Alma Daddario racconta Charlie Parker

Interplay Charlie Parker, le ali del jazz racconta di musica, di jazz, di genialità e umanità

È andato in scena al Teatro di Documenti di Roma, l’evento unico Interplay Charlie Parker, le ali del jazz, testi di Alma Daddario, regia di Ennio Coltorti anche in scena insieme a Massimo Napoli. Selezione musicale di Pietro Sergio, luci, fonica, voce off di Davide Marchese, con la collaborazione del Museo del Saxofono di Fiumicino. Il testo racconta la storia di Charlie Parker, grande sassofonista, nell’ultima parte della sua vita e del giornalista che, nell’ultima parte della sua vita, non gli dà tregua, perché vuole carpirne il segreto. A raccontarcelo è Alma Daddario, la drammaturga che ha dato vita a questa storia.

Salve, lo spettacolo Interplay Charlie Parker, le ali del jazz, racconta la storia di Parker, the Bird. Come ha conosciuto l’artista?

Ho conosciuto Charlie Parker da amici musicisti che me lo hanno fatto ascoltare. Poi l’ho di nuovo incontrato casualmente in un racconto di Julio Cortazar, lo scrittore argentino: “Il persecutore”, dove il personaggio, pur chiamandosi in un altro modo, è evidentemente Parker.

Che cosa l’ha particolarmente colpita del musicista e cosa dell’uomo?

Come musicista l’ho trovato subito originale. Come uomo l’ho trovato umano, empatico, curioso, molto creativo ma anche fragile, forse per aver vissuto un’infanzia non proprio felice, con un padre assente che abbandonò la famiglia presto per fuggire con la sua amante.

La sua è una storia vissuta negli eccessi e durata poco, inoltre Parker è nero e suona la classica musica da nero. Come era visto nell’ambiente sociale dell’epoca?

L’ambiente in cui vive, la storia, la società che circonda un artista influenza sempre la sua arte. Questo accade inevitabilmente anche se non in modo volontario, ma inconscio. È quello che nel mio spettacolo Charlie cerca di spiegare a Bruno quando gli racconta del rumore della pioggia sui vetri, dei versi degli uccelli, cose che lo colpiscono sonoramente e che cerca di riprodurre con il suo sax, e non costruite strutturalmente a tavolino, come vorrebbe spiegare Bruno avvalendosi di concetti, o meglio preconcetti, critici.

Anche oggi sentiamo crescere il sentimento razziale. Come si collocherebbe la vita e la musica di Parker oggi? Come sarebbe accolta e recensita?

È difficile di questi tempi teorizzare come sarebbe accolta e recensita la musica di Parker, credo che sarebbe comunque accolta bene da pubblico e critica. Forse, dati i passi indietro in tutti gli ambiti che sta facendo il governo di Donald Trump, che certo non agevola la vita delle persone che appartengono a minoranze, o che siano afroamericani. Attualmente si respira un clima di “maccartismo” che riporta ai tempi bui, raccontati bene nel bel film “Green book”, che esplora proprio le difficoltà di un musicista nero, che pur talentuoso, viene trattato ovunque come un cittadino di serie B.

Parker fu un innovatore, ideatore e re del bebop. La fama del musicista come pesò sull’uomo?

La fama influenza sempre le vite private. C’è stato un momento in cui essendo riuscito a farsi accettare in band famose all’epoca, ed entrando in sintonia con grandi artisti come Dizzie Gillespie, Parker raggiunse il top del successo. Purtroppo però nel frattempo aveva iniziato a drogarsi, con l’eroina, e questo ebbe come conseguenza il non riuscire a rispettare contratti per i concerti, oltre a discussioni con Gillespie e altri partner.

La sua vita, come la sua morte, assomigliano a quella dei molti, forse troppi geni della musica, che la musica stessa ha perso troppo giovani. Cosa li accomuna e quale potrebbe essere la scelta futura per artisti così dotati, ma anche così fragili?

Esistono molti artisti, in ogni campo, che si sono lasciati distruggere. Questo è dovuto a tanti motivi. Dipende in parte da un vissuto infelice dell’infanzia, può dipendere da una malattia, dalla sensibilità eccessiva nell’affrontare successi o insuccessi nella vita professionale o privata. Ogni caso è diverso. Certo in alcuni campi, come nella musica, ma anche nel cinema o nel teatro, può giocare un ruolo anche la competitività eccessiva, ma se si ha un buon carattere e una forza di fondo che ti fa credere in te stesso, così come l’affetto sincero di chi ti circonda, senza voler approfittare di te, si arriva vincenti alla meta. La fragilità non sempre vuol dire debolezza, va accettata, perché è umana, e va gestita.

Da autrice, come hai affrontato la sua storia? Quali sono le cose che hai voluto raccontare con maggiore attenzione?

La mia storia non vuole essere una mera trasposizione teatrale della vita del musicista, in senso biografico. Ho voluto parlare di un contrasto da sempre esistente tra gli umani, soprattutto in occidente, fra ragione e sentimento, fra ispirazione artistica e razionalità critica. Non sempre si può spiegare l’evento artistico, che si manifesta senza calcolo, trae ispirazione da qualcosa di inconscio, da particolari di vita che magari non colpiscono tutti gli individui. Questo vale per la pittura, per la scrittura, per la musica. E il rapporto che si crea fra Charlie e Bruno è un po’ come quello che c’era fra Salieri e Mozart. Il primo non riusciva infatti a spiegarsi come potesse un giovane, neanche troppo colto, e persino scurrile, riuscire a creare i capolavori sublimi che ci ha lasciato. E Mozart ha anche delle similitudini con Parker: anche lui ragazzo prodigio, preda di eccessi, anche lui morto a 34 anni.

La regia dello spettacolo è di Ennio Coltorti che sarà in scena con Massimo Napoli. Che cosa hanno apportato loro al testo?

Nel momento in cui un autore consegna un testo a un regista, deve accettare che questi possa in parte modificarlo. Nei limiti dell’accettabile naturalmente. Con Ennio mi sono trovata bene, ho sempre considerato che per un drammaturgo sia fondamentale collaborare a stretto contatto con registi e attori, è qualcosa che aiuta a migliorare la scrittura teatrale. Loro ti fanno notare se nel testo c’è qualcosa di eccessivamente narrato, perché la scrittura teatrale ha una sua musicalità, che si differenzia da quella letteraria. Ennio Coltorti, che è anche attore, e Massimo Napoli sono poi due grandi professionisti, sono contenta che abbiano accettato di interpretare i miei personaggi.

Oggi stanno aumentando le donne che si dedicano alla scrittura nel teatro. C’è differenza tra la drammaturgia maschile e quella femminile? E se sì, come si evidenzia?

In Italia la drammaturgia contemporanea non ha vita facile, e questo vale sia per uomini che per donne. Certo per le donne in ogni campo, artistico e non, il tentare di emergere costa più fatica. In Italia siamo in poche rispetto ai colleghi maschi. C’è anche in questo campo un atteggiamento patriarcale che pone freni assurdi. Personalmente non credo ci siano differenze nella scrittura, né in quella drammaturgica, né in quella narrativa. Esistono scritti validi e meno validi, autori e autrici bravi e meno bravi, non è questione di sesso. L’empatia dovrebbe essere la stessa, e un’autrice o autore, dovrebbero riuscire a scrivere di personaggi maschili, femminili, giovani, vecchi, animali… qui si dimostra di essere veri autori, anche superando stereotipi e falsi concetti.

Grazie e in bocca al lupo per lo spettacolo!

Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

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