Pubblicato il: 4 Febbraio 2020

Basta un libro. Il liceo Cartesio di Olevano Romano affronta “Il Gattopardo”

In Letteratura News

spiegare un romanzo importante e complesso in modo semplice e diretto

Al Liceo Cartesio di Olevano Romano si è svolta un’altra tappa letteraria nell’ambito del progetto “Basta un libro”, condotto dalle Prof. De Pisa e Giordano. Nel teatro della scuola insieme agli alunni del Cartesio erano presenti alunni della scuola media di Cave.

I giovani studenti hanno affrontato un testo del nostro novecento, che a ben ragione può ormai essere considerato un classico della letteratura italiana. Parliamo de “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Occasione per leggere il testo il saggio di Maria Antonietta Ferraloro “Il Gattopardo raccontato a mia figlia”. Una lettera di una madre siciliana, oltre che insegnante, saggista, dottore di ricerca in Storia della cultura, cultore della Letteratura Italiana, nonché collaboratrice con il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania, desiderosa di parlarne alla figlia,  cercando di spiegarle un romanzo così importante e complesso in modo semplice e diretto. I giovani presenti in teatro hanno dimostrato di aver letto il romanzo ma soprattutto di averne colto, attraverso le domande all’autrice, lo spirito profondo dell’opera attraverso la storia d’amore di Tancredi e Angelica, la storia di una nobile famiglia siciliana legata al passato, ma certo con lo sguardo rivolto al futuro, dove questo futuro si chiama Garibaldi e Unità d’Italia. Un romanzo che è anche la descrizione di un cambiamento di epoca con il passaggio dalla nobiltà alla borghesia e con l’emergere delle classi sociali. Siamo nel pieno del Risorgimento italiano, in un’Italia in piena trasformazione, dove si consumano non solo rotture sociali ma anche quelle famigliari con un don Fabrizio legato al passato e Tancredi, suo nipote, che vedendo la fine di un mondo, quello della nobiltà, cavalca l’onda garibaldina in cerca di potere e ricchezza. E poi la storia d’amore per Angelica.

Un romanzo complesso dove si intreccia la storia di una famiglia con la storia di un paese, l’Italia, che con il Risorgimento sta entrando nella modernità. Un romanzo storico che, al pari de “I Viceré” di Federico De Roberto, “Libertà” di Giovanni Verga e “I vecchi e i giovani” di Luigi Pirandello, parla ancora a noi contemporanei tanto che una frase del Gattopardo “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” da cui “gattopardismo” o meglio “trasformismo”, viene usata per definire un atteggiamento politico molto in voga anche oggi.

Molte le domande rivolte all’autrice. Quella più simpatica: “Che cosa chiederebbe a Tomasi di Lampedusa se lo incontrasse oggi?” E la Ferraloro ha simpaticamente risposto “Vorresti venire a cena con me?” aggiungendo che il Tomasi era “pure bonazzo”.

Ferraloro ha poi fatto notare come un libro è sempre un gioco di rimandi con i precedenti, facendo l’esempio di Angelica del Gattopardo che rimanda all’Angelica dell’Orlando Furioso. E poi dando la definizione di “classico”, un libro che suscita delle domande. Ma sicuramente il messaggio più forte che ha cercato di fare arrivare ai tanti giovani presenti riguarda l’importanza di  leggere libri. Lei da insegnante cerca quotidianamente nelle aule scolastiche di far incontrare ragazzi con i libri. E qui ricorda come in Italia si legga davvero poco, secondo gli ultimi dati forniti dall’Istat. Eppure, dice la Ferraloro, citando Gottschall l’uomo è prima di tutto un “animale che racconta storie”: “Le storie sono il collante della vita sociale umana, definiscono i gruppi e li tengono saldamente uniti. Viviamo nell’Isola che non c’è perché non possiamo farne a meno. L’Isola che non c’è è la nostra natura. Siamo l’animale che racconta storie”. E le storie sono racchiuse nei libri, che ci aiutano a scegliere e la scelta è possibile dove vi è libertà. Ed ecco allora in un gioco di rimandi: la parola latina “liber” significa “libro” come sostantivo e “libero” come aggettivo. E che negli stati totalitari il controllo della cultura è il primo passo per uccidere la libertà attraverso il rogo dei libri, la loro messa all’indice o la censura. Il poeta John Milton nel 1644 scrisse contro l’introduzione della censura da parte del Parlamento d’Inghilterra:

“E’ quasi uguale uccidere un uomo che uccidere un buon libro. Chi uccide un uomo uccide una creatura ragionevole, immagine di Dio; ma chi distrugge un buon libro uccide la ragione stessa, uccide l’immagine di Dio nella sua stessa essenza”.

gatteopardo

La Ferraloro ha rivolto poi agli studenti un appassionato invito a leggere libri, tutti i libri, ma in particolare i classici perché “possiedono il dono raro di riuscire a parlare direttamente al cuore di ciascuno di noi. Ci aiutano a crescere e a maturare. Ci permettono di conoscere meglio noi stessi e gli altri. Ci offrono una bussola, capace di orientarci nel confuso cammino dei giorni del nostro vivere”. E il Gattopardo è sicuramente uno di questi. Come ai tanti libri a cui ci rimanda Umberto Eco quando afferma:

“Chi non legge a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito. Perché la lettura è un’immortalità all’indietro”

Il preside prof. Trombetta, chiudendo la mattinata, si è rivolto ai suoi giovani studenti ricordando che la cultura è l’abito che noi indossiamo per girare il mondo a testa alta senza che ci sia qualcuno che ci ordini di “alzarci”, richiamando una poesia di Primo in cui faceva memoria del suo internamento nel campo di concentramento di Auschwitz nel febbraio del 1944 come häftling (letteralmente funzionante) numero 174517. Il passaggio poi  da Primo Levi a Liliana Segre è stato come un “batter d’ali di farfalla”,  proprio come quella farfalla gialla che volava sul filo spinato ricordata dalla Segre nel suo discorso al Parlamento Europeo. Siate, voi giovani, come quella farfalla gialla, ha detto Trombetta, volate sul quel filo spinato oggi rappresentato dalle parole di odio che anche oggi tornano ad affacciarsi nella nostra società. E allora ricordiamo le parole di Primo Levi e di un angoscia di un passato che può sempre tornare, di quel comando in polacco “Wstawać” (“alzarsi”) che può essere nuovamente riascoltato: sarebbe bene che un pochino di quell’angoscia la avvertissimo anche noi, oggi che si parla stoltamente a vanvera di “razza” e che si disquisisce su quanto di buono abbia fatto il fascismo!

Alzarsi

Sognavamo nelle notti feroci

Sogni densi e violenti

Sognati con anima e corpo:

Tornare; mangiare; raccontare.

Finché suonava breve sommesso

il comando dell’alba:

“Wstawac”.

E si spezzava in petto il cuore.

Ora abbiamo ritrovato la casa

Il nostro ventre è sazio,

Abbiamo finito di raccontare.

E’ tempo. Presto udremo ancora

Il comando straniero:

“Wstawac”

Primo Levi, stűcke 174517.

 

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