Diego Frisina prova a rapire Paolo Mieli

Un monologo dai tanti risvolti e una vicenda capace di sconvolgere il mondo
Debutta in prima assoluta Ho rapito Paolo Mieli, uno spettacolo scritto e interpretato da Diego Frisina, diretto dallo stesso Frisina e Mario Pizzuti, in scena a Fortezza Est dal 30 gennaio al 1 febbraio. Un monologo che racconta di un immaginario rapimento dai risvolti impensabili. Un lavoro che analizza alcune verità che forse vengono accantonate per paura o per evitare di riflettere sul proprio vissuto o sull’umanità.
A parlare dello spettacolo, il protagonista assoluto, Diego Frisina.
Benvenuto Diego. Lei ha scritto un monologo che definisce sarcastico, dissacrante e surreale: Ho rapito Paolo Mieli. Perché ha scelto di rapire proprio Paolo Mieli?
Il motivo per cui Diego Frisina arriva a rapire Paolo Mieli è il fulcro centrale della prima parte dello spettacolo, quindi non posso rivelare troppo. Quello che posso dire è che Paolo Mieli viene eretto a simbolo di un certo modo di vedere il mondo e di fare informazione, che è diametralmente opposto a quello del protagonista di questo spettacolo.
Com’è nata l’idea di questo monologo?
Il progetto di questo spettacolo è frutto di un moto di ribellione. Negli ultimi anni mi sembra sempre più evidente la spaccatura tra establishment economico-politico e opinione pubblica. La spaccatura è specialmente evidente nei mezzi di informazione, siano essi giornali o trasmissione televisive. In reazione a questo sistema, che non è così improprio definire corrotto, è stato pensato e scritto questo spettacolo.
Anche se pensato non è la parola adatta: il testo si è formato nell’organismo del suo autore come una reazione immunitaria ad un corpo estraneo; un corpo estraneo che i più non faticheranno ad identificare anche dentro sé: un profondo senso di sfiducia, di assenza di prospettive e rappresentanza, la disarmante sensazione di essere costantemente manipolati, dirottati, ingannati, mentre il mondo galoppa verso un disfacimento che sembra inarrestabile.
Nel testo racconta l’intreccio tra stampa e potere politico e finanziario. Cosa l’ha affascinata di questi intrecci?
Mi affascina e inquieta allo stesso tempo, l’influenza incredibile che il potere politico-finanziario ha sui mezzi di informazione. Siamo abituati a pensarci una società libera, in cui si può dire e affermare qualsiasi cosa ed invece il racconto che viene fatto sulle questioni fondamentali degli ultimi anni, le guerre al primo posto, è piuttosto omogeneo e in linea con le posizioni della maggior parte dei governi occidentali.
In una società veramente libera i mezzi di informazione dovrebbero avere un ruolo chiave di critica ai governi, rappresentare la prima linea di difesa tra il potere dominante e chi quel potere lo subisce; sfido chiunque a dire che questa è la situazione che stiamo vivendo in Italia da un po’ di anni a questa parte.
In ogni settore ci sono intrecci tra politica, finanziamenti e altro. Cosa lascia particolarmente sconcertati chi si ritrova a leggerne o a prenderne coscienza?
Come molti ragazzi e ragazze della mia generazione, sono nato nel ’94, ho avuto un risveglio “tardivo” rispetto a tutto quello che concerne la politica ed in particolare la politica internazionale. Sono stato inquietato dalla distanza che c’è tra le riflessioni sulla realtà che si formano spontaneamente dentro di me, plasmate dai valori cardine della nostra civiltà e il racconto che della realtà viene fatto da coloro che dovrebbero incarnare quei valori e che invece non fanno che contraddirli in modi sempre più eclatanti. Lo sconcerto nasce dal non vedere rappresentate, in maniera soddisfacente dai canali così detti “ufficiali”, delle posizioni di buon senso in cui è piuttosto facile imbattersi nella società civile.

Il suo può essere considerato un thriller che, da un semplice rapimento, può diventare un fatto internazionale eclatante con risvolti pericolosi per l’incolumità dell’umanità. Lei sul palco è da solo, un po’ stand up comedy, un po’ one-man show, un po’ storytelling. Qual è la forza di questo spettacolo?
La forza di questo spettacolo è quella di evocare il presente di grande incertezza che l’Occidente sta attraversando, senza mai fare riferimento ad eventi reali. È un racconto autobiografico ambientato in un universo “leggermente parallelo”, che segue delle logiche esagerate e grottesche che però non sono così difficili da riportare alla realtà del nostro presente storico.
Fare satira oggi non è semplice, ci vuole coraggio e tanto. Cosa ne pensa lei?
Della satira mi piace molto la definizione che ne dà Philip Roth; per lui la satira è “sdegno morale sotto forma di commedia.” Questo spettacolo è il primo testo “satirico” che mi sono trovato a scrivere ed è stata un’esperienza che sul piano creativo è stata molto positiva, ma non so ancora esattamente cosa comporterà da un punto di vista pratico. Immagino che lo scoprirò a breve.
Personalmente credo che la satira sia uno strumento estremamente potente e forse è per questo che viene costantemente marginalizzato. Ci sono ottimi esempi di autori e autrici di satire sociali e politiche in Italia, ma è raro trovare simili esempi virtuosi nei canali ufficiali.
Cosa vorrebbe per questo spettacolo, che ricordiamo, è il vincitore del bando Pillole tutto in 12minuti di Fortezza Est?
Vorrei che questo spettacolo fosse per più persone possibili quello che è stato per me: un momento di autocritica, non necessariamente catartica; ma anche un’occasione per sentirsi meno isolat* nella volontà di opporsi fermamente alla direzione che un gruppo sempre più ristretto di persone sta imponendo a tutte e tutti noi.
Grazie e in bocca al lupo!






