A pranzo la domenica: il lieto fine che sa di primavera

Tutto deve cambiare affinché qualcosa cambi Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Giovedì 14 maggio sono stata ospite della ZTV Production di Sergio Romoli e Mirage Film di Andrea Tashler per la visione del film A pranzo la domenica, una commedia agro dolce opera prima di Mariella Sellitti.
Nella sala gremita dell’UCI Cinemas Porta di Roma, insieme ai protagonisti del film, la proiezione è stata una bella occasione per condividere risate, emozioni e qualche interessante colpo di scena. Una trepidante Mariella Sellitti ci ha accolti ricordandoci un elemento prezioso: quanto sia difficile, e quindi ancor più entusiasmante, riuscire a portare il proprio lavoro nelle sale cinematografiche. E già per questo meritato traguardo è indispensabile dirle: avanti tutta!
La storia racconta di Adele, una donna di circa 55 anni che vive a Nocera Inferiore. Non ha una sua vita affettiva e sociale coinvolgente e nemmeno un vero lavoro perché, per diciotto anni, sceglie di assistere l’anziana mamma malata. Alla sua morte i fratelli di Adele decidono di mettere in vendita la casa della mamma, seppur consapevoli di togliere alla sorella l’unico punto di riferimento rimasto fra le macerie di una vita non vissuta. La promessa è quella di garantirle comunque un futuro che si sarebbe sistemato con qualche mese di attesa. Adele va vivere così a casa della zia Luisa, senza un lavoro e senza una sua identità ma con un rituale fisso che permette al pubblico, di conoscere tutti i protagonisti del film: a pranzo la domenica, sempre tutti riuniti a casa di uno dei due fratelli con cognate e nipoti al seguito. La situazione sembra volgere al peggio con la scoperta dell’inganno subito da Adele della vendita di nascosto della casa da parte dei fratelli. Il colpo di scena modifica quindi le carte in tavola e fra sogni, risate e tanto coraggio, anche il destino della nostra protagonista strizza l’occhio verso orizzonti inaspettati.
Il film è interessante perché la scrittura semplice e ricca di gentilezza rende questa opera prima un lavoro gradevole e ben costruito nella trama. La scelta registica di proporre ricche e intense inquadrature in primo piano, permette di godere delle sfumature del non verbale che rendono la recitazione dei protagonisti ancor più coinvolgente. Adele è una donna comune così come la vita che si trova a vivere e questi dettagli mettono gli spettatori al sicuro, in una zona di comfort efficace per la narrazione proposta. Lorenza Indovina è dolcissima e convincente nella sua interpretazione che oscilla continuamente fra l’incredulo, la voglia di riscatto e l’ironia. Un applauso speciale a Zia Luisa, strepitosa Patrizia Loreti che diventa di diritto la zia che tutti vorremo in famiglia. Cesare Bocci, con il suo prezioso cammeo, sintetizza l’ipocrisia di una società che si definisce inclusiva ma che ha ancora davanti a sé moltissima strada per tirarsi fuori dagli inciampi degli stereotipi. E poi ancora Fabrizia Sacchi ed Eleonora Pieroni, che nel loro raccontare il ruolo di cognate superficiali e bugiarde sono divertenti, belle e leggere al punto giusto. Antonio Serrano e Tony Laudadio, i fratelli di Adele, coinvolgono per le loro apparenti diversità che invece si rivelano matrice comune di egoismo e autoreferenzialità. Le inquadrature che li vedono protagonisti sono fra i dettagli più interessanti da menzionare. Ricordiamo doverosamente anche Valentina Acca, Simone Francia e Giovanni Visentin che sono fondamentali per gli snodi emotivi della storia.
Ogni cosa va al suo posto? Il finale ci lascia in sospensione e questo aspetto piace molto. Perché in effetti la vita, come ricorda anche Adele, è quella cosa che accade mentre tu sei lì a fare e disfare piani precisi. Forse il finale meritava qualche momento in più ma è solo un forse fra le righe di una storia carina e ben presentata.





