Figli di Troia

InCorti da Artemia 2026: uno sguardo sull’essere profugo
Figli di Troia è un corto teatrale che parla di profughi di ieri e profughi di oggi. Scritto, diretto ed interpretato da Giovanni Cordì, sarà in scena sabato 18 aprile al Centro Culturale Artemia.
InCorti da Artemia – Festival Nazionale di Corti Teatrali è giunto alla sua decima edizione. 10 anni di teatro, passione e talento. Saranno tre serate imperdibili dal 17 al 19 aprile, con 15 corti da tutta Italia, tra emozioni, sperimentazione e spettacolo dal vivo… tutto a vista!
Il corto Figli di Troia, parla di profughi, di migranti, di distruzione, di ricerca di una nuova patria. Enea, forse il figlio di Troia più vicino a noi, approdò sulle coste italiche diede l’avvio per una nuova generazione che è cresciuta integrandosi. La storia si ripete continuamente tra corsi e ricorsi. Noi cosa abbiamo imparato dalla storia, dalle leggende, dai miti, e cosa, invece, non riusciamo a rendere nostro?
L’impero romano ha avuto come fondatore Enea, un profugo, un advèna, un esule accompagnato da fuggiaschi che aveva attraversato il mare, rischiando mille volte scomparire nell’acqua e dal nulla è diventato padre di tutti. Roma è divenuta grande, proprio per tale sua genesi, imparando ad accogliere e fondendosi con le diversità che di volta in volta incontrava. Credo che memoria storica, che spesse volte tendiamo a dimenticare, dovrebbe insegnarci a fare nostro quell’approccio antico che ha reso grandi i nostri antenati.
Profughi di ieri e profughi di oggi, distruzioni e guerre di ieri e di oggi: quali dovrebbero essere i reali percorsi moderni e quali barriere, invece, dovremmo abbattere?
Partendo da ciò che scrisse Seneca – “farai fatica a trovare ancora una terra abitata dagli indigeni: tutto è il risultato di commistioni e di innesti” – viene spontaneo chiedersi perché oggi sia così impensabile concepire un mondo in cui tali innesti e commistioni siano un arricchimento, dato che proprio tali fusioni di genti hanno portato alla nascita e alla grandezza di nuovi popoli. Le reali barriere da abbattere sono solo dentro la nostra mente. E i confini dovrebbero solo servire a individuare una nazione su una cartina geografica, niente più.
Sono i giovani e i bambini coloro che più vengono investiti del ruolo di profughi, coloro che rappresentano la speranza per non essere dimenticati. Quali sono le attuali vie di salvezza per chi è costretto a fuggire, a cercare di ricostruirsi una vita lontano dalla propria casa?
La questione è controversa, difficile individuare quelle che possono essere potenziali vie di salvezza. Ciò però che possiamo fare è non abbandonare chi ha bisogno e predisporre tutti i mezzi necessari non soltanto per attutire il dolore di queste genti, ma soprattutto per eliminare le cause che stanno alla base di tali fughe. È un nostro dovere in quanto esseri umani!
Come affronterai il pubblico e la giuria del Premio InCorti da Artemia?
Con sincerità. Mi preme trasmettere un messaggio e spero, con questo, di piantare un piccolo seme nella coscienza di ogni spettatore. Se germoglierà o meno sarà il tempo a deciderlo.
Cosa ti aspetti dal concorso e cosa darai ad esso?
La mia intenzione è di utilizzare la vetrina culturale del concorso Artemia (e l’eventuale vittoria) come cassa di risonanza per cercare di smuovere, nel mio piccolo, quante più coscienze possibili. Cercherò così di portare all’interno di tale manifestazione, una mia impellenza che possa diventare di tutti, puntando un faro, dando voce a chi non può parlare. Il teatro ha, anche, una funzione sociale e questo non dobbiamo mai dimenticarlo
Grazie e in bocca al lupo!
Crepi il lupo… grazie!





