Intervista al cast di Non so nemmeno se sono felice

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Non so nemmeno se sono felice

è una donna che ha seguito i suoi desideri

Il 19 novembre, all’Altrove Teatro Studio, ha debuttato lo spettacolo Non so nemmeno se sono felice” adattamento e regia di Luca De Bei, con Paola De Crescenzo, Aura Ghezzi, Roberta Infantino e Carla Recupero. Lo spettacolo che sarà in scena fino a domenica 24 novembre, racconta della scrittrice Irène Némirovsky ed è nato dal confronto di ognuna delle attrici del Gruppo Tapodes. Abbiamo rivolto alcune domande al cast.

 

Portate in scena uno spettacolo che parla di Irène Némirovsky scrittrice degli anni trenta. Come è caduta la scelta sul voler raccontare la sua storia?

Noi volevamo parlare attraverso uno sguardo femminile.

Questa era la nostra prima idea: trovare un’autrice o delle storie di donne.

Confrontandoci con Luca, lui ci ha proposto Irène Némirovsky e noi, dopo aver cominciato a leggere la sua opera, ci siamo innamorate della sua scrittura piena di immagini e del suo modo così crudo di descrivere i rapporti. La scelta di raccontare la storia di Irène è stata inizialmente di Luca, che scrivendo il testo che metteva insieme alcuni dei suoi racconti, ha visto prendere forma Irène come vero e proprio personaggio del testo.

Tanti personaggi femminili in scena, cosa hanno in comune tra loro?

Sono tutti personaggi femminili invischiati in costruzioni sociali e culturali, di cui solo in parte oggi ci siamo liberate – in generale esistono ancora, magari in maniera più sottile – ma che cercano di uscirne, vogliono vivere, superarle, vogliono la libertà, lottano contro se stesse e a volte tra loro.

Quali sono le caratteristiche che fanno di questa donna un personaggio del secolo scorso?

E’ un personaggio del secolo scorso sì, ma è tra le prime donne che hanno scelto di fare un mestiere all’epoca prettamente maschile, quello della scrittrice, di seguire quello che era il suo desiderio, di salvarsi così da una vita che non avrebbe voluto. In questo suo essere avanti rispetto ai tempi, anche grazie a una condizione socio-economica di privilegio che le aveva permesso di studiare, è una donna del suo tempo, perché tante sono state le donne coraggiose che negli ultimi centocinquant’anni hanno scelto di non rivestire i ruoli che la cultura occidentale gli conferivano e a cui dobbiamo molto ancora infatti.

Cosa possono prendere le donne di oggi, da una figura femminile di ieri, come quella della Némirovsky?

Non esistono figure di oggi e di ieri, non davvero. Irène Némirovsky è una donna che ha seguito i suoi desideri, con coraggio, facendo delle scelte difficili. Da lei si possono imparare molte cose: dalla descrizione che fa nelle sue opere delle relazioni familiari, ci viene restituito qualcosa di quello che viviamo, di quello a cui siamo condannati/e se non prendiamo in mano le situazioni e le nostre vite; dall’esempio della sua vita vediamo proprio come si possa uscire da quello che si eredita, dal vissuto familiare, per poter creare una vita a propria misura.

Lei questo lo ha fatto e probabilmente uno strumento di analisi, di creazione, di sopravvivenza per lei è stata l’arte, la scrittura. Anche questo è un insegnamento: ognuno ha il suo strumento, il suo modo, la sua via per uscire da certi meccanismi familiari, culturali, sociali in cui nasciamo.

Cosa portate con voi della donna, artista che è stata la Némirovsky?

Ancora è difficile dire cosa porteremo con noi, tante sono le cose che ormai sappiamo e tale è la frequentazione quotidiana che abbiamo con “Irène” ormai da più di un anno. Sicuramente alcuni dei suoi racconti, oltre a quelli poi entrati nello spettacolo. E poi la forza, il coraggio di vivere i suoi e dei suoi personaggi, l’attenzione, l’intelligenza, il modo secco con cui analizza e parla delle relazioni tra le persone. La voglia di riscatto, di libertà, la necessità di creare una narrazione femminile sulle donne e sulle relazioni, e che questa sia una ricchezza per tutto il genere umano.

Grazie e in bocca al lupo!

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