Pubblicato il: 6 Novembre 2016

Cotard con la regia di Pamela Parafioriti

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Una serata a teatro, in un nuovo teatro, dove il tutto appare diverso, eppure, spesso, nemmeno così tanto. Sarà stata l’atmosfera del Teatro Ivelise di Roma, con quei posti a gradoni, accompagnati da cuscini che mi hanno subito ricordato il Globe Theatre di Villa Borghese (che adoro incondizionatamente), ma la visione dello spettacolo “Cotard” cui ho assistito, è stata interessante, non solo per la messa in scena, ma anche per gli attori che vi hanno partecipato, che, devo ammettere, sono stati più che bravi, ma anche ben diretti dalla giovane regista Pamela Parafioriti.

Il testo, da cui si sviluppa la storia è della giovanissima Alessia Giovanna Matrisciano che ha saputo cogliere e sviluppare, una difficile situazione, quella dell’intricata malattia mentale, del rapporto e delle difficoltà soggettive di chi si trova a doversi confrontare con persone affette da malattie mentali, dal loro vivere in due realtà, una immaginaria e l’altra reale.

Eli e Tommaso, i due protagonisti, si destreggiano in una relazione dove entrambi hanno vissuto, prima del dramma, con ilarità, amore, sopportazione. Un amore portato avanti in una situazione precaria e difficile.

In scena a dar vita ai protagonisti, Federica Cacciamani e Marco Tomba, più che bravi nel loro essere coppia o meno, nell’animare e muoversi sul palco e nel coinvolgere il pubblico nella storia. La Cacciamani ha anche un momento davvero speciale, quando sola, dinanzi allo specchio mima il prepararsi e truccarsi e un’ottima capacità di passare con convinzione da un sentimento all’altro, dalla paura alla gioia, dalla depressione alla serenità.

Un caratterista davvero interessante e di buone doti è Lorenzo Lustri, che ha impersonato il dottore in un turbine di paroloni indecisi che “spiegavano perfettamente” la diagnosi da illustrare al giovane e preoccupato marito. Piccola, ma caratteristica interpretazione anche quella di Alessandra Vagnoli, un’attrice davvero brava sulla scena, ma anche fuori, con la sua voce decisa ed espressiva. A completare il trio degli attori di contorno, anche Stefano Santini, presenza scenica, attore attento e sempre adeguato alla parte.

Nella scelta di regia, c’è anche la volontà di affrontare momenti molto duri, sconvolgenti, con delicatezza, come quello che mostra il tentativo di suicidio della donna.

Scenografia ricca di colore bianco, candido, che potrebbe essere interpretato come il bianco ospedaliero, o quello che avvicina ai fantasmi, in fondo il personaggio pensa di essere morto, o, ancora, a quello delle case abbandonate, dove per preservare il mobilio, questo è rivestito di candide lenzuola.

Anche i due attori principali sono caratterizzati da questo scontro totale di colori, lei in bianco, lui in nero e rosso per gran parte dello spettacolo, per poi ricoprirsi totalmente di nero, come a sottolineare la distanza tra i due personaggi.

Nel contesto, uno spettacolo bello, delicato e sicuramente da ammirare.

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