CRISI: La pratica è complessa… ma a Bologna c’è una soluzione

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Lo spettacolo infatti è costituito da una struttura a matrioska con tanti spettacoli uno dentro l’altro

Abbiamo assistito nel Teatro delle Temperie allo spettacolo CRISI – La pratica è perfetta di Stefano Pesce, con Stefano Pesce e Leonardo Bianconi. Interessanti innanzitutto gli spunti di regia che è di Gabriele Tesauri che rendono lo spettacolo imprevedibile nonostante il tema. Al centro del “racconto” dello spettacolo, infatti, vi è il trasferimento di un impiegato per motivi di lavoro; anzi, per essere precisi, il trasferimento si rende necessario causa crisi economica imperante (e non solo economica, pare), quella cioè che stiamo (ancora e fino a quando? Per sempre? Ci fa davvero problema?) vivendo. Poteva uscirne uno spettacolo abbastanza codificato, sebbene parlare della crisi sia sempre cosa buona e giusta, e anche auspicabile, ma spesso si rischia di cadere nel didascalico e/o moralistico (anche se non c’è niente di male ad essere moralistici e forse oggidì oportet est) quando va bene o di partire per la tangente verso altri lidi diciamo così artistici per cui la crisi e dunqe la sofferenza di migliaia e miglia di persone sono solo un pretesto per corroborare i narcisismi degli “artisti” di volta in volta proponenti e coinvolti (o, peggio di tutto infilarsi in quelle performance usanti quelli che la crisi la subiscono davvero, sulla propria carne, i veri “soggetti” della crisi, operai, licenziati, messi su un palco, previo laboratorio finanziato UE per uscire dalla crisi personale e in quanto performance sono vere e proprie – sempre che non ci sia disonestà intellettuale – imbarazzanti pantomime, effetto-specchio tipico dei nostri tempi, senza approfondimento). Invece in CRISI questi pericoli sono abbastanza scongiurati, anche perché si parla “solo” di un trasferimento subìto e non di licenziamento.

Lo spettacolo infatti è costituito da una struttura a matrioska con tanti spettacoli uno dentro l’altro e addirittura con una sorpresona finale che non spoleriamo, per cui dal sociale si vira decisamente verso lo psicologico, com’è giusto che sia, visto che Marx senza Freud è sterile e Freud senza Marx è velleitario come si evince da Finelli, Un parricidio compiuto. Il pericolo didascalico è scongiurato grazie ad un primo strato (si può pensare allo spettacolo anche come ad una cipolla che è più sovranista di matrioska…) diciamo così comico in senso classico, da “comiche” di Stanlio e Olio per intenderci: ci sono infatti questi due “impiegati” di cui uno è appunto oggetto di trasferimento ed è dunque in crisi, i quali lavorano davanti a improbabili macchine che sono come dire l’assemblaggio di macchine da discarica (fanno un po’ steampunk) vecchie e nuove: un carretto con su incastrato una sorta di serbatoio, occhialoni da saldatori, come a intendere una sorta di eterna fissità di certo lavoro burocratico (non devono far altro che inserire dati ’sti due). A quel punto discorrono della propria vita privata (e ovviamente sessuale; ovviamente, visto che siamo in Italia). E qui siamo in un Fantozzi incontra Beckett.

Subito dopo, lo spettacolo prende i lidi del familiare del personale con un continuo incrocio tra i due personaggi, con trovate anche molto divertenti (ad esempio, il telegiornale in veneto che il più giovane si trova ad improvvisare in casa del collega). Sotto lo strato divertente si incastra dunque un secondo più, come dire, melanconico e poi a seguire un terzo psicologico se non addirittura esistenziale: come a suggerire che in tempo di crisi non solo nessuno di noi “persone normali”, si salva davvero (da solo?); ma che non si salva neanche nulla di noi, con la necessità continua di mettersi in gioco. Insomma, la crisi investe davvero tutto il nostro essere. Ma la crisi economica, in fondo, secondo il testo di Pesce e la regia di Tesauri, è soprattutto la metafora per indicare i cambiamenti strutturali che di volta in volta intervengono nella nostra vita. E qui veniamo però anche al limite dello spettacolo (come spesso accade, la qualità precipua è pure difetto) e cioè la mancata attenzione al dramma della crisi; la sua risoluzione, per così dire, un po’ piaciona; una versione anzi ottimistica, personalizzante (siamo ancora al personale è politico ahimè: il capitale sfrutta veloce, la difesa proletaria è lenta e incostante): in fondo, equiparando la crisi ad un cambiamento come un altro, è poi compito dell’individuo tirare fuori gli attributi per rimettersi in gioco (previa però esplorazione del personale e catabasi all’inferno delle proprie nevrosi, come in fondo fa(nno) i(l) protagonista/i).

Una soluzione per così dire alla “bolognese” in senso buono si intende (narrativa, piaciona, armonizzante, conciliante, sarcastica il giusto; urbana). Ovvio che uno spettacolo teatrale non è (sempre) un manifesto politico. Si attende prò anche una trasmissione più viscerale della crisi che non scada nel laboratorismo pietistico. O forse è sempre e solo un problema “mcluhanamente” di messaggio, di mezzo, ma soprattutto di destinatario: il teatro, il teatro delle Temperie, dell’Arena del Sole, l’Argentina, il Piccolo di Milano, sono solo ormai alcuni dei luoghi deputati ad uno spettacolo teatrale, non più gli unici e il pubblico che va a teatro, in questo luogo sui generis, è un particolare tipo di pubblico.

E, dunque: a quando spettacoli fuori dai luoghi di lavoro, di sfruttamento, di creatività?

Decisamente in palla gli attori: il più “maturo” Stefano Pesce, misurato e in levare e il più effervescente Leonardo Bianconi attor giovane in rampa di lancio del teatro bolognese di cui demmo già contezza su queste pagine, creatore della bella e originale rassegna NarrandoBo; il quale Leo, tra l’esperienza allo storico Teatri di Vita e incursioni in altri mondi teatrali, sta esplorando tutta la sua tavolozza sempre molto reattiva… una recitazione anche fisica finalmente! in tempi di reiterate indicazioni verso recitazioni piuttosto temporali (per non dire immobili…).

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