Il difficile compito di piantare i chiodi con la fronte

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il teatro, lo sappiamo, è come una gara

Eric Bogosian mi piace molto, lo ricordo sempre con piacere come protagonista di Talk Radio di Oliver Stone, o nella serie Law an Order criminal intent e in Harry a pezzi di Woody Allen e in tante altre cose che ora non rammento, ma con quel suo modo di porsi misurato, lontano, inconfondibile che nasconde verità noir dietro la compostezza e forse proprio per questo, spaventa di più.

Forse è per questo che andare al Cometa Off dove si sta rappresentando “Piantando chiodi sul pavimento con la fronte”, per la regia di Pino Quartullo con protagonista Paolo Biag, mi appariva elettrizzante.

Io adoro la comicità noir, la critica spietata, l’arrogante presenza in scena di tanta gente in uno solo e forse avevo, ahimè, aspettative esagerate, e un po’, sono rimasta delusa, lo ammetto e mi dispiace.

Mi dispiace perché la regia mi è sembrata ben strutturata, che fossimo in America era evidente, che le luci e le musiche fossero perfette non c’è alcun dubbio, che il protagonista fosse pronto per affrontare una dozzina di personaggi… beh, questo non lo so, e non so se, e questo a suo vantaggio, lo sia stato il pubblico.

Ma il teatro, lo sappiamo, è come una gara, e ci si batte per lo meno in due, e il pubblico noi non lo abbiamo ascoltato, o meglio, non abbiamo sentito l’afflato coinvolgente che riporta energia in scena e da all’attore quel calore di cui necessita. Non c’è stata partecipazione e allora mi sorge il dubbio che quest’ Italia sia un po’ diversa, per lo meno quella presente in sala, da un’America che, non si sa perché… pare dover sempre stare un passo avanti, anche nel baratro che da noi, non si sa neppure di questo il perché, arriva in ritardo.

Insomma, una fatica immane, un lavoro complicato, pseudo schizofrenico, ma a noi, le emozioni non sono passate, la risata sarcastica dal di dentro per un fuori diabolicamente spaventoso, non ci è arrivata.

Complimenti per il coraggio, per lo sforzo, per il tentativo, ma questa Americana lontana, a noi, è sembrata ancora più lontana, del resto Clinton non è Firs, e forse Bogosian, negli anni novanta ha detto la sua, ha fatto un’analisi spietata, ma l’accostamento con l’Italia di oggi, noi, attraverso i suoi personaggi, non l’abbiamo ritrovata, forse perché nel frattempo il mondo è diventato più piccolo e siamo tutti: cialtroni, e vagabondi, e malati, e depressi, ma il tutto è ancora più complesso, la realtà più variegata e nascosta.

Non ci riesce più di credere che certe stereotipie facciano ridere, perché forse non esistono più, magari mettono un pochino d’ansia, sappiamo quanto è facile salire su un autobus e appestarci, ma l’appestamento peggiore è quello che ci viene dall’anima, e forse un qualsiasi malato immaginario di Molierana memoria, ce l’ha già insegnato.

Non me ne voglia Bogosian, forse il web ci ha insegnato, una volta per tutte a non essere degli sprovveduti… e neppure me ne voglia il bravissimo Biag che ce la mette tutta e può creare sicuramente altre atmosfere ancora, ma noi crediamo che questo spettacolo sia necessariamente un work in progress continuo e necessariamente sempre più profondo.

È vero, far ridere gli spettatori, oggi, è una cosa seria e difficilissima.

Ed è ancora più complicato tenere lo spettatore in tensione quando la differenza sostanziale tra un personaggio e un altro è sottile, seppure macroscopica, quando il filo non si riesce a prenderlo e farsi tirare.

L’entrata in scena è bellissima, ed ha, in effetti, conquistato il pubblico, un salto nel passato di famiglia mulino bianco, una barillata ma talmente ben recitata che ci è sembrato di vederla quella casetta in Canadà, quella donna felice che come in “The ours”, dopo un po’, scappa o si suicida… ma anche il barbone ci ha presi per il collo, facendoci tremare al suo avvicinarsi, il medico ci ha indispettiti per la sua freddezza spietata, ma non portiamo via niente, perché poi tutto si confonde e soprattutto, al di là di un flebile, momentaneo disagio, nessuna delle risate promesse.

Paolo Biag in
PIANTANDO CHIODI NEL PAVIMENTO CON LA FRONTE
di Eric Bogosian
regia Pino Quartullo
traduzione Pino Quartullo e Patrizia Monaco
aiuto regia Rachele Giannini
elementi scenici e costumi Tonino Natali
light designer Giulio Grappelli

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