Intervista a Matteo Fantoni autore e interprete de Il silenzio

Strumenti musicali e teatro, l’unione raccontata da Matteo Fantoni

Andrà in scena a Firenze, presso il Teatro di Rifredi, Il Silenzio, conferenza spettacolo sulla liuteria, ideato e interpretato da Matteo Fantoni. Uno spettacolo che fa sua l’arte dei liutai, in modo originale.

Abbiamo rivolto alcune domande a Matteo Fantoni, ideatore e interprete dello spettacolo, che ringraziamo e a cui diamo il ben venuto sulle nostre pagine!

Il suo è uno spettacolo particolare, in primis perché è una conferenza spettacolo, in secondo luogo perché racconta della costruzione di strumenti musicali. Com’è nata l’idea?

Ho sempre amato la musica classica e il legno. La vita poi mi ha portato a fare l’attore elavorare in teatro, ma l’amore per gli strumenti ad arco non è mai passato e nel 2013 hoiniziatoa studiare liuterianeiperiodiliberidalletournéeedalle produzioni.

Lo spettacolo è  la restituzione della gioia, delle scoperte, dei dubbie e delle paure che mi hanno accompagnato in questo meraviglioso percorso. Abbiamo scelto la forma “conferenza” perché ci sembrava la più adatta a trasmettere queste tematiche.

Ma lo è solo nella forma, perché in realtà ogni parola è fissata, ogni frase scelta e messa nel punto di maggior efficacia, quindi non è altro che un monologo di narrazione travestito da conferenza.

L’uomo da sempre, fin dalle ere antiche, ha provato attrazione per la musica, come per oggetti capaci di riprodurre suoni. Da qui la ricerca e lo studio per costruire strumenti musicali. Oggi abbiamo ancora questa attrattiva?

L’attrattiva c’è ancora, basta guardare come negli ultimi anni sia aumentato il numero delle persone che si avvicinano alla liuteria, grazie anche alla condivisione di informazioni che si trovano in rete. Poi il fatto di farne una professione, ovviamente, dipende da tanti aspetti, da altre scelte e da altre pratiche, ma l’impulso di base e l’amore per l’apprendimento di mestieri artigianali ed in particolare della liuteria è ancora estremamente vivo.

I liutai, maestri in questo lavoro, si tramandano il lavoro da secoli. Oggi ci confrontiamo con la tecnologia, con gli strumenti costruiti in serie e non più singolarmente. Ciò ha fatto perdere la qualità del suono?

Questo è un argomento complesso, non si può rispondere in poche linee in manieraesaustiva. La costruzione di strumenti “in serie” in realtà esiste già dall’ottocento. Glistrumenti che oggi chiamiamo “di fabbrica” sono comunque costruiti a mano, quasi sempre in Cina, ma invece che da un liutaio solo che ne cura ogni dettaglio e attraverso cuimanifesta il suo stile e la sua personalità, sono costruiti da tante persone divere, ognunaspecializzatainunasingolalavorazione.

Così ottimizzano i tempi e ogni persona, ripetendo sempre gli stessi gesti, diventa velocissima in quella lavorazione specifica, ma manca la visione d’insieme. Un po’ la stessa differenza tra un quadro d’autore o una copia che lo riproduca perfettamente. Il suono di strumenti “di fabbrica” spesso, se fatti bene, non è inferiore a quello di strumenti “artigianali”, ma le componenti in gioco sono molte, è difficile affrontare l’argomento in poche righe.

Ritornando a Il Silenzio, il suo spettacolo, non svela segreti per la costruzione di strumenti musicali, ma…?

Non svela i segreti della costruzione perché a mio avviso non esistono segreti, ma esistono pratiche, metodi, processi e sensibilità che possono portare a risultati eccellenti. Per me uno spettacolo teatrale non deve solo “istruire”, quello può farlo una conferenza. Non deve solo  “informare”, quello può farlo un documentario. Ma deve far vivere allo spettatore un’esperienza fisica ed emotiva che sia la restituzione di una esperienza soggettiva che trasformata in spettacolo, viene resa universale, e dove ogni spettatore possa proiettare il proprio vissuto e le proprie emozioni.

Cos’è la cosa più originale, secondo lei, che racconta all’interno della conferenza spettacolo?

La cosa più originale? Non saprei, non penso mai in termini di originalità, non mi interessa  proprio come concetto.

Come si è confrontato nello scrivere il testo? Quali sono state le sue ricerche e cosa l’ha colpita di più durante queste?

Il testo è nato quasi tutto da improvvisazioni che poi sono state trascritte e messe in ordine per creare una drammaturgia funzionale. Le improvvisazioni ovviamente si basavano su una  conoscenza acquisita in un periodo lungo oltre quattro anni di ricerche sulla liuteria, di incontri con i liutai e di pratica di costruzione degli strumenti.

La cosa che mi ha colpito di più durante tutto il percorso è stato questo senso di mitizzazione che viene fatto, soprattutto in Italia, nel campo della liuteria, ma non solo. Mitizzando ci si preclude l’idea di essere capaci. Che non vuol dire assolutamente sopravvalutarsi o togliere valore a quello che è eccellente.

Dicevamo uno spettacolo particolare che porta in evidenza il lavoro dell’artigiano. Al termine dello stesso, cosa vorrebbe che lo spettatore portasse con sé, o su cosa vorrebbe che riflettesse?

Mi piace immaginare che le persone tornino a casa dopo lo spettacolo, vadano a letto e la  mattina seguente trovino la voglia, il tempo e il coraggio di fare quello che hanno sempre evitato di fare perché ritenuto troppo difficile, impossibile o irraggiungibile. E anche il piacere di imparare e di fare le cose godendo del percorso, togliendo peso al risultato e al  giudizio.

Noi impariamo sempre qualcosa dalle nostre ricerche, dai nostri studi, dal nostro lavoro. Che cosa le ha insegnato l’ideazione, la preparazione, la messa in scena di questo spettacolo?

Il non accontentarmi, andare oltre la pigrizia, l’inerzia, il mettere continuamente in dubbio  che una scena, una frase, un gesto possa essere sempre sviluppato e migliorato, anche quando sembra che abbia trovato una sua forma compiuta

Lei è specializzato anche nella costruzione di maschere per il teatro. C’è qualcosa che accomuna le maschere con gli strumenti musicali? Se sì, cos’è e come la vive lei?

Ovviamente il processo di costruzione delle maschere è molto diverso, anche perché hanno  altre funzioni e quindi devono rispettare altri criteri. Ma comunque nelle maschere si manifesta una parte della “mano” di chi le fa, come negli strumenti musicali. Un po’ la stessa cosa che avviene anche quando si cucina, non ci sono mai due ragù uguali, quando sono fatti da persone diverse. E il ragù di mia mamma lo posso sempre riconoscere tra mille altri, perché  è proprio “il suo”.

Grazie per il suo tempo e in bocca al lupo per il suo spettacolo e lavoro!

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Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

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