Intervista ad Angelo Colosimo in scena al Festival Teatramm’

Le tragedie della Calabria portate in scena da Angelo Colosimo con Simu e Puarcu
Ad aprire la serata del Festival Teatrale Teatramm’ di venerdì 3 settembre ore 18.30 al Teatro Marconi di Roma, sarà lo spettacolo Simu e Puarcu della Compagnia Angelo Colosimo in arrivo dalla Calabria. Il monologo è scritto e interpretato da Angelo Colosimo per la regia di Roberto Turchetta.
Abbiamo incontrato l’autore e interprete Angelo Colosimo a cui diamo il benvenuto sulle pagine di Cultursocialart.
Salve Angelo, lei aprirà la serata del 3 settembre al Festival Teatramm’, cosa si aspetta dalla partecipazione alla manifestazione e quindi dal pubblico?
Innanzitutto grazie per le domande. Le aspettative sono delle migliori. L’idea soltanto di poter concorrere, anche se il termine non mi piace, con spettacoli di qualità, è uno stimolo a fare ancora meglio. Dal pubblico mi aspetto che possa apprezzare tutti i lavori e non solo il mio. Mi aspetto che faccia il pubblico e quindi che sia critico. Mi aspetto che abbia la voglia di ascoltare le nostre storie.
Sono le prime serate in cui si riprende a partecipare ai live e quindi a godere degli spettacoli teatrali. Come avete vissuto voi, come compagnia, e lei personalmente questa lunga chiusura forzata a causa del covid-19?
Male. Molto male. Durante il primo lockdow l’ansia e le preoccupazioni mi portavano a non dormire. La paura per il futuro è arrivata da subito. Mi mancava la forza di pensare anche a cose nuove. Non sono riuscito a mettere a frutto il tempo a casa, mi sembrava che qualsiasi cosa potessi pensare o scrivere non avesse alcuna prospettiva futura. Il mio teatro lo sentivo vecchio e inutile. Fortunatamente le cose poi sono cambiate. Ho cominciato a vivere meglio questa situazione. La mia mente così come ha avuto un momento di foschia si è rischiarita da sola, un naturale adattamento al nuovo presente.
Parlando dello spettacolo che porta alla manifestazione. Ha scelto un argomento che si sposa con l’impegno sociale ma anche un argomento forte: narra di un delitto mai risolto, quello di Santino Panzarella. Perché ha scelto questa storia tra le tante che caratterizzano il sud Italia?
Non l’ho scelta. Ci siamo scelti. È stato un incontro fortuito. La storia l’ho incontrata leggendo alcune vicende di ‘ndrangheta su un sito. Avevo in mente un impianto stilistico e delle metafore che volevo far emergere, dei parallelismi tra la vita animale e le dinamiche di ‘ndrangheta, e la storia di Santino che si è palesata a me, è stata la chiave, il viatico per affrontare al meglio il mio messaggio. Ho usato la parola chiave non a caso. C’è un motivo preciso: se ve lo dicessi ora non avrebbe senso. Dovete venire a vedere lo spettacolo per capirlo.
Cosa ha deciso di evidenziare nel suo spettacolo di questa vicenda?
La nostra condizione di meridionali, sempre sudditi da millenni. La nostra condizione di porci. Il porco è l’animale che sfamava intere famiglie per tutto un anno. Ma i porci devono essere cresciuti bene, devono mangiare e bere. Devono riprodursi per dare altri maiali…poi però, sappiamo tutti la fine che fanno.

Il suo è un teatro alla ricerca di verità e giustizia che caratterizza molti giovani e/o abitanti del meridione. Come vive il suo forte impegno nel mondo del teatro e come lo vivono le persone che vengono a vedere spettacoli così intensi?
Più che alla ricerca della verità, cerco di disseminare dubbi nello spettatore, di non lasciarlo mai indifferente. Un po’ come il teatro della peste cerco di “schiaffeggiare” lo spettatore per scuoterlo e farlo riprendere dal torpore dell’indifferenza. Al nord lo spettacolo colpisce molto per alcuni aspetti. Al sud colpisce per altri totalmente differenti. In Calabria, soprattutto, a molte persone non piace vedere la realtà rappresentata in maniera cruenta. Preferiscono accettare la realtà che supera di gran lunga la mia fantasia, ma si indignano davanti alla rappresentazione del fatto. L’osceno in Calabria pare sia consentito nella realtà e non nella finzione.
Lo spettacolo è in lingua calabra, non pensa che questo possa essere un deterrente per far conoscere le storie che racconta?
No. Non mi è mai importato. Il linguaggio è il teatro, lo strumento è il dialetto.
Ho portato i miei spettacoli in Argentina, senza sottotitoli. Hanno letto il foglio di sala e quando si è spenta la luce il teatro ha fatto il resto
Quanto è importante nella società moderna, portare avanti il teatro impegnato come il suo?
No affatto. Non ritengo il mio teatro impegnato. Non lo è, e non lo è mai stato. Il mio è un teatro per gli ultimi e degli ultimi (almeno fino ad ora, poi cambierò, si deve cambiare) non ho mai distinto teatro impegnato, teatro di ricerca…ecc ecc…
A me piace trovare la semplicità nelle storie, farle arrivare allo spettatore nel miglior modo possibile. Credo che questo debba essere l’impegno di tutti quelli che scrivono. Basta essere onesti intellettualmente così facendo anche le commedie più leggere saranno impegnate… impegnate ad alleggerire l’animo di chi la guarda.
Grazie per essere stato con noi e in bocca al lupo per la manifestazione!





