David Copperfield sketch comedy, un carosello dickensiano

Trasposizione teatrale dell’opera di Dickens, grottesca, iperbolica, eppure troppo seriosa

Questione di gusti, certamente. Eppure, nel contesto in cui si voglia trasporre sul palcoscenico un monumento inglese dell’Ottocento, appannaggio ormai della cultura popolare, forse di massa, a teatro, bisogna anche prevedere che non tutti i palati possono digerire un’operazione simile se essa non è perfetta.

David Copperfield sketch comedy è in scena al Teatro Vascello di Roma dal 28 marzo al 2 aprile; è una produzione di Marcido Macidorjs e Famosa Mimosa; la riscrittura del romanzo è di Marco Isidori, che è anche il regista dello spettacolo. Quest’ultimo risulta una riproposizione del romanzo in chiave iperbolica, esasperata, esagerata, con grandiosi effetti scenici; si rilegge David Copperfield, insomma, in chiave iper-spettacolare, con una testualità molto tesa, e gli attori sul palcoscenico estremamente dinamici, i quali sono: Paolo Oricco, Maria Luisa Abate, Valentina Battistone, Ottavia Della Porta, Alessio Arbustini, Vincenzo Quarta. Le scene e i costumi sono di Daniela del Cin e, com’era prevedibile non deludono, in sé stessi eccezionali e sicuramente in linea con l’animus dello spettacolo.

Si legge nel titolo dello spettacolo “Sketch Comedy”, si rilegge il romanzo in chiave di vaudeville, e – s’immagina – si fa attenzione al divertimento del pubblico. Al contempo, si fa attenzione ai temi universali portati in luce dal romanziere inglese il quale era invero un finissimo critico della società. Ma il problema è che qui si entra di necessità in un terreno delicato: è davvero la forma drammaturgica quella più adatta per attualizzare i temi? Certo con il cinema sarebbe più agevole, ma ovviamente è molto coraggioso e lodevolissimo utilizzare il mezzo teatrale e il dispiegamento di forze, dagli attori alle scene ai costumi alla riscrittura è notevole. Cionondimeno, sembra che tale dispiegamento di forze non faccia centro, si richieda al pubblico uno sforzo pantagruelico per seguire il tutto, e il pubblico deve fare uno sforzo per divertirsi.

Potrebbe questa essere anche una scelta estetica; tuttavia il rischio dell’autoreferenzialità, ovvero del volere dare preminenza a tutti i costi al “teatro” in quanto tale è enorme: cosa ne è dello spettatore che va a teatro per la prima volta? Deve dare esso fiducia al demiurgo del teatro che, neanche fosse Goethe, si erge a custode dei valori spirituali? E se questo spettatore non si diverte, è forse colpa sua? Certo, può anche andare bene lasciare indietro tali questioni di gusto. Ma si giunge al paradosso di una trasposizione che si traduce nell’opposto rispetto alle sue intenzioni, ovvero in un’opera snobistica che pretende che il pubblico presti attenzione alla scena per libare alla coppa di una granitica conoscenza.

Antonio Sanges

Dopo avere vissuto in diverse città in Italia e in Europa, è tornato a Roma. Ha pubblicato libri di poesie e s'interessa di letteratura e teatro.

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