dato di fatto che non necessitava di alcuna spiegazione o sottolineatura. A casa sua esistevano delle regole che le hanno permesso di mantenere e proteggere la dignità. Probabilmente questa educazione le ha dato la possibilità, a un certo punto della sua vita, di farsi spettatrice e testimone per capire cosa stava accadendo. Il suo desiderio è sempre stato quello di comprendere a dispetto di tutto e tutti. Quando nel 1963 uscì La banalità del male fu accusata perfino di mancanza di amore per il popolo ebraico. Ma questo lo racconto durante lo spettacolo che, tengo a precisare, non è sulla banalità del male.

Il suo pensiero è sempre stato rivolto all’umanità, cercando di comprenderne le sue sfaccettature, in particolare le sue negatività, sfociate con la presenza, in quegli anni, di dittature che hanno potuto proliferare grazie al terrore. Ma lei, cosa pensava realmente delle persone che le vivevano accanto, della gente che incontrava e con la quale intratteneva conversazioni?

La Arendt è stata sempre una donna molto schietta. Lo dice lei stessa: “Non sono una persona molto gentile e neanche troppo cortese. Dico quello che penso.” Deduco sia stata una persona che intratteneva relazioni sulla base del rispetto reciproco e della verità. Quella verità che ha sempre cercato in ogni avvenimento storico e privato.

Parliamo dello spettacolo Becoming Hannah Arendt, un monologo che hai scritto e che interpreterai, in una prima nazionale a Roma. Nel momento della scrittura, cosa hai scoperto della Arendt che ti è piaciuto o meno?

Mi ha sorpreso scoprire la sua natura naif e intraprendente al tempo stesso. Ad esempio, leggendo il carteggio con Martin Heidgger, fu lei a proporsi timidamente ma in modo fermo a lui, il suo professore universitario, il cui rapporto è durato tutta la vita. Ovviamente trasformandosi. E poi la sua ironia, la capacità di ridere nonostante le vicissitudini della vita.

Come hai preparato il personaggio?

Leggendo il più possibile, ascoltando le interviste, conoscendo il suo pensiero. Guardando le fotografie. Spero di riuscire a trasmettere l’essenza, le peculiarità di questa donna. La sua limpidezza.

A dirigerti una donna, Rita Gianini. Come avete collaborato? Quali sono state le direttive registiche?

Con Rita mi sono trovata benissimo. È una grande professionista con una grande cultura. Rita ha puntato essenzialmente sulla parola, sull’attualità che oggi più che mai questa parola esprime e rivela, in una costruzione scenica sempre in movimento dove vive e s’incarna. Lo spettacolo viaggia in parallelo tra la Arendt privata e pubblica. Partendo da una giovane Hannah piena di timori e visioni per arrivare a diventare Hannah Arendt, la filosofa, storica e politica che oggi conosciamo.

Qual è il messaggio che vuoi far arrivare al pubblico e anche ai tanti giovani che possono riscoprire la figura di una donna così determinata e attenta alla società che la circondava?

Il messaggio che vorrei arrivasse al pubblico è, come sottolinea Hannah Arendt, quello di “esercitare la facoltà di pensiero, facoltà di cui tutti siamo dotati” e “avere fiducia in ciò che è umano in tutti gli uomini”. Proviamo anche noi, allora, a non fermarci alle apparenze, alla superficie delle situazioni, ma cerchiamo di comprenderne il significato più profondo per poter rendere il mondo un posto migliore, non solo per noi ma anche per chi verrà dopo di noi. Perché: “L’uomo non si realizza mai nell’isolamento ma solo quando è con gli altri, non per né contro altri, ma insieme agli altri.”

Grazie e in bocca al lupo!

Grazie a te Sissi. Crepi il lupo!

Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

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