Lino Musella, Eduardo, il Teatro: Adda Passa ‘A Nuttata

Il progetto di Musella dalle carte di De Filippo
È stato riproposto, dal 30 novembre al 5 dicembre, presso il Teatro Vascello di Roma Tavola tavola, chiodo chiodo, ideato da Lino Musella e debuttato al San Ferdinando di Napoli l’anno scorso.
Spettacolo energico, aggressivo, estenuante nel proporre convincentemente quello che ha da dire, è semplicemente teatro. Si tratta di uno spettacolo che l’attore partenopeo, insieme a Tommaso De Filippo, ha costruito sulla base di vari carteggi di Eduardo. Lino Musella, che ha vinto il premio Ubu nel 2019, dichiara – riassumo le sue parole – che lo spettacolo è nato durante la pandemia, durante la quale ha riflettuto attraverso le parole di grandi poeti, filosofi, drammaturghi, etc. e ha pensato a Eduardo De Filippo non solo alla luce del talento e delle sue opere ma delle sue donchisciottesche battaglie e dei suoi fallimenti; la generazione di Lino Musella – continua a dire l’attore – proviene dalle macerie del grande Teatro a cui non resta che “fare muro”, continuare a costruire, pezzo dopo pezzo, le possibilità di un futuro; e il titolo indica la frase che Eduardo incise sulla lapide del palcoscenico del San Ferdinando al suo macchinista Peppino Mercurio che, appunto, era riuscito ad erigere quel palcoscenico.
Direi che c’è tutto il significato del progetto nella dichiarazione di Lino Musella e bisogna dunque essere particolarmente cauti nel dare giudizi allo spettacolo. La riflessione che Musella prodiga sul palcoscenico, accompagnato dalla musica dal vivo di Marco Vidino, è amara, vera, profonda e diretta, cosciente del fallimento e, proprio per questo, donchisciottescamente vincente; a questo punto, “eduardianamente” vincente. Il profilo che esce dai carteggi di Eduardo complica la figura del grande artista ma il punto è altrove, ovvero in una riflessione che si vorrebbe definire – se il termine non risultasse da parte mia scioccamente inadeguato all’intelligentissimo spirito dello spettacolo – “meta-artistica”. Si è vista, durante la pandemia, ancora di più la miseria in cui versa l’arte italiana; Musella a tratti con livore, a tratti aggressivo, a tratti rassegnato, sempre coerentemente e, appunto, artisticamente e quindi, sinceramente, offre uno spietato quadro della situazione, senza indulgenze, senza retoriche, celando magistralmente la sua stessa arte, scuotendo il pubblico; egli lo desta schiaffeggiandolo, e riflette non solo sul rapporto autore-regista-attore, ma inserendoci anche l’altro elemento, il pubblico, che viene “svegliato” dalle sue parole che provengono dal palcoscenico.
Eduardo diviene così non solo un attore, un autore, un regista, egli diviene un tagliente faro della modernità, un uomo che tenne sveglie le coscienze nel dopoguerra, e che può tenerle sveglie ancora oggi, quando il teatro italiano potrebbe sprofondare a causa di scelte politico-economiche inadeguate, di disinteresse verso l’arte, di disimpegno collettivo. Eduardo, conscio del fallimento delle proprie operazioni, continuava ad agire “politicamente” inviando lettere al Ministero. E Musella riprende tutto questo, conscio del suo difficile mestiere, conscio del fatto che l’immagine dell’uomo moderno è ancora Donchisciotte e che se il risultato nell’arte è impossibile, non per questo si deve gettare la spugna, e lo dice, lo grida anche, al pubblico. Mi concedo di citare Beckett: Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better. Eduardo come Beckett era un uomo moderno: Lino Musella mette in scena questo, fa arte facendosi esso stesso arte, citando verso la fine anche un’intervista a De Filippo, con alcune interessanti considerazioni come, i fessi sono più pericolosi degli ignoranti oppure che si pensa a Dio più quando si è sofferenti che quando si è felici, che fanno riflettere, ma lasciano intendere che si può riprovare.
Pare il caso di dire che, alla fine dei conti, Adda passa’ ‘a nuttata!





