L’ascensore, un testo moderno, colloquiale

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L'ascensore

Anche i silenzi sembrano parlare

E’ andato in scena ieri, 2 maggio 2019, al Nuovo Teatro Orione di Roma il thriller sentimentale “L’Ascensore”, la versione italiana del premiato musical spagnolo “El Ascensor“, di José Léon Masegoza, con la regia di Matteo Borghi, prodotto da Giuseppe De Falco.

Reduce da un’accesa discussione col marito John (Danilo Brugia) riguardo un presunto tradimento, proprio mentre si reca a lavoro, Emma (Elena Mancuso) si imbatte nel giovane Mark (Luca Giacomelli Ferrarini), prossimo ad un colloquio nella stessa azienda della donna. Per una fatale coincidenza i due si ritrovano nello stesso ascensore e vi rimangono bloccati. Costretti dalla situazione, si ritrovano soli l’una di fronte all’altro, creando inaspettatamente una complice intimità. Esiste, però, un nesso comune che Emma ignora: anche Mark conosce John perché è proprio lui il medico a cui si è rivolto per cercare una soluzione al suo problema: un tumore che rischia di ucciderlo.  

Una scena semplice, dalle geometrie essenziali, all’interno della quale con un gioco di pochi gradini, una piccola discesa sul lato sinistro, tre sedie e qualche pilastro, vengono definite le varie micro scene dove si svolgono i fatti: la casa di Emma e John, lo studio di John, un immaginario autobus dove Emma incontra Mark, e infine l’ascensore, che d’un tratto si crea al centro della scena. Ad aiutare il delineare delle scene e il susseguirsi delle sequenze, l’effetto colorato di luci e di ombre. Un andare e tornare nella storia sancito dalle semplici coreografie, rallentate e mimiche dei protagonisti. Mancano i balletti classici da musical ma i movimenti coreografici, egregiamente curati da Luca Peluso, trasmettono nella loro semplicità tutti gli stati d’animo dei tre personaggi, usando il corpo per sostituire, talvolta, anche la parola.

Il testo, tradotto da Nino Praticò risulta moderno, colloquiale, partecipativo. L’alternanza dei toni, dal romantico all’esasperato non permette distrazioni. Anche i silenzi sembrano parlare. Lo spettacolo è durato circa 90 minuti ma poteva proseguire per ore senza desiderare mai che finisse. 

Un alternarsi di parti cantate, parlate e mute e una continua suspense alimentata dalle musiche direttamente prodotte in scena da Eleonora Beddini, che lasciano lo spettatore con il fiato sospeso tra i continui colpi di scena, e alquanto confuso, poiché è dello spettatore il compito di mettere insieme i pezzi e capire a quale ruolo sta giocando ogni personaggio.

Un po’ d’amaro in bocca nel rendersi conto che nella partita della vita, a volte, trascuriamo le carte che può giocare il destino.

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