Mariella Rotondaro racconta Il Belvedere

Il Belvedere apre la stagione del Teatro Trastevere di Roma
Al Teatro Trastevere di Roma dal 16 al 18 ottobre andrà in scena Il Belvedere di Aldo Nicolaj, regia di Mariella Rotondaro che sarà in scena con Josko Conte. Lo spettacolo parla di incontri, occasioni che diventano opportunità per guardarsi dentro, scoprire se stessi e gli altri. A parlare dello spettacolo è la regista e attrice Mariella Rotondaro.
Benvenuta! Lo spettacolo che dirige e interpreta insieme a Josko Conte è “Il Belvedere” di Aldo Nicolaj, un testo caratterizzato da una durata contenuta, di circa 45 minuti. Cosa ha trovato di interessante nel testo?
Grazie. Il Belvedere mi ha conquistata soprattutto per la sua capacità di raccontare l’essere umano senza bisogno di grandi avvenimenti. Aldo Nicolaj possiede una scrittura apparentemente semplice, ma attraversata da una sottile ironia e da una malinconia che affiora proprio quando meno te l’aspetti. Mi interessa quel territorio in cui il comico e il tragico smettono di essere opposti e diventano due modi diversi di guardare la stessa verità.
I personaggi parlano, si schermiscono, si raccontano, ma soprattutto cercano di essere visti e riconosciuti. Da attrice, trovo questa dimensione profondamente stimolante; da regista, una materia preziosa, perché permette di lavorare sulle sfumature, sui silenzi, sulle crepe che si aprono dietro le parole. In fondo, credo che il teatro cominci proprio lì: quando una storia che sembra appartenere a qualcun altro finisce per parlarci di noi.
I due personaggi protagonisti si incontrano e si raccontano tra parole dette e non dette. Come ha diretto i personaggi e cosa ha lasciato, in particolare, all’immaginazione o alla narrazione dello spettatore?
Ho cercato di non spiegare troppo, né agli attori né al pubblico. Quando si dirige, esiste sempre la tentazione di accompagnare lo spettatore verso una risposta, di chiarire ogni intenzione, di riempire ogni vuoto. Io, invece, amo lasciare delle porte socchiuse. I due personaggi si incontrano portando con sé un bagaglio di esperienze, solitudini, desideri e contraddizioni che non vengono necessariamente dichiarati. Il mio lavoro è stato quello di rendere vivo ciò che accade sotto la superficie: uno sguardo che arriva in ritardo, una pausa che dura appena un istante in più, una battuta pronunciata per nascondere qualcosa anziché rivelarlo.
Lavorare con Josko Conte è stato anche un dialogo artistico, un ascolto reciproco che consente ai personaggi di respirare e di non essere mai semplicemente esecutori di un testo. Il pubblico, poi, completa il viaggio. Mi piace pensare che ogni spettatore costruisca una parte dello spettacolo attraverso la propria memoria e la propria sensibilità. Non tutti vedranno la stessa storia e per me questo non è un’ambiguità da risolvere, ma una delle possibilità più belle che il teatro possa restituire.
La scena come avvolge i personaggi? Come li caratterizza?
La scena non è soltanto il luogo in cui accade qualcosa: è una presenza che condiziona i personaggi, quasi un terzo interlocutore. In Il Belvedere lo spazio assume un valore particolare perché è insieme un luogo fisico e una dimensione interiore. È un punto d’osservazione sul mondo, ma anche un luogo dal quale guardarsi indietro, fare i conti con ciò che si è stati e interrogarsi su ciò che resta ancora possibile.
Ho immaginato uno spazio capace di accogliere i personaggi senza imprigionarli, lasciando che fossero i loro corpi, le distanze e il modo di abitare la scena a raccontare il rapporto che si costruisce tra loro. Mi interessa una scenografia che non debba necessariamente mostrare tutto, ma che sappia evocare. A volte un vuoto racconta molto più di un oggetto, così come una distanza tra due persone può contenere un’intera vita. La scena, quindi, non illustra semplicemente la vicenda: ne diventa parte emotiva, amplificando ciò che i personaggi non riescono a dire.
Dicevamo, un testo di 45 minuti circa. Sembra un po’ caratterizzare l’attenzione moderna degli spettatori. Cosa pensa di spettacoli brevi ma intensi?
Credo che la questione non sia quanto duri uno spettacolo, ma quanto a lungo riesca a restare dentro di noi. Abbiamo sposato la scelta di Aldo Nicolaj dell’atto unico anche pensando alle esigenze del pubblico contemporaneo. Spesso chi va a teatro desidera poter organizzare la propria serata con una certa libertà, magari abbinando lo spettacolo a una cena o ad altri momenti di condivisione. Credo sia importante tenere conto di queste abitudini senza rinunciare alla qualità artistica, perché la brevità non deve mai significare superficialità.
Raccontare una storia in quarantacinque minuti richiede precisione, ritmo e la capacità di arrivare all’essenziale senza perdere profondità. Il Belvedere riesce a farlo, alternando ironia e malinconia e lasciando allo spettatore qualcosa su cui riflettere anche dopo il sipario.
Credo che il teatro debba essere innanzitutto un piacere, un’occasione per emozionarsi, divertirsi e condividere un’esperienza dal vivo. Se uno spettacolo breve riesce a coinvolgere il pubblico e a lasciare una traccia, allora ha raggiunto il suo obiettivo. Perché non conta soltanto il tempo che trascorriamo a teatro, ma quello che il teatro continua a regalarci quando siamo già fuori dalla sala.
Ogni serata è preceduta da un opening artistica di circa 30 minuti. Cosa si dovrà aspettare lo spettatore?
Vorrei che l’opening fosse una piccola soglia tra la quotidianità e l’esperienza teatrale, un modo per entrare gradualmente nell’atmosfera della serata. Non un semplice intrattenimento in attesa dello spettacolo, ma un momento artistico con una propria identità, capace di sorprendere e creare un primo contatto con il pubblico.
L’idea è quella di valorizzare linguaggi e sensibilità differenti, offrendo spazio a proposte che possano dialogare con lo spettacolo principale oppure aprire prospettive inattese. Mi piacerebbe che queste serate diventassero occasioni di incontro, capaci di incuriosire anche chi non frequenta abitualmente il teatro. Andare a teatro dovrebbe essere, prima di tutto, un piacere: un’opportunità per stare insieme, emozionarsi e concedersi una pausa dal rumore quotidiano. Il teatro ha bisogno degli spettatori tanto quanto gli spettatori, forse senza saperlo, hanno bisogno del teatro.
Vorrei che ogni serata avesse una propria identità e che il pubblico sentisse di partecipare a qualcosa che accade una volta sola, in quel luogo e in quel preciso momento. Perché il teatro è anche questo: un incontro irripetibile tra artisti e spettatori.
Grazie e in bocca al lupo!
Grazie! E viva il lupo, naturalmente. Mi auguro che Il Belvedere possa incontrare il suo pubblico e che ogni spettatore trovi, tra le parole di Nicolaj e le nostre interpretazioni, qualcosa che gli appartenga. Il teatro non ha il potere di cambiare il mondo in una sera, ma può cambiare, anche solo per un istante, il modo in cui lo guardiamo. E per chi fa questo mestiere, è già un motivo straordinario per continuare.





