Giuseppe Manfridi ci parla de La particina

Giuseppe Manfridi in scena con La Particina al Teatrosophia di Roma

Giuseppe Manfridi e Lorenzo Manfridi saranno in scena dal 7 al 9 ottobre al Teatrosophia di Roma con lo spettacolo La particina (il vero protagonista di Romeo e Giulietta), scritto dallo stesso Manfridi per la regia di Claudio Boccaccini. Chi è l’attore che interpreta particine e chi è la “tinca”? Prova a spiegarlo in questo testo teatrale Giuseppe Manfridi a cui abbiamo rivolto alcune domande e che ringraziamo per la sua disponibilità.

Lei porta in scena un personaggio che, in una delle più grandi tragedie teatrali e non solo, ha una parte piccola, anzi piccolissima. Chi rappresenta La Particina (il vero protagonista di Romeo e Giulietta)?

A chi corrisponda all’interno del testo non intendo dirlo, sarebbe un po’ uno spoiler. Fino a un certo punto, infatti, io mi confronto col pubblico passando al vaglio la trama dell’opera per far sì che l’identità della nostra particina vada indovinata. Solo a quel punto (molto presto, in verità) entrerò pur io nello spazio della finzione e cercherò di sollecitarla a raccontarci qualcosa di più circa la sua natura, le sue aspettative e le sue frustrazioni. Scopriremo così di avere a che fare con una creatura provvista di un proprio segreto. Ce lo svelerà? Altro spoiler da cui rifuggo. Quel che importa, comunque, è che attraverso di lei (in realtà, un lui) verremo introdotti nel mondo fantasmagorico, un po’ trasandato ma anche assai divertente, delle ‘particine’, destinate per lo più a essere interpretate da attori di passaggio, di poco talento, se non addirittura amatoriali, ma a volte anche da grandi attori quando ancora sono dei perfetti sconosciuti, e che spesso è grazie a ruoli di questo tipo che vivono l’emozione della loro prima andata in scena.

Quanta importanza, in alcuni spettacoli, hanno gli attori “tinca”?

Innanzitutto, una piccola precisazione. Può esserci una differenza tra la ‘particina’ e la ‘tinca’ intesa in termini teatrali (la tinca, come si sa, in realtà è un pesce). La tinca scenica corrisponde a una parte a volte anche lunga ma di poche parole, e quelle che le toccano hanno in genere uno spessore irrilevante. Diciamo che la tinca soprattutto arreda. La particina, invece, è una sottospecie della tinca, in quanto, oltre a dire cose che al massimo servono solo a portare avanti la trama, tende a passare nella storia di sfuggita, e perciò viene spesso e volentieri tagliata. Insomma, la tinca non è detto che sia una particina, mentre una particina ha sempre qualcosa della tinca. Gli attori chiamati a intrepretare questo tipo di personaggi, lo fanno, come dicevo, o perché giovani al loro esordio, o perché di poco talento. Peraltro, l’essere tinca o particina è cosa che può darsi anche nella scena della vita reale. Anzi, non c’è chi non abbia in sé un po’ della tinca e della particina.

Lo spettacolo, come accade ormai a molti, abbatte la quarta parete e dialoga in modo diretto con gli spettatori: secondo lei questo preoccupa o rilassa lo spettatore?

Non è esattamente così. Io parlo agli spettatori, a cui è assegnato il ruolo di turisti in visita, solo nella prima parte dello spettacolo, ma mantenendomi al di qua della quarta parete, vale a dire sin quando (come chiarisco con una mia battuta) le luci non hanno ancora messo in atto l’universo della finzione. Solo a quel punto attraverserò la quarta parete entrando in una realtà parallela, quella abitata dalla particina, che dichiarerà di trovarsi “nel sottoscala dove vengono appese le ombre tipo me”; ovvero, i personaggi stessi quando non siano impegnati a dar vita all’intreccio di cui fanno parte. A ogni modo, il rapporto vis à vis con la platea può certo inquietare, ma non è davvero questo il caso. Infatti, finché mi confronto col pubblico, la mia maniera di farlo è decisamente giocosa e divertente. Come, d’altronde, gran parte dello spettacolo.

In scena con lei anche Lorenzo Manfridi, come vi trovate a lavorare insieme? Quali sono le dinamiche che predominano?

L’esperienza, già lo sappiamo, rimarrà fantastica per entrambi. Mai avrei pensato di trovarmi un giorno in scena con mio figlio. Il primo atto di finzione che dobbiamo compiere è già quello di non pensare al legame che c’è tra noi, e malgrado questo sfruttarlo. Sembra assurdo, ma non lo è. Posso dire con assoluta certezza che quanto è emerso dalle prove è un progressivo amalgama simbiotico, per cui ciascuno di noi due riesce a essere se stesso pur sfruttando quanto di sostanziale conosce da sempre dell’altro. Una situazione che lo sguardo esterno e capacissimo di Claudio Boccaccini, il regista, capace qui di aggiungere alla sua eccellenza artistica la sintonia emotiva che ha sia con me che con Lorenzo, ci consente di vivere al massimo grado.

Dove sono stati indirizzati i personaggi? Cosa li caratterizza?

Da un lato, per quanto mi riguarda, io sono demandato a far sì che la particina non sfugga alla curiosità di chi è venuto a conoscerla, e debbo perciò indurla a mostrarsi impedendole di starsene chiusa a riccio, nell’auspico, così, di farle rivelare il segreto a cui alludevo. La particina, per contro, inconsapevole che al di là della quarta parete c’è della gente venuta lì proprio per lei, si dimostra di una suscettibilità estrema, certa com’è di essere stata trattata male dal suo autore, tanto che preferisce starsene chiusa con fare misantropico e risentito in un mondo fatto di strane biblioteche aeree e di pianeti luminescenti sospesi a mezz’aria (corpi astrali immaginati e creati dallo straordinario talento di Antonella Rebecchini). A volte apparirà perciò addirittura aggressiva, e frequenti saranno i malintesi, e dunque le virate comiche che contrappuntano lo spettacolo.

Si consolida il suo legame con Claudio Boccaccini: quali sono i suggerimenti del regista e cosa apprezza di più in lui?

Mi accorgo avere già in parte risposto a questa domanda. Io e Claudio ci conosciamo e collaboriamo da circa un trentennio. Ci capiamo al volo e viviamo il teatro col medesimo spirito. Sappiamo bene come tutto ciò che attiene alla finzione sia, per logica naturale, connesso all’idea di gioco. L’ironia può essere ovunque, anche in Sofocle. Figuriamoci in un testo come ‘La particina’! Claudio è estremamente capace di cavare dai miei copioni, oltre il senso più autentico di un dato racconto, anche ogni occasione di possibile risata, senza tuttavia dover mai forzare la materia scritta. In più, conosce Lorenzo da quando è nato.

Il testo di William Shakespeare è solo uno dei tanti che raccontano la società di allora come quella presente. Quali fattori attraggono ancora oggi gli spettatori verso tragedie, commedie, che giungono da lontano?

Lo stesso principio per cui leggiamo e rileggiamo i classici. Quello che cerchiamo nelle storie perenni che da sempre ci raccontiamo non è la natura transeunte della cronaca ma quella perenne dell’attualità, intesa come attualità delle emozioni e dell’umano sentire. Da sempre le nostre paure ribadiscono le medesime origini (che affondano nella possibile perdita dei nostri possessi, nella sofferenza del mutamento, ecc.), così come le nostre gioie, che possono essere rappresentate dal coronarsi di un amore, da un successo professionale, o, più in assoluto, dall’affermarsi della nostra identità.

Lei nei suoi scritti ha raccontato tanti personaggi, tante situazioni, cosa accende la sua penna?

Le costellazioni di affinità e di analogia in cui faccio viaggiare la mia immaginazione. Mentre scrivo una storia, quella stessa storia, nascendo, me ne può annunciare un’altra che viene nel frattempo messa in attesa. Lo stesso vale per i personaggi. È come se ognuno di essi mi si proponesse con una propria parentela a cui mi dedicherò in seguito per elaborare altre vite e altri intrecci. William Saroyan diceva che ogni drammaturgo crea una specie umana. Affermazione bellissima. Significa che nessuna storia è a sé stante, ma fa parte di un reticolo di echi e di riverberi da cui deriva, per trasformarsi a propria volta in una possibile fonte di nuove invenzioni.

Qual è la storia che ancora non ha raccontato e che spera di raccontare al più presto?

Un romanzo di cui ho già stabilito l’impianto ma di cui voglio ancora tenere segreto il plot. La cosa abbastanza straordinaria è che l’idea deriva da un’intuizione avuta sui banchi di scuola alle elementari e che per tutta la vita mi è rimasta in testa. Ho infine deciso di elaborarla, e, superati gli impegni teatrali in corso e altre cose che debbo terminare di scrivere, non vedo l’ora di cominciare ad affrontarla. Tutto è pronto perché avvenga.

Grazie per essere stato con noi!

Grazie a voi! Approfitto di questi saluti finali per ricordare che all’operazione ‘La particina’ collaborano anche Sonia Remoli, straordinaria aiutoregista e presenza preziosissima; la giovane Livia Proto, autrice di un corto sullo spettacolo che proporremo durante il consueto rinfresco offerto da Teatrosophia a fine serata, e Giovanni Spedicati, editore de La Mongolfiera, che pubblica tutto il mio teatro, e dunque anche questo testo.

Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

Leggi anche