Antonio Monaco ricorda l’eccidio del Circeo

In scena al Teatro Trastevere di Roma Cigno, Cigno, ispirato al massacro del Circeo del 1975

Un fatto di cronaca che sconvolse l’Italia, ma che fece emergere anche la difficoltà di narrazione della violenza sulle donne, nonché della considerazione che i maschi avevano e hanno ancora oggi, sulle stesse. Il massaro del Circeo fece due giovani vittime, una Donatella Colasanti sopravvisse, l’altra, Rosaria Lopez morì. Lo spettacolo Cigno, Cigno – Atto unico ispirato al massacro del Circeo, che andrà in scena al Teatro Trastevere di Roma dal 27 al 30 novembre, è considerato uno spettacolo disturbante.

Scritto e diretto da Antonio M. Monaco, con Arianna Ferrucci, Giulia Fortuna, Alessandro Straface, Edoardo Di Giuseppe, Riccardo Maggiani.  Ne ho parlato insieme all’autore e regista Antonio M. Monaco, che ringrazio per la sua disponibilità.

Lei è l’autore e il regista dello spettacolo Cigno, Cigno – Atto unico ispirato al massacro del Circeo. Cosa l’ha spinta a mettere in scena un racconto così duro, disturbante?
Sono appassionato di cronaca, in particolare quella degli anni Settanta e Ottanta, che sono stati decenni particolarmente ricchi, da questo punto di vista: pensiamo a tutte le vicende legate alle Brigate Rosse, per esempio. Su quel filone lì ho scritto il mio primo testo teatrale, Articolo 90, ispirato all’omicidio di Germana Stefanini. È una vicenda di cui quasi nessuno ha più memoria.

Il massacro del Circeo è, al contrario, qualcosa che appartiene e probabilmente apparterrà per sempre alla memoria collettiva di questo Paese, perché è stato forse il primo femminicidio ad avere una così grande risonanza mediatica, in un’epoca in cui il termine “femminicidio” ancora non esisteva nel dibattito pubblico. Oggi questa parola è la quotidianità nelle nostre cronache, e credo sia tristemente emblematico il fatto che, se c’è un qualcosa che in 50 anni non è ancora cambiato, questo qualcosa sono proprio i crimini contro le donne.

Lei com’è venuto a conoscenza del massacro e come lo ha vissuto in questi anni?
Nel 1975, quando si sono verificati i fatti, io non andavo neanche all’asilo, quindi non ho un ricordo diretto di quei giorni. Negli anni però quella storia è sempre tornata: ricordo le interviste a Donatella Colasanti, o i servizi al telegiornale in occasione di qualche anniversario o commemorazione. Ricordo che spesso se ne parlava nella mia famiglia. È una di quelle storie che non ti lasciano indifferente. Devi cercare di elaborarla, di capire come è stata possibile tanta cattiveria, tanta disumanità.

Pensa che la società abbia compreso realmente cosa sia accaduto, oppure i pensieri e le riflessioni di un’Italia degli anni passati sono ancorati al presente?
Penso che comprendere realmente cosa sia accaduto sia impossibile. Puoi cercare di elaborarlo, ma comprenderlo forse no. In Italia, anche dopo il massacro del Circeo, ci sono voluti 21 anni prima che lo stupro venisse considerato reato contro la persona. Fino al 1996 era “reato contro la moralità pubblica e il buon costume”.

È un dato che racconta molto del contesto culturale dell’epoca. E la verità è che, nonostante siano passati ormai 50 anni, quella mentalità non è del tutto superata: ancora oggi persiste la tendenza a colpevolizzare le vittime, quindi direi che siamo ancora ben lontani dall’aver compreso ciò che quella vicenda ci ha mostrato.

Sono ormai passati cinquant’anni da quel massacro e ancora oggi le donne vengono massacrate, derise, utilizzate come oggetti di proprietà. Eppure fatti del genere dovrebbero risvegliare le coscienze e mettere in atto azioni sociali e giuridiche che contrastino delitti così efferati. Eppure…
Eppure non è così. Ogni nuovo femminicidio scatena un’ondata immediata di rabbia, dolore e indignazione ma tutto questo dura sempre troppo poco. Si finisce presto per dimenticare. Poi si riattiva tutto in occasione del femminicidio successivo. Ma per scardinare tutto questo c’è da fare un lavoro enorme, non soltanto a livello giuridico. Quello sarebbe certamente un ottimo inizio, ma è un intero sistema di pensiero, che va scardinato. È un lavoro che deve attraversare la società a 360 gradi.

Come ha presentato lo spettacolo e la storia agli attori? Cosa conoscevano loro?
Abbiamo organizzato i provini a dicembre del 2023. Era da poco accaduto il femminicidio di Giulia Cecchettin, quindi era uno di quei momenti di fortissima indignazione collettiva. La scelta di accettare di prendere parte a un progetto del genere è stata per gli attori un po’ come un atto di coscienza civile. Loro conoscevano il massacro del Circeo per sentito dire, ma non sapevano cosa fosse successo di preciso. C’è stata, da parte loro, tanta curiosità, tanta voglia di informarsi: ho messo a loro disposizione tutti i materiali che ho utilizzato per documentarmi prima di scrivere il testo, abbiamo visto La scuola cattolica, e poi chiaramente abbiamo discusso molto, ci siamo confrontati.

Cos’è cambiato, secondo lei, nella vita degli attori, dopo aver interpretato questi personaggi, dopo essersi messi a confronto con loro? E cosa potrebbe cambiare negli spettatori?
Per gli attori, sicuramente una maggiore consapevolezza dei propri strumenti attoriali ed emotivi. Il lavoro che è stato fatto sui personaggi è stato molto complesso, sia per gli attori che interpretano gli aguzzini, sia per le attrici che interpretano le vittime. A tutti loro è stato chiesto di scavare molto a fondo, di lavorare con responsabilità e rispetto. Per quanto riguarda gli spettatori, vorrei solo che uscissero dal teatro con la consapevolezza di quanto ancora c’è da fare, concretamente, perché le nostre figlie, le nostre sorelle, le nostre compagne, siano e si sentano al sicuro.

Lo spettacolo è disturbante, fa male, ma è anche questo il suo intento. Com’è stato scriverlo?
È stato un vortice di emozioni: rabbia e sgomento su tutte. Naturalmente c’è stato, da parte mia, un grosso lavoro di documentazione: ho letto interviste, verbali, articoli. E leggendo questo materiale ho provato spesso un profondo senso di disgusto. È per questo motivo che ho scelto di collocare le situazioni più violente dietro le quinte.

Oggi siamo bombardati da contenuti true crime ma abbiamo sempre uno schermo (quello dello smartphone, quello del televisore) che ci separa da quelle tragedie. A teatro quello schermo non c’è. Lo spettatore vive il qui e l’ora di quella tragedia, che in questo caso è stata una tragedia reale, perché il massacro del Circeo è successo veramente. Sbattergli in faccia tutto quell’orrore non mi sembrava né necessario né rispettoso.

Cigno, Cigno cosa vuol essere?
Vuole essere un invito a continuare a riflettere, a ragionare, a interrogarsi su quanto l’essere umano sappia essere, a volte, disumano. E allo stesso tempo vuole essere un monito a non abituarsi, a non assuefarsi alla violenza. Vuole essere un invito a continuare a indignarsi, per quello che è successo e per quello che purtroppo continua a succedere.

Grazie e in bocca al lupo!

Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

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