Pubblicato il: 14 Maggio 2019

In scena autobiografia di un attore

In Recensioni

non è più se stesso ma un clown che malgrado la sua tristezza e il suo dolore continua a sorridere

Andato in scena 10 e 11 maggio al Teatro Kopò.
Nessun sipario ad accogliere il pubblico in sala, ma una scena aperta e pulita, minimal: una sedia, una valigia e quattro fasci trasparenti che tanto ricordano le luci della ribalta, un faro che punta al centro del palco la dove, poco dopo, si presenterà l’attore cantando un brano pop, che è anche un po’ il preludio di quello che sarà il resto dello spettacolo.

“Questa è la mia vita…” Intona la voce di Cristiano D’alterio, che durante lo spettacolo – scritto di suo pugno- porterà in scena momenti chiave della sua vita, di ciò che significa essere attore al giorno d’oggi e cosa, questa scelta, genera nel suo quotidiano e nelle persone che gli stanno intorno: genitori, amici o fidanzate; ma sopratutto è chiaro quanto il messaggio, trasmesso in chiave comica, che poteva sfociare nel cabaret, viene invece reso teatrale in maniera efficace dalla regia di Angelita Puliafito, fondendo il testo e la regia in una cosa sola, raccontandoci una storia che nasconde una profondità e un sottotesto molto più sottile.

La scena inizialmente minimal, assume sempre più sfumature, sapiente l’utilizzo delle luci che scaldano o raffreddano l’atmosfera in base al tema trattato; la valigia diventa il piccolo universo del quale l’attore si serve per farci cogliere le sfaccettature che compongono il suo essere; con pochi oggetti e un’eccellente recitazione veniamo catalputanti a provini, vacanze estive, momenti romantici e familiari – molto bello il modo in cui le parole di Cristiano rappresentano la figura materna, uno dei momenti più delicati e toccanti dello spettacolo – e tra monologhi di Shekspeare e siparietti ben riusciti (qualche intervento del tecnico Enrico Marcacci che per qualche scketch si presta alla scena) non abbiamo fatto altro che ridere di cuore. Il finale, invece, si tinge di toni un po’ più malinconici. Improvvisamente siamo in un circo: i colori delle luci a quei fasci che pian piano, durante l’arco dello spettacolo, si sono trasformati nel tendone, proprio sotto i nostri occhi, fanno da sfondo a Cristiano che non è più se stesso ma un clown che malgrado la sua tristezza e il suo dolore continua a sorridere e farci sorridere.

Un monologo brillante ben riuscito, scandito dalle musiche scelte dalla regista che completano il quadro, generando un’atmosfera leggera, quasi sognante, che per un’ora ti lascia ridere e viaggiare.

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