La guerra spreco di umanità oggi come ieri

Il mulo e l’alpino, la nuova drammaturgia di Aleksandros Memetaj, Yoris Petrillo e Xhuliano Dule
La guerra è uno spreco di anime, in particolare di giovani uomini e oggi possiamo dire a gran voce, di donne, che vengono inviati sui campi di battaglia a combattere per un ideale, sempre errato, animati da slogan che servono solo ad alimentare odio e risentimento, facendo prevalere il proprio personale io. Ma continua ad essere uno spreco di umanità anche per le tante, troppe vittime civili che miete, uomini, donne bambini, anziani, che la subiscono. Senza parlare dei tanti ospedali, luoghi di cura, che vengono colpiti e nei quali muoiono persone che cercano di salvare vite.
La guerra, sì, quella tanto difficile da digerire, quella che ha sconvolto l’intera umanità e che ha fatto dichiarare al mondo intero, che cose del genere non sarebbero accadute mai più, sto parlando della Seconda Guerra Mondiale, che ha portato con sé la distruzione di popoli interi, o quasi, la distruzione di intere città, la contaminazione di territori, in nome di un’esaltazione che oggi, nel XXI secolo, dovrebbe essere scomparsa, annientata dal ragionamento e dalle conoscenze che questa società, dovrebbe aver assimilato. Dovrebbe, e forse proprio qui sta il dilemma.
Tutto ciò sovviene con convinzione attraverso uno spettacolo teatrale, Il mulo e l’alpino, andato in scena al Teatro India di Roma, di Aleksandros Memetaj, Yoris Petrillo e Xhuliano Dule, e interpretato dallo stesso Memetaj. Un testo che in modo disarmante evidenzia la fragilità umana, che si lascia coinvolgere dai già citati slogan propagandistici e dall’inutilità di una guerra che sa solo uccidere e ferire, portatrice di sventure, violenze, distruzione materiale e psicologica, e che alla fine, come sempre, premia solo pochi, in particolare chi quella guerra non la combatte.
Tra passato e un sempre più simile presente, Il mulo e l’alpino ci portano nel 1941 durante l’invasione italiana in Albania, in una dura lotta che vedeva i giovani soldati italiani, male addestrati ed equipaggiati, senza munizioni o sostegno, affrontare non solo l’esercito nemico, ma anche il duro inverno. Chi racconta la storia è un giovane alpino, Giuseppe Beghin, conosciuto come Bepi. Un giovane di Bassano del Grappa, catapultato in una guerra che non voleva combattere e avverso a tanti atteggiamenti e modi di fare che contraddicono le più elementari regole del vivere civile. Ma la guerra non è sinonimo di civiltà e quindi se ne deduce che chi la combatte, non ha nulla a che vedere con l’essere civile e umano.

In questo incontro/scontro con l’esercito nemico, i soldati vengono sconfitti e uccisi dal freddo, dalle pallottole, dalla fame o si suicidano, troppo indeboliti dalle realtà che devono affrontare, mentre i proclami in patria, ne riportano vittorie che non esistono. Una sconfitta totale che si ripercuote sulle vicende umane e personali. Giuseppe non vuole combattere, non vuole usare violenza contro le donne, non vuole far morire di fame la popolazione, eppure viene ucciso dai partigiani albanesi che lo riconoscono solo come soldato italiano invasore, nonostante abbia disertato.
C’è una drammaticità profonda in questo racconto, che lascia spiazzato lo spettatore. Eppure i documentari in tv mostrano situazioni, avvenute durante il Secondo conflitto mondiale, che ne rimarcano le similitudini. Ma la storia, in teatro, appare molto più viva e nitida. Sarà anche il fatto che Memetaj, parte dialogando con il pubblico, un modo che ormai sembra un marchio di fabbrica dei suoi spettacoli, riuscendo a coinvolgerlo direttamente. E il pubblico rimane spiazzato totalmente da questo tipo di abbattimento della quarta parete. Esso stesso ha paura di intervenire, quasi ad allontanare la magia che arriva dallo spettacolo. Ma questo è solo l’avvio di un dialogo continuo in cui ci si sente chiamati continuamente dalla relazione che si instaura con l’attore sul palco, bravo a catturare e rendere sua l’attenzione di chi lo ascolta.
Al protagonista della storia viene affidato il mulo, animale testardo e difficile da gestire, ma mezzo indispensabile per portare le risorse in montagna, per questo di grande valore e trattato meglio dei semplici soldati. Un animale che lavora senza sosta, come faranno i soldati che combatteranno sui monti, senza alcuna possibilità di vittoria, ignari di essere lasciati soli a morire, senza ricevere i tanto auspicati aiuti.

Alexandros Memetaj non interpreta solo Beghin, ma tutti i personaggi che lo accompagneranno in questa difficile situazione e lo fa con chiari segni di consapevolezza umana e attoriale, restituendo figure precise del racconto. Non si allontana dal testo, ma lo esalta in tutta la sua drammaticità, senza cadere nel pietismo. Il testo, del resto, racconta in modo efficace questa vicenda, rendendola attestazione di una realtà odierna. E basta un attimo per riflettere sui conflitti di oggi e comprenderne tutta una serie di similitudini con il passato, ma in particolare, comprendere l’inutilità del conflitto stesso.
La scenografia è scarna, ma rappresenta tutto ciò che serve a Memetaj per farci lasciare la casa di Beghin e portaci sui monti dell’Albania, o in un qualsiasi altro luogo di guerra, come sono essenziali gli oggetti di scena. Il mulo e l’alpino è uno spettacolo capace di lanciare domande, riflessioni, di farci riflettere, di farci guardare attorno e riconoscere nella persona accanto a noi, spettatore sconosciuto, un’anima desiderosa di ribaltare la realtà.





