Minchia signor tenente, per parlare di mafia

In scena lo spettacolo cult di Antonio Grosso, Minchia signor Tenente
Minchia signor tenente è una pièce scritta e interpretata da Antonio Grosso, per la regia di Nicola Pistoia, con in scena Antonio Grosso, Natale Russo, Antonello Pascale. E’ un testo emozionante che parla di mafia. Il testo affronta la mafia partendo da una semplice caserma del sud Italia, in Sicilia, dove sono presenti militari provenienti da più parti della penisola.
La caserma si trova in un tranquillo paesino dove il reato più grave è il furto di galline da parte di una volpe. Qui i militari cercano di mantenere un contegno degno del loro nome e della loro divisa, ma capita che un giovane si innamori di una ragazza del paese e che lo tenga nascosto ai superiori. Può capitare che un altro militare debba partecipare al matrimonio della sorella e possa richiedere più giorni di permesso, sentendosi al sicuro perché vive in un paese tranquillo.
La vita della caserma si rispecchia in quella della cittadina, dove i militari sono visti con indifferenza, certo, ma anche con simpatia: dipende dagli abitanti. Ci sono tante situazioni che raccontano la diversità degli uomini della caserma, anche se alcuni sono troppo giovani, ci sono anche tante situazioni inverosimili, sul filo dell’assurdo che mantengono lo spettatore rilassato, mentre si parla di onore, di giustizia, di fede nelle istituzioni.
Divertimento e risate, sì, ma siamo nel 1992 e quando le stragi di Capaci e via D’Amelio irrompono prepotenti nelle loro vite di giovani servitori dello Stato, è un pugno duro che colpisce allo stomaco. Colpisce ma non annienta quei giovani che vivono in prima persona una tragedia immane come quella che colpì e lasciò un segno indelebile nei loro volti e cuori.
Il finale è un momento di alto riconoscimento ai caduti di mafia, al loro coraggio ed è un segno di onore e rispetto da parte del cast e del pubblico in sala. Un momento che viene accompagnato da un sincero e lungo applauso da sempre, dalle prime rappresentazioni a quelle di oggi, nonostante siano passati gli anni. E commuove non poco la lettera del fratello di Paolo Borsellino letta da tutto il cast, nessuno escluso, che chiude lo spettacolo.

Parlare di mafia, delle stragi, delle vittime, troppe, che hanno resa tristemente nota questa organizzazione criminale, è difficile. Non si può impedire alla mente di rattristarsi ripensando alle giovani vite spezzate, al coraggio di chi non ha mai indietreggiato dinanzi alla dura realtà, a chi ha combattuto spesso, anche contro chi avrebbe dovuto sostenerli. Non è un caso che questo spettacolo sia molto adatto anche ai giovani, a chi non conosce alcune realtà e che invece, si ritrova a confrontarsi con chi vivendo una vita normale, solo perché insegue un ideale, quello di giustizia, si è ritrovato a rappresentare la straordinarietà.
Antonio Grosso scrisse il testo all’età di 23 anni, nel 2008 per raccontare la mafia, così come la può vivere e vedere un giovane del sud. Minchia signor tenente è vincitore del Premio Cerami come miglior drammaturgia contemporanea. La commedia è diventata un cult ed è stata rappresentata 370 volte raggiungendo un gran numero di spettatori, tra cui molte scolaresche.
Ha la capacità di penetrare nella mente dello spettatore e di avviarlo ad una seria riflessione. Non è un caso che sullo spettacolo è stata scritta anche una tesi di laurea, dal titolo “Il teatro come strumento educativo per la promozione della legalità”, segno di interesse, in particolare dei giovani.





