“Credici ancora prof” al Teatro Caesar di San Vito Romano

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è la storia dei tanti maestri di oggi

Il 1o dicembre al Teatro Caesar di San Vito Romano, alle ore 17.30, andrà in scena “Credici ancora prof” per la regia di Luigi Pisani.

Un maestro ritorna, dopo essere stato al Nord, a Napoli nella stessa scuola che ha frequentato da giovane scolaro. Lui un idealista, con tanti sogni nel cassetto, si troverà davanti una realtà dura, di degrado, dove i giovani non vedono un futuro ma soprattutto la loro sfiducia si trasforma in giornate vissute senza speranza e senza sogni.

Credici ancora prof” è la storia dei tanti maestri di oggi che devono confrontarsi con dei giovani che già dalle elementari si trovano davanti bambini e bambine alle prese con una vita “precaria”. Quella delle loro famiglie dalla mancanza del lavoro o di lavori precari alle tante forme di violenza familiare, di abbandoni, rotture traumatiche, quando non anche violente.

L’Italia ha sempre avuto una scuola a doppia velocità. Da un lato abbiamo avuto pedagoghi di valore, Maria Montessori, Gianni Rodari, Mario lodi dall’altro l’istituzione che non riesce a stare al passo dei tempi, una scuola che i giovani vivono con disagio e solo lo “spirito di sacrificio” di tanti maestri fa si che, nonostante la scarsità di investimenti, sia ancora presidio di democrazia e di futuro. Purtroppo le situazioni di criticità si trovano sempre più spesso proprio nelle aree più svantaggiate d’Italia, soprattutto nel nostro meridione. Come nella scuola meridionale descritta nel libro di Marcello d’Orta nel 1990, “Io speriamo che me la cavo, da cui nel 1992 Lina Wertmüller trasse l’omonimo film con uno “straniato” Paolo Villaggio, con la sua morale povera e che fa dire ad uno dei suoi scolari: “Mia madre dice che il Terzo Mondo non tiene neanche la casa sgarrupata, e perciò non ci dobbiamo lagnare: il Terzo Mondo è molto più terzo di noi!”.

La scuola è da sempre il luogo privilegiato del racconto degli scrittori fin dall’ottocento con il Cuore di De Amicis e il Pinocchio di Collodi.  Possiamo dire che in questi due libri è già scritta tutta la storia della scuola italiana, che troverà il suo apice nella “Lettera a una professoressa” di Don Milani e, per arrivare all’oggi, fra i tanti, Marco Lodoli e Paola Mastracola.

Allora ben vengano anche testi teatrali, come “Credici ancora prof” che ci raccontano delle nostre scuole, un modo per confrontarci con delle realtà, frequentate dai nostri figli e nipoti, e di cui noi ormai con i capelli grigi, proviamo una certa nostalgia, ripensando a quel “sussidiario” che come dice la parola era di sussidio al maestro, che era e rimaneva la figura centrale ed unica della scuola elementare del primo novecento italiano.

Nel libro alla domanda del maestro d’Orta “Quale parabola preferisci?” Raffaele, il ragazzo, un po’ Franti e un po’ “figlio di Gomorra” svolge il seguente tema:

«Io, la parabola che preferisco è la fine del mondo, perché non ho paura, in quanto che sarò già morto da un secolo. Dio separerà le capre dai pastori, una a destra e una a sinistra. Al centro quelli che andranno in purgatorio, saranno più di mille miliardi! Più dei cinesi! E Dio avrà tre porte: una grandissima, che è l’inferno; una media, che è il purgatorio; e una strettissima, che è il paradiso. Poi Dio dirà: “Fate silenzio tutti quanti!”. E poi li dividerà. A uno qua e a un altro là. Qualcuno che vuole fare il furbo vuole mettersi di qua, ma Dio lo vede e gli dice: “Uè, addò vai!”. Il mondo scoppierà, le stelle scoppieranno, il cielo scoppierà, Corzano si farà in mille pezzi, i buoni rideranno e i cattivi piangeranno. Quelli del purgatorio un po’ ridono e un po’ piangono, i bambini del limbo diventeranno farfalle e io, speriamo che me la cavo”.

E questa, mi piace immaginare, che sarebbe stata la risposta anche degli studenti di “Credici ancora prof”.

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