Pubblicato il: 26 Febbraio 2019

Shakespea Re di Napoli: il sogno di un Desiderio  

In Recensioni

Una scenografia semplice, essenziale, ma allo stesso piena e completa, che non toglie spazio ai personaggi bensì li accompagna nei loro movimenti     

Dal 21 febbraio al 3 marzo va in scena, al Piccolo Eliseo di Roma, lo spettacolo “Shakespea Re di Napoli”, interpretato da Claudio Di Palma e Ciro Damiano, scritto e diretto da Ruggiero Cappuccio.

La storia è ambientata sulla spiaggia di Posillipo, nella notte di Carnevale. Desiderio, tornato a Napoli, un po’ per paura della peste, un po’ per nostalgia, dopo un avventuroso naufragio, riabbraccia il suo vecchio amico Zoroastro. Ad egli racconta di aver vissuto questo lungo periodo a Londra e di essere diventato l’interprete dei personaggi femminili del grande Shakespeare. Zoroastro è incredulo, una storia troppo al limite tra menzogna e verità, e conosce il suo amico Desiderio, che è sempre stato amante di racconti surreali. L’obiettivo è entrare a corte a recuperare il quadro che raffigura Desiderio per dare certezza a Zoroastro della verità delle parole dell’amico.

Una scenografia semplice, essenziale, ma allo stesso piena e completa, che non toglie spazio ai personaggi bensì li accompagna nei loro movimenti: un baule al centro della scena che contiene i versi d’amore che il drammaturgo inglese ha scritto per il misterioso W.H. (Will = Desiderio + Heart = cuore), con i fogli ormai tutti bagnati e con l’inchiostro sbiadito così da essere in dubbio su cosa veramente ci fosse stato scritto; un piccolo tavolino con le pozioni dell’alchimista Zoroastro, a riprova della confusione tra magia e realtà; una botte che accoglie le spalle stanche di Desiderio all’inizio della scena e dove vi sono appese delle maschere, oggetto non solo della festa di Carnevale, ma elemento usato per nascondersi, confondersi a corte, così come nella vita, proteggersi e non riconoscersi.

O munn nun’né fat pe cos o ver, così Zoroastro spiega all’amico il bisogno dell’uomo di illudersi, di apparire di vantarsi di sogni immateriali che neanch’egli sa davvero desiderare.

Più che da guardare, lo spettacolo può essere anche solo ascoltato: un napoletano arcaico, dalla forma antica ma con espressioni attuali, oserei dire moderne. Una musicalità che anche laddove le parole non sono comprensibili alla lettera, assumono un significato del tutto personale, frutto dell’intuito di chi le ascolta.

E poi l’epilogo, che seppure drammatico perché incornicia il corpo di Desiderio, forse, privo di vita, viene allietato da una musica serena che non distoglie lo sguardo da quella scena e, quando il sipario si chiude, si rimane lì fermi a ripercorrere la storia e a chiedersi se poi è tutto vero…

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