Emanuela Rolla parla dello spettacolo Ridi?

A Genova debutta Ridi? di Emanuela Rolla e Mirko De Bernardi

Debutta il 25 marzo al Teatro Garage, Sala Diana di Genova, lo spettacolo Ridi? per la regia di Emanuela Rolla, testo della stessa Rolla e Mirko De Bernardi, liberamente ispirato a “L’uomo che ride” di Victor Hugo, con in scena Mirko De Bernardi.

Abbiamo incontrato la regista per parlare dello spettacolo e del lavoro che si cela dietro ad un testo che già alla fine del Seicento, evidenziava uno spaccato di vita che parla di opulenza per la nobiltà inglese e miseria per il popolo.

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Ridi? È lo spettacolo che porta in scena a Genova e che si ispira al romanzo di Victor Hugo “L’uomo che ride”. Perché ha scelto di raccontare la risata?

L’uomo che ride” di Victor Hugo era una critica all’opulenza e il parassitismo della nobiltà inglese in contrasto con la povertà del popolo sul finire del XVII secolo. I temi trattati in esso sono tremendamente attuali. Il messaggio che contiene il testo è quello di essere consapevoli, padroni di un proprio pensiero, ragionare e non sempre banalizzare un problema, magari…ridendone. Dal romanzo di Hugo è nata un personaggio che tutti noi conosciamo: il Joker. Forse in quel modo autentico e diretto e a tratti spietati che Norman ha di indagare sulla psicologia umana c’è un po’ del significato del Joker, la maschera per eccellenza che ride.

Nello spettacolo il protagonista è Norman: a chi si è ispirata?

Norman è un anti-eroe, un uomo comune, probabilmente se camminasse per la strada non verrebbe notato, cerca di sopravvivere in una società sempre più alienata. Il protagonista del romanzo di Hugo, Gwynplaine, ha un’evidente e larga cicatrice provocata da un’arma da taglio, un ghigno deforme e perenne visibile a tutti. Ho pensato allora quanti esseri umani portano “cicatrici” che risultano invisibili agli occhi di molti. Ovvero quanto ci accorgiamo del prossimo? Quanto siamo calati nella realtà? E quanto siamo consapevoli di chi siamo? Non mi sono ispirata a nessuno di particolare, ma non stento a credere che da qualche parte nel mondo ci sia un Norman. Il nome del protagonista si, quello sì che è un piccolo omaggio a un personaggio di un film di un grande Maestro del cinema, ma solo il nome.

Come ha costruito, teatralmente, il personaggio? Quali sentimenti e sensazioni ha voluto sottolineare nella costruzione di Norman?

Il lavoro sul personaggio è andato di pari passo con la scrittura. Ho lavorato con l’attore facendo un percorso di training specifico per creare e cercare di dare la tridimensionalità del personaggio. Sono stati fatti step specifici di recitazione per esplorare l’intimità, la persona pubblica e tutta la gamma dei difetti tragici di Norman, partendo da un lavoro molto molto attento di biografia (in questo caso inventata), sul personaggio che permettesse di rendere specifiche le circostanze del testo. Tutto il lavoro di esplorazione del personaggio viene dal mio studio come attrice che ho la fortuna di approfondire costantemente, in passato con acting coach come Paolo Antonio Simioni, Michael Margotta, Lucilla Miarelli ora con Susan Batson e Carl Ford.

Come ha scelto l’attore che doveva interpretarlo e perché? Quali caratteristiche ha del Norman che è sulla carta?

Quando più di 15 mesi fa mi è venuto in mente questo progetto, subito ho pensato a Mirko De Bernardi per la sua capacità istrionica. Mirko è un giovane attore che si è buttato a capofitto in un progetto così ampio, da diversi punti di vista, anche e soprattutto per l’organicità e profonda autenticità e connessione che richiedo sul lavoro e la capacità di scavare. Mirko e Norman sono molto diversi, hanno storie personali diverse, vivono in epoche diverse, ma forse entrambi hanno il coraggio di metterci la faccia.

Lei racconta che ridere ha perso il suo valore, trasformandosi in qualcos’altro: perché e come potremmo riappropriarci del valore del ridere?

Forse ponendoci attivi con il pensiero, riflettere, sviluppare un pensiero critico e auto critico. E leggere… leggere Shakespeare, Cechov, Dostoevskij, Tolstoj, i classici greci, i grandi maestri Pinter, Beckett, autori come la Woolf, Mamet, Pirandello, Brecht e la lista è lunga. E cercare Bellezza.

Insegniamo ad essere sinceri, amichevoli, rispettosi, ecc. come potremmo trasmettere ai nostri ragazzi la vera essenza della risata?

Partendo dall’onestà. E non smettere di parlare, citare, leggere i nomi che ho nominato prima; la capacità di riappropriarsi di un linguaggio, di parole che ci hanno emozionato, scosso, provocato, accecato dalla potenza della bellezza. Insegnare l’essenza, l’autenticità.

Perché, secondo lei, è importante la risata? Cosa rappresenta nella vita di un uomo e/o di una donna?

Intanto da studi sappiamo che ridere è benefico, porta alla riduzione dello stress per esempio. Per me la risata è importante se con risata si intende l’arte dell’umorismo. La critica che emerge dal testo che portiamo in scena sta che spesso il riso è usato come maschera per resistere, come possibilità di alleggerimento ovvero come via di fuga per “distrarsi”. E come ho specificato anche nel comunicato stampa non è una critica alla comicità che è sempre stata un antidoto, ma caso mai alla risata depotenziata, svuotata del suo significato più ampio, alla banalizzazione.

La risata più sincera, probabilmente, è quella dei bambini, come potremmo conservarla nel nostro cuore ed utilizzarla al momento opportuno?

Forse con il coraggio di approcciare ancora a quella parte pura che c’è in ognuno di noi. Connettersi al proprio Se.

La società odierna ha davvero bisogno di ridere o ha esaurito l’ilarità e perché?

La società odierna forse ha bisogno di uno stop. Io sono forse fuori dal coro, la scala dei miei valori è lontano spesso da quelli della società. Una volta quando ero giovanissima ne soffrivo, oggi mi sento una privilegiata. La società odierna non so dove sia, spesso c’è smarrimento, confusione, ira, mediocrità. Io da bambina sono cresciuta vedendo i film di: Totò e Peppino De Filippo, Anna Magnani, Betti Davis. Ridevo e piangevo. Mi emozionavo, mi emoziono tremendamente per fortuna ancora e sempre.

Cosa vorrebbe che gli spettatori, dopo lo spettacolo, comprendessero di questo gesto?

Che con la scusa del “ho bisogno di distrarmi un po’” ci hanno insegnato a banalizzare molto, a depotenziare i contenuti. Siamo abituati a mangiare per esempio in compagnia dei Tg con immagini di guerra, stragi, notizie devastanti, ma intanto continuiamo il pranzo e la cena. Norman nel testo dice: “Un incidente è un punto di domanda, riderne significa ridere dell’enigma”.

E lei, quali conseguenze positive e negative dà a questa?

Credo di aver in parte risposto ma per sintetizzare per me ridere ha a che fare con l’Arte dell’umorismo e non con l’ovvietà e un leggero intrattenimento svuotato di contenuti. Per me aver lavorato su questo spettacolo è stata una fortuna, una possibilità di approfondire molto, studiare, non dare per scontato e lavorare in sinergia in squadra con Mirko De Bernardi e Luca Maschi auto regia di tutti i miei lavori e affrontare ancora una volta un viaggio nell’arte e nella creazione.

Grazie per essere stata con noi e buon lavoro!

Grazie mille a voi per avermi dato questa occasione.

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Sissi Corrado

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