Al Liceo Eliano Luzzatti nasce DIEM

 

i giovani studenti si cimentano in una rivista cartacea

Ai più il nome di Mario Savio, non dirà nulla. Eppure questo americano di origini italiane ha avuto una notevole influenza su quello che accadrà alla fine degli anni sessanta, in quell’anno “formidabile” (cit di Mario Capanna) chiamato “sessantotto”.

Era il 1964 quando all’università di Berkeley Mario sale su di una macchina ed incita i suoi compagni alla rivolta contro un’università che viene paragonata ad una macchina che deve sfornare prodotti e non esseri umani. Savio arringa dicendo “Mettiamo i corpi tra gli ingranaggi della macchina e impediamole di funzionare finché non saremo liberi”. I giovani americani in quegli anni erano carne da macello inviati a morire in Vietnam. Da cattolico ricoprì il suo ruolo da leader per combattere il “male” che allora si chiamava “discriminazione razziale”, a capo del Free speech movement. Era il tempo delle marce dei neri con a capo il reverendo Martin Luther Kink. Mario divenne il simbolo quasi involontario di un movimento degli studenti che sarebbe poi esploso in tutto il mondo quattro anni dopo, nello storico 1968.

In Italia due fatti, fra i tanti che precedettero quel “formidabile anno” e che sicuramente hanno avuto un peso sui giovani di quel periodo, e almeno per chi scrive fu così, furono:

il 27 aprile 1966 dentro l’Università La Sapienza di Roma sulla scalinata di lettere e filosofia un assalto organizzato dai neofascisti di Primula Gogliardica gruppo politico universitario di destra sociale attivo a cavallo del 1968, appartenente all’area che si professava “nazimaoista”, uccise colpendolo con pugno e facendolo cadere dalla balaustra, Paolo Rossi, studente socialista e cattolico;

il 14 febbraio 1966 la Zanzara, giornale dell’associazione studentesca del Liceo Classico Parini di Milano, pubblica un’inchiesta su “Cosa pensano le ragazze di oggi” e la reazione non si fece attendere: i tre redattori furono accusati di “incitamento alla corruzione”.

Quattro anni dopo il primo marzo ci fu “la battaglia di Valle Giulia”.

Ma non solo l’Italia fu attraversata da cortei, proteste e scontri, in molti paesi dalla Francia, con il suo “maggio”, all’Olanda, con i suoi “provos”, fino al Giappone, con i suoi zengakuren, lo spirito di rivolta attraversò le società.

Il sessantotto italiano fu preceduto da un  intenso lavoro culturale e politico che trovava espressione nelle tante riviste che venivano pubblicate: Giovane Critica, Quaderni Rossi, Quaderni Piacentini, Marcatre, Filmcritica, tanto per citarne alcune, figlie sicuramente di quel “Politecnico” fondato nel 1945 da Elio Vittorini.

Accanto a queste riviste poi, per chi all’epoca frequentava il liceo, ebbero un ruolo importante di formazione e agitazione politico-culturale anche i “giornali di istituto” vere e proprie palestre di idee dove molti di noi hanno cominciato a scrivere e che alcuni poi trasformarono nelle professione giornalistica. Nel liceo che allora frequentavo il Pilo Albertelli di Roma, veniva pubblicato il giornale scolastico “Ulisse”.

Ora con un salto di oltre cinquant’anni, alle soglie degli anni venti del 2000, mi ritrovo tra le mani DIEM, la rivista curata dagli studenti del Liceo Eliano Luzzatti di Palestrina. Devo dire una piacevole sorpresa perché è una rivista che oltre a curare l’aspetto grafico, piacevolmente mosso e colorato, svolge temi di attualità spaziando dalla storia al cinema non disdegnando argomenti “frivoli” come l’Oroscopo del Diem. Le ragazze e i ragazzi della redazione attraverso le pagine di DIEM ci restituiscono tutte le sfaccettature di una società complessa e in movimento. Figli di questo secolo, dominato dal digitale e da un’informazione virtuale, con il giornale cartaceo fanno una scelta controcorrente: il ritorno al un mezzo che appartiene al novecento, la rivista cartacea,  come a voler marcare una differenza con un mondo virtuale, spesso troppo veloce, frammentario e spesso falso.

Un testo cartaceo comporta una maggiore attenzione e la parola scritta resta maggiormente impressa dentro un discorso di senso. Scriveva Italo Calvino in “Lezioni Americane” nel capitolo sull’Esattezza: “A volte mi sembra che una epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze”. E i nostri giovani, invece, cosa fanno? affrontano con serietà e profondità temi di, purtroppo, stringente attualità: i conflitti geopolitici, le tragedie del passato come la shoah, il dramma del popolo Romanì, l’esclusione sociale, l’analisi di film come “Il figlio di Saul” o di un libro come “Le opinioni di un clown” di Henrich Boll.

Giovani che con superficialità e un po’ di arroganza sono stati definiti “bamboccioni”, “choisy”, “sdraiati” ma che invece, attraverso le pagine di DIEM, i fruitori passivi diventano fruitori attivi dove non sono io che leggo il libro ma è il libro che mi legge e lo stesso può valere per un film, una musica, un quadro. Cosa significa? L’incontro con un libro (o una musica, o un film o un quadro) si trasforma in un incontro con me stesso, e quel libro, o film o quadro, o musica svela me stesso. Non sono io che mi approprio del libro ma è il libro, la sua storia, il suo contenuto, che si appropria di me. E questo è emerso anche nell’incontro che gli studenti dell’Eliano Luzzatti hanno avuto con Michela Marzano e il suo libro “Idda”, soprattutto nel momento della sua drammatizzazione, un momento drammatico di identità perse e ritrovate. Ecco questi sono i ragazzi e le ragazze degli anni venti del duemila. A loro quella generazione, che negli anni sessanta “sognava l’impossibile”, affida la speranza che un “altro mondo è possibile”.

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Roberto Papa

Roberto Papa

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