Amor ch’a nullo amato… ovvero dell’arte in lode dell’amore rimpianto

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si può dire che merito dell’attrice è quello di “evolvere” il personaggio in scena

Scriveva il buon Miller Arthur che se aveva delle certezze scriveva saggi, se invece dubbi, componeva opere teatrali. Questa frase “fatta” molte volte su vari social etc, ci capita però a fagiuolo per per introdurre lo spettacolo Sonata Immorale di Gio (Giovanna) Manfredini con Carla Chiappino e la voce narrante di Leonardo Bianconi che abbiamo visto allo storico Teatro dei 25, vero e proprio faro del teatro off bolognese che vive dell’energia di Agatino Di Martino e dei suoi sodali. La frase di Miller ci è sembrata utile a introdurre questo spettacolo, perché in fondo di questo si tratta: di un dubbio atroce relativo a scelte fondamentali che riguardano le nostre vite; dubbio peraltro irrisolvibile ma proprio per questo scintillante, fecondo e cioè tra l’affermazione di sé (la realizzazione di un talento presunto o reale) e l’amore, voi cosa scegliereste? Dubbio che può dirsi al centro di gran parte delle nostre vite nell’emisfero occidentale e che si può altresì formulare: l’ego o lego?

Lo spettacolo della Manfredini mette in scena il dubbio di cui sopra in modo molto originale fin dall’ambientazione. La protagonista, infatti, una musicista affermata, si ritrova, dopo l’evento più importante della nostra vita, della vita di tutti, nel luogo in cui si può presumere che andremo tutti, stando almeno ad un certo immaginario occidentale classico-cristiano. E in questo luogo attende il traghettatore par excellence, per antonomasia, sempre stando all’immaginario religioso di cui siamo (ancora?) intrisi, divenuto insomma patrimonio uiversale, soprattutto grazie a Dante . E detto traghettatore si lamenta di come i tempi siano cambiati, anche per lui; di come gli esseri umani siano divenuti ingordi, presuntuosi, avidi, egoisti… e qui già si crea un primo corto circuito tra un personaggio classico e la nostra epoca. In sostanza, il traghettatore si mette in sciopero contro questa decadenza degli umani che ai legami privilegiano l’ego; e la conseguenza di questo sciopero dovrebbe essere il blocco di tutta la catena di montaggio universale dei corpi e… delle anime, a partire da Elsa, la protagonista che attende di essere smistata come fosse un pazzo “amazon”. Inoltre, per accentuare questo corto-circuito tra classicità e contemporaneo, ma anche per attualizzarlo intelligentemente, l’intervento di Ca… pardòn del Traghettatore non è stato effettato in diretta, per così dire, ma attraverso un video, tra l’altro modicato: il suo volto infatti non è riconoscibile, se non come silhouette (ed ha le fattezze e la voce di Leonardo Bianconi di cui abbiamo parlato a proposito di NarrandoBo), con un effetto in cui si risalta il negativo, ottentuo grazie al preciso apporto tecnico di Alessandro Lazzarini.

Dicevamo dunque di Elsa, musicista affermata, la quale in attesa del traghettatore, ci racconta la sua storia d’amore o, meglio, della sua mancata storia d’amore con la donna che l’ha sempre amata ma che lei, Elsa, ha sistematicamente deluso pur di continuare ad affermarsi come musicista. Il tempo e lo spazio neutro, “limbico”, dove il suo destino eterno non è stato ancora deciso e forse mai si deciderà (visto lo sciopero dello piscopompo di cui sopra) serve ad Elsa e anche a noi, per riflettere rievocare rimpiangere rammemorare scusare accusare rinfacciare la vita che ha vissuto e soprattutto la scelta che ha compiuto: la carriera al posto dell’amore. Carla Chiappino nella parte di Elsa è molto brava anche se all’inizio sembra un po’ troppo “teatrale” nell’impostare il personaggio, ma si scioglie a poco a poco, anzi si può dire che merito dell’attrice è quello di “evolvere” il personaggio in scena; senza dimenticare l’uso fantastico della voce che diventa davvero uno strumento nelle mani anzi a portata dello spirito confessante di Elsa: la voce viene usata a mo’ di pianoforte, lo strumento musicale di Elsa; lo strumento musicale che ha reso Elsa famosa nella vita; solo nella vita… terrena.

Se davvero le storie che insceniamo e raccontiamo sono sempre le stesse da migliaia di anni e ciò che cambia è il modo di proporle, questa Sonata Immorale ci sembra che racconti una storia abbastanza comune, quale quella del sacrificio dell’amore per la carriera, ma in modo abbastanza originale, attraverso il riferimento ad un personaggio mitico che a sua volta si “sporca” “colla” e si intrufola “nella” nostra contemporaneità, decidendo che non se ne può più degli umani che sono diventati troppo egocentrici un po’ come Elsa, la quale a sua volta in una cascata di accuse e rimproveri, “scarica”, per così dire, la colpa del proprio “carattere” sul padre e sulla madre, rei di averle quasi imposto – ma senza che lei davvero si opponesse – di diventare donna in carriera, perché “l’uguaglianza è abominevole”, giusta le note di regia.

In fondo una metafora perfetta dei nostri tempi, individualisti, liberisti egoisti, in cui il rimpianto eterno, quello che Elsa sarà condannata a provare, salvo ripensamenti del Traghettatore, sembra la vera condanna per la nostra specie; anche se, e il finale lo suggerisce, quello stesso talento, quella stessa abnegazione, quell’egotismo che sì grande rinunzia le è costata (ma sempre di una sua scelta si è trattata…) in fondo le permette, anche per l’eternità, di poter commemorare quella sua amante delusa che dunque diventa in qualche modo immortale. La sonata sarà sì immorale per sì tanto egoismo ma rimane immortale come l’amata cui Beethoven dedicò una famosa lettera che però mai le inviò e che per l’eternità ci rimarrà sconosciuta.

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